La parte centrale delle memorie di Graziano Verzotto – "Dal Veneto alla Sicilia", La Garangola – è dedicata alla nascita del gasdotto algerino, l'infrastruttura sottomarina che collega il Nord Africa alla Sicilia e rifornisce tuttora l'Italia di metano. Tutto nasce dalla nomina di Verzotto a presidente dell'Ente minerario siciliano (Ems), dove la Regione siciliana aveva raggruppato le attività zolfifere dell'Isola, in crisi per la concorrenza dello zolfo prodotto dalla raffinanzione del petrolio.

Nel 1967 Verzotto si dimette da senatore, tronca il rapporto con l'Eni, al cui vertice dopo la morte di Mattei è subentrato Eugenio Cefis, per assumere l'incarico di numero uno dell'Ems e rilanciare l'industria siciliana dello zolfo, che occupa migliaia di persone.  Alla presidenza della Regione è approdato nel frattempo Franco Coniglio, che a differenza del suo predecessore, Giuseppe D'Angelo, ha rotto i rapporti con l'Eni. Verzotto immagina uno sviluppo industriale autonomo della Sicilia basato sull'accesso a fonti di energia a basso costo provenienti dal Sud del mondo; fonti  competitive con il metano estratto dall'Eni in Val Padana, dove l'ente fondato da Mattei ha ottenuto dal governo il monopolio dello sfruttamento (che sarà abolito solo negli anni '90 con la privatizzazione del gruppo petrolifero). "L'idea era senz'altro ottima – ricorda Verzotto nel libro – perché avrebbe permesso all'industria siciliana di sganciarsi dalla pesante ed interessata tutela dell'Eni".  Queste parole sono una dichiarazione di guerra contro l'Eni, ossia contro Cefis, il quale non ha alcuna intenzione di vedere scalfito il monopolio nel gas naturale. Per di più, nel tentativo illusorio di tirare fuori delle secche l'Ente minerario, Verzotto stringe un'alleanza nella petrolchimica con la Sir di Nino Rovelli, concorrente diretto della Montedison e quindi ancora una volta di Eugenio Cefis; il quale, dopo avere scalato con i soldi dell'Eni il gruppo nato dalla fusione tra Montecatini e Edison, ne ha anche assunto la guida. 
In un colpo solo Verzotto si mette contro i due maggiori potentati economici dell'Italia dell'epoca: Eni e Montedison. La tensione comincia a salire con la costituzione della Sonems, una società per lo studio di fattibilità di un gasdotto sottomarino tra l'Algeria, la Tunisia e la Sicilia, in cui Verzotto imbarca la Sonatrach, il gruppo petrolifero di Stato algerino. Anche se nella Sonems sono presenti con quote minori il Banco di Sicilia e la Snam, del gruppo Eni, è  Verzotto a condurre il gioco. L'uomo fa maledettamente sul serio e incarica il colosso statunitense Bechtel di progettare l'infrastruttura. Grazie al metano algerino crede di poter sviluppare un'industria petrolchimica, alternativa a quella di Eni e Montedison, che valorizzi i minerali estratti dal sottosuolo dell'isola, tra cui zolfo e sali potassici.  Ma è una pia illusione.  Nel gennaio 1975 Verzotto sfugge in modo fortunoso a un tentativo di sequestro di persona e mentre è ancora in ospedale per curarsi delle ferite provocate dalla colluttazione con i sequestratori riceve un avviso di comparizione dai magistrati di Milano Guido Viola e Ovilio Urbisci, che indagano sul crack Sindona. I magistrati scoprono che negli istituti di credito del bancarottiere proveniente da Patti, proprio in prossimità del dissesto, sono affluiti ingenti quantitativi di denaro pubblico da parte di società come Finmeccanica e di enti come la Gescal e l'Ems di Verzotto. A questi enti e società di Stato, che hanno i propri conti presso la Banca Privata Finanziaria e la Banca Unione, Sindona versa due tipi di interessi: uno ufficiale, che incassano l'ente e le società depositanti, e uno in "nero", che attraverso assegni circolari intestati a persone di comodo finisce nelle tasche di politici e manager. In particolare, sul deposito dell'Ente minerario siciliano sono stati corrispoti  interessi in "nero" per 70 milioni di lire, parte dei quali sarebbero stati dirottati in Svizzera su conti cifrati riconducibili a Verzotto o consegnati in contanti a lui medesimo. Verzotto è inoltre accusato d'interesse privato in atto d'ufficio per un altra somma, di due miliardi e mezzo di lire, che l'Ente minerario siciliano ha in deposito su un conto del Banco di Milano di cui lo stesso Verzotto è presidente. Il deposito è parte di un finanziamento della Regione siciliana per una raffineria a Licata che l'Ente minerario non riuscirà mai realizzare per il fuoco di sbarramento di Cefis.
Nel maggio del 1976 il Tribunale di Milano condanna per peculato Verzotto, a quattro anni e sei mesi di reclusione, assolvendolo dal reato di interesse privato, lo interdice a vita dai pubblici uffici e impone a lui e alle altre due persone giudicate colpevoli (il direttore generale e quello amministrativo dell'Ems) la restituzione dei 70 milioni di lire di fondi neri. Verzotto, però, è già al sicuro, a Parigi ("La capitale francese, da sempre ospitale con gli esuli, mi aprì le porte"), dove vivrà in assoluta libertà. Partecipa alla fondazione del partito di Chirac, stringe rapporti di amicizia con uomini della pubblica amministrazione e delle forze dell'ordine, tra cui un uomo di spicco della polizia francese, monsieur Vincensini, di lontane origini italiane; incontra amministratori pubblici provenienti dalla Sicilia. E intanto prepara nuove memorie difensive per cercare di risolvere al meglio i suoi problemi con la giustizia.
A salvarlo definitivamente è il condono del 1998, che fa cadere la condanna per i fondi neri. Il 15 luglio del 1991, dopo che gli è stato restituito il passaporto, ritorna in Italia alla chetichella senza aver fatto un giorno di galera. Ma cosa è successo nel frattempo all'intesa con la Sonatrach?
Con l'uscita di scena di Verzotto, i velleitari piani di sviluppo dell'Ems non hanno più gambe per camminare, e il progetto di gasdotto con l'Algeria passa sotto il controlo dell'Eni. Dapprima la compagnia italiana prospetta un'ipotesi alternativa – il trasporto del gas algerino con navi metaniere fino al porto di Livorno – e revoca il progetto algerino sollevando il problema della sicurezza degli approvvigionamenti e delle eccessive pretese del governo della Tunisia sui diritti di transito dell'infrastruttura. Ma una parte del parlamento italiano insorge contro questa decisione. Nel febbraio del 1977 nell'aula di Montecitorio si svolge un acceso dibattito. L'Eni è costretto a riprendere in considerazione il metanodotto con l'Algeria e a riaprire i negoziati con la Sonatrach e il governo tunisino. Alla fine l'opera sarà realizzata, ma la Sicilia sarà solo il punto d'approdo della pipeline sottomarina. Il gas algerino sarà infatti distribuito e venduto per l'intera penisola, al pari di quello russo, attraverso la rete di metanodotti nazionale dell'Eni.

III E ULTIMA PUNTATA