Non sono solo i carri armati le armi di cui dispone Vladir Putin per piegare a sé l'Ucraina, paese cerniera tra Russia ed Europa occidentale per il trasporto del gas naturale dai giacimenti della Siberia più remota, dove si estrae in grandi quantità, ai mercati di sbocco di paesi come l'Austria, la Germania, l'Italia. C'è un'arma meno distruttiva eppure altrettanto temibile che Mosca brandisce dal momento in cui le sue truppe hanno invaso la Crimea: l'energia. 


L'Ucraina per i suoi consumi di metano dipende dalle importazioni dalla Russia e può essere messa economicamente in ginocchio con una semplice decisione di Gazprom, il gigante industriale del gas, che oggi vale quanto un'armata rossa. Gazprom è quotata in Borsa, ha un consiglio di sorveglianza, un consiglio d'amministrazione, sulla carta è una società indipendente. Nei fatti è però il Cremlino a deciderne le sorti, a guidarne le strategie, le scelte industriali. Il suo boss, Alexey Miller, fa parte da sempre della cerchia dei fedelissimi di Putin, da cui prende gli ordini.
Anche in questa circostanza i vertici di Gazprom sembrano rispondere ad ordini militari. A pochi giorni dall'invasione della Crimea, hanno informato Naftogaz, la compagnia di Stato di Kiev, di avere annullato lo sconto sul prezzo del gas che il deposto presidente ucraino, Viktor Yanukovich, era riuscito a ottenere in dicembre. L'Ucraina fino a quel momento aveva pagato il gas russo a un prezzo di circa 400 dollari per mille metri cubi in seguito allo sciagurato accordo che era stato negoziato direttamente con Putin, nel gennaio 2009, dall'allora primo ministro Yulia Tymoshenko. Era un prezzo esorbitante, ancora più alto di quello pagato dalle compagnie europee occidentali, imposto con il chiaro intento di piegare l'Ucraina, impedirle qualsiasi percorso di avvicinamento all'Unione europea, costringerla ad una totale integrazione politica ed economica con la Russia. Il prezzo era stato poi rinegoziato e ridotto a 268,5 dollari per mille metri cubi alla fine dello scorso anno dopo che Yanukovich aveva dato ampie prove di fedeltà alla Russia, dove non a caso è fuggito. Adesso Gazprom con un atto d'imperio lo riporta a 400 dollari, come se i contratti che regolano il prezzo del gas fossero carta straccia. O Yanukovich aveva ottenuto lo sconto sulla parola, il che è assai improbabile, oppure siamo di fronte a una prova di forza: il gas come arma di ricatto e di convincimento verso un'economia sull'orlo del collasso che cerca di sganciarsi da Mosca per trovare rifugio nell'Unione europea.
Non solo Putin considera illegittima la decisione del parlamento ucraino di destituire Yanukovich, non solo ha invaso la Crimea, ma ha già puntato gli occhi anche sul Donbass, la regione dell'Ucraina ricca di carbone e di industrie pesanti. Un quarto del carbone estratto nel bacino del Donbass va alla Russia, ma grandi quatitativi per un ammontare superiore al miliardo di dollari finiscono anche in Italia. L'industria metallurgica del Donbass realizza anche i tubi per i gasdotti.  Ancora una volta l'obiettivo finale è l'energia, il controllo delle fonti e delle infrastrutture di trasporto, sono i rapporti di forza con i grandi paesi europei sempre più dipendenti dalle forniture russe di gas.
Alla conferenza stampa trasmessa in diretta tv da Mosca, Vladimir Putin  non ha battuto ciglio alle domande dei giornalisti occidentali. E' stato sprezzante. "Non vogliono venire al G8" ha detto, riferendosi alla decisione dei paesi membri di boicottarne i lavori preparatori? "E non vengano". Come dire: chi se ne frega?