Matteo Arpe ruppe con Vincenzo Maranghi sul progetto Olimont, la prospettata e mai realizzata fusione tra gruppo Olivetti-Telecom e gruppo Montedison pensata nella seconda metà del 1999 per trasferire il controllo della compagnia telefonica, attraverso la Compart, nell’orbita di Mediobanca. Racconta Arpe, nell’intervista a Milena Gabanelli pubblicata dal “Sole-24 Ore” il 9 settembre, che egli si oppose all’operazione, forse temendo il giudizio negativo degli investitori istituzionali, perché si basava su una struttura societaria piramidale a sei livelli. E che questo suo dissenso avrebbe innescato il contrasto con Maranghi e la sua uscita repentina da Via Filodrammatici.

Dunque la Olimont non fu un’invenzione giornalistica, come cercarono di sostenere in mala fede alcuni dei protagonisti di allora, ma un tentativo molto concreto di blindare con un’unica operazione finanziaria il controllo della Montedison e quello della Telecom all’interno di un grande conglomerato privato (di telecomunicazioni e energia) in grado di competere su scala internazionale. Nel suo libro-intervista “Primo tempo” (Rizzoli, 2006), Roberto Colaninno racconta che l’operazione gli era stata proposta da Maranghi e che a bocciarla furono i soci della Bell, la società lussemburghese che deteneva il controllo della Olivetti-Telecom, i quali temevano che l’uomo che aveva attuato la scalata del secolo stesse alleandosi con Mediobanca per scaricarli.

L’intervista della Gabanelli è ghiotta, anche se a certe domande Arpe sfugge come un’anguilla. Per esempio, sorvola sul ruolo della Bell, nonostante egli sia stato uno dei principali consiglieri di Colaninno e abbia continuato a occuparsi di Telecom anche dopo l’uscita da Mediobanca, durante il periodo trascorso in Lehman Brothers. E’ invece più prodigo su altre questioni. Per esempio, là dove afferma che Capitalia erogò crediti per 200 milioni di euro senza alcuna deliberazione del consiglio d’amministrazione, con la complicità di alcuni alti dirigenti della banca.

L’implicito riferimento, in questo caso, è alla vicenda che ha visto protagonista l’immobiliarista siciliano Fabio Calì, arrestato nel 2007 dalla Procura di Roma insieme al notaio Giancarlo Mazza, con l’accusa di aver truffato la Banca di Roma per 93 milioni, oltre che di associazione a delinquere e sospetto riciclaggio di denaro d’origine illecita. Non è chiaro come mai una truffa di queste dimensioni sia sfuggita ai controlli interni della banca e a quelli ancora più serrati della Vigilanza.
Peraltro i nomi di Calì e Mazza sono stati anche associati al misterioso pacchetto argentino di azioni Bnl (pacchetto azionario probabilmente mai esistito) di cui s’era avuta notizia nel 2005 nel periodo in cui Bbva e Unipol si contendevano il controllo della banca.

Non poteva mancare, infine, un riferimento alla Ciappazzi, la società di acque minerali del gruppo Ciarrapico, che Parmalat sarebbe stata obbligata ad acquistare su pressione del presidente di Capitalia, Cesare Geronzi, in cambio di un finanziamento di Banca di Roma alla Hit fatto transitare per la stessa Parmalat, senza il quale la ex holding turistica della famiglia Tanzi (successivamente trasformata in Parmatour) avrebbe dichiarato fallimento già nell’ottobre 2002.
A causa della Ciappazzi, Geronzi sarà processato dal Tribunale di Parma, a partire dal 16 ottobre, per usura e concorso in bancarotta e con lui anche Matteo Arpe, che è stato amministratore delegato di Capitalia. La posizione di Arpe è però molto sfumata rispetto a quella di Geronzi e va ridimensionata – si legge nel decreto di rinvio a giudizio disposto dal Gup –  “alla luce del chiaro atteggiamento oppositivo [da lui] mostrato in occasione della prospettiva di erogazione del finanziamento”.
Insomma, Arpe nell’intervista a Milena Gabanelli ostenta tranquillità, anche se ammette di aver profondamente sofferto per una serie di “episodi negativi” e di aver subito, dopo l’uscita da Capitalia, l’ostracismo e il discredito.  E a proposito della Ciappazzi pronostica: “Sono certo che dal processo emergerà la verità”.