La richiesta o per meglio dire la pretesa avanzata dalla cordata candidatasi a rilevare Alitalia, secondo cui l’aeroporto di Linate dovrebbe essere dedicato esclusivamente ai collegamenti tra Roma e Milano, mi sembra un’assurdità oltre che un atto di protervia. E bene hanno fatto a insorgere il Sindaco di Milano, Letizia Moratti, e il Presidente della Provincia, Filippo Penati. Una scelta del genere avvierebbe il declino dello storico scalo milanese, che ha il pregio di distare appena 15-20 minuti di auto dal centro. E avrebbe ricadute negative a cascata, non solo sulla società aeroportuale, ma anche sui passeggeri, soprattutto su quelli provenienti da altri scali nazionali, che andrebbero incontro a inevitabili disagi. Pensiamo a chi arriva a Milano da Napoli, Palermo, Lamezia Terme, Cagliari, Trieste: un conto è sbarcare a Linate e trovarsi subito in città, un altro sbarcare a Malpensa e, se tutto va bene, farsi un’ora di treno fino a Milano-Cadorna oppure avventurarsi in autostrada con un taxi, con il rischio di finire imbottigliati nel traffico della Milano-Laghi. Malpensa va bene, come aeroporto di transito, per chi deve imbarcarsi su un volo intercontinentale; è penalizzante per chi ha come meta Milano.
Ma c’è un’altra questione di questa vicenda Alitalia che non può essere sottaciuta: ed è il silenzio del vertice dell’Antitrust sulla sospensione della normativa sulla concorrenza che il Governo è pronto a concedere per permettere la fusione tra la compagnia di bandiera e l’Air One. Le due società insieme verrebbero infatti a controllare circa i due terzi del traffico aereo tra Roma e Milano, con buona pace del principio di libero mercato. Il Presidente dell’Autorità garante, Antonio Catricalà, su questo punto tace. Sarebbe però ora che dicesse qualcosa – egli così loquace in altre circostanze – piuttosto che preoccuparsi di non disturbare il manovratore. Catricalà, se ci sei batti un colpo.