Chi pensa che i costi del nucleare siano economicamente accettabili è in errore. Provate a leggere sull'ultimo numero di "Energia" – diretto dall'ex ministro dell'Industria Albero Clo, grande esperto di questioni energetiche – un vecchio articolo  di Peter Odell, professore della Erasmus University di Rotterdam, che la rivista bolognese ripubblica in occasione del suo trentennale. Sembra scritto ieri.


Odell dimostra come fin dalla sua prima apparizione e al di là delle propaganda, l'energia nucleare non sia mai stata economicamente competitiva con altri fonti primarie quali gli idrocarburi (petrolio e gas naturale). Egli scrive che dopo il primo shock petrolifero, del 1973, e assai prima che fossero attentamente esaminati i fattori economici della conversione dal petrolio all'atomo, "all'energia nucleare fu dato rapidamente ed inequivocabilmente il visto per andare a coprire i futuri fabbisogni di energia dell'Europa Occidentale". E aggiunge: "Una semplice verifica del supposto vantaggio economico dell'energia nucleare – nel contesto dei livelli di costo delle fonti alternative alla metà degli anni '70 – ne rivelò tuttavia la totale infondatenzza. Lo studio pervenne addirittura alla conclusione che lo sviluppo in Europa Occidentale di un'economia energetica basata sul nucleare sarebbe stato probabilmente da due a tre volte più costoso di uno sviluppo fondato sullo sfruttamento degli idrocarburi nazionali".
Queste valutazioni avrebbero dovuto indurre i governi a maggior cautela, ma nel 1979 esplose il secondo shock petrolifero, che fece aumentare ulteriormente il prezzo dell'oro nero e accrebbe la percezione di scarsità che era andata diffondendosi a partire dal '73. La Cee e l'Agenzia internazionale per l'energia si schierarono a favore del nucleare con previsioni che si rivelarono errate. Solo Francia, Belgio e Giappone avevano raggiunto introno al 1985 gli obiettivi di sviluppo della capacità produttiva che ciascun paese si era dato. Paradossalmente, scrive Odell, non furono le valutazioni di natura economica a spingere il mondo verso lo stop al nucleare. Quelle furono "prontamente e facilmente occultate, tacendo oppure alterando volutamente le informazioni essenziali su costi e ricavi per dare l'impressione che l'energia nucleare fosse conveniente".  L'atomo naufragò, dopo l'incidente di Three Mile Island e soprattutto con la catastrofe di Tchernobyl, sulle preoccupazioni dell'opinione pubblica mondiale legate ai problemi della sicurezza dei reattori e dello stoccaggio e smaltimento delle scorie radioattive.
Insomma, ancorché decisiva in un'economia di mercato e rilevante per le tasche dei contribuenti, la questione dei costi fu fatta scivolare in secondo piano. Sembra di vedere lo stesso copione di oggi.
Francia e Gran Bretagna stimarono i ricavi del nucleare, ipotizzando che il prezzo del greggio dovesse toccare i 60 dollari al barile entro il 1990. Ma a quella data il prezzo medio effettivo aveva raggiunto solo i 20 dollari, nonostante proprio in quell'anno l'Iraq di Saddam Hussein avesse provocato la prima guerra del Golfo, invadendo il Kuwait.
"Dal lato dei costi – sottolinea Odell -, a parte la tendenza a sottostimare quelli di costruzione e di gestione, non si sono tenuti nel dovuto conto i costi di trattamento e/o stoccaggio del combustibile esaurito, quelli della ricerca nucleare…nonché i costi dello smantellamento delle centrali e di altre infrastrutture (una volta esaurita la loro vita utile di circa 25 anni). Queste difficoltà economiche del nucleare – aggiunge l'esperto -  risultarono evidenti alle compagnie elettriche private degli Stati Uniti…, provocando l'abbandono non solo della maggior parte delle centrali programmate ma anche di numerosi impianti quasi completati".
L'antieconomicità del nucleare è dimostrata anche, a giudizio di Odell, dai dati resi noti dalla Gran Bretagna in occasione della privatizzazione della suo sistema elettrico.
Da questi dati emerge che:
1) "nemmeno un kilowattora prodotto da centrali nucleari inglesi ha mai reso un soldo";
2) "i costi reali delle nuove centrali proposte sono talmente elevati da non poter logicamente sperare in una loro redditività".
"Di conseguenza l'intero settore elettronucleare è stato escluso dalla privatizzazione ed è stato invece conservato nelle partecipazioni statali…E' stata così completamente sfatata in Gran Bretagna la favola del cosiddetto nucleare a basso costo".
Inoltre, dice Odell, in un'Europa che abbonda di gas naturale a costo relativamente competitivo, le possibilità di avere un nuovo impianto atomico nei prossimi venti anni, realmente conveniente, sono minime.
Dal 1991, data di pubblicazione dell'articolo, ad oggi sono successe molte cose, tra cui la liberalizzazione del settore del gas, il taglio della capacità produttiva nella raffinazione del petrolio, l'aumento del prezzo del greggio a livelli record anche per l'ingresso di India e Cina nel novero dei paesi grandi consumatori di energia, l'ingresso di paesi produttori come Algeria e Russia sui mercati europei della distribuzione, il progressivo esaurimento dell'uranio. Ma secondo Clo il quadro messo a fuoco da Odell quasi vent'anni fa è di straordinaria attualità. Nuclearista convinto negli anni '70 e '80, Clo è diventato oggi un teorico della non convenienza economica del nucleare. Si preannuncia davvero interessante la lettura del suo ultimo saggio che sarà in libreria nei prossimi giorni. Ne parleremo presto.