Chi sosterrà i costi di un possibile ritorno dell’Italia all’energia nucleare? A questa domanda non ha ancora risposto nessuno. L’unico a essersi posto il problema è "The Wall Street Journal". Il quotidiano Usa ha scritto chiaro e tondo che, con un debito pubblico di 1.624 miliardi di euro, lo Stato italiano non può permettersi di sostenere gli investimenti nei reattori atomici. La questione, dunque, ancora prima che politica (esistono ancora forti e diffuse resistenze popolari alla reintroduzione del nucleare) è economica.

Si dirà: ma che c’entra lo Stato con il nucleare? L’energia è un settore privatizzato; saranno le società di produzione elettrica a porsi il problema della convenienza del nucleare. Ora, a parte che l’Enel è tuttora controllato dallo Stato, quante e quali imprese sono realmente interessate a costruire oggi delle centrali atomiche considerato che per l’entrata in funzione dei reattori di quarta generazione si stima occorrano almeno 25 anni?

Tecnicamente l’Enel è pronto a partire, ha commentato a caldo il suo amministratore delegato, Fulvio Conti, riconfermato proprio qualche giorno fa al vertice della società. Ma per andare dove?  Sull’Enel pesa un indebitamento totale che, secondo l’indagine di R&S-Il Sole 24 Ore, ha superato a fine 2007 i 60 miliardi di euro a causa della recente acquisizione del controllo della spagnola Endesa. Per di più, a partire dal 2010, il gruppo Acciona potrà esercitare il suo diritto d’opzione per vendere all’Enel la sua quota di minoranza in Endesa. L’esposizione finanziaria del gruppo italiano è dunque destinata ad aumentare.

Potrà l’Enel, in queste condizioni, addossarsi l’onere di ulteriori investimenti per realizzare alcune centrali atomiche?  Nutrire qualche dubbio al riguardo è più che lecito. L’ipotesi di una qualche forma d’intervento pubblico a sostegno di questo piano di rinascita nazionale del nucleare non è del tutto campata in aria (Unione europea permettendo).