Uno dei capitoli più interessanti delle memorie di Graziano Verzotto è quello sulla fine di Enrico Mattei, il fondatore dell'Eni morto nell'ottobre del 1962 nella sciagura aerea di Bascapè, mentre era di ritorno dalla Sicilia.


L'ex segretario della Dc siciliana degli anni '60, poi eletto presidente dell'Ente minerario, sembra sposare sia pure con cautela la frase pronunciata da Amintore Fanfani nel 1986, al congresso di Salsomaggiore dei partigiani cattolici, secondo cui l'abbattimento dell'aereo sarebbe stato "il primo gesto terroristico nel nostro paese". "Probabilmente Fanfani aveva ragione – chiosa Verzotto, che nel '62 era anche responsabile delle pubbliche relazioni dell'Eni in Sicilia -, ma se atto terroristico fu, sono convinto che esso non sia stato opera di agenti stranieri, ma di operatori italiani". Precisa: "Mattei aveva tanti nemici anche in Italia, in primis tutti quelli che si erano opposti in ogni modo all'istituzione dell'Eni e che consideravano il nostro personaggio un ostacolo all'affermazione dei loro interessi". E conclude: "La matassa è davvero ingrabugliata e , mi sembra, ancora ferma al livello di ipotesi, ciascuna non suffragata da prove tali da escludere e da fugare ogni dubbio". E' davvero sorprendente questa affermazione di Verzotto del 2009, perché in un'intervista di Tony Zermo per il quotidiano "La Sicilia" del 10 febbraio 2003 sembrava fosse più propenso alla tesi dell'incidente.
Nel libro Verzotto parla di un altro particolare importante. Dice che "Mattei dovette promettere che si sarebbe recato a Gagliano per tranquillizzare personalmente gli abitanti del luogo".  A Gagliano Castelferrato, paese della provincia di Enna, il gruppo "del cane a sei zampe" aveva scoperto un giacimento, poi rivelatosi deludente, che sul momento aveva aperto prospettive occupazionali e acceso grandi speranze tra gli abitanti del luogo. A un certo punto s'era sparsa la voce che l'Eni non volesse più investire in quel ritrovamento e l'allora presidente della Regione siciliana, Giuseppe D'Angelo, aveva chiamato Mattei invitandolo con insistenza a ritornare nell'Isola, dove era già stato in visita poco tempo prima, per calmare la popolazione in rivolta. In realtà non c'era alcuna rivolta a Gagliano Castelferrato, la cui cittadinanza riservò anzi a Mattei un'accoglienza calorosissima e al suo discorso improvvisato da un balcone applausi scroscianti. Se è vero che l'aereo di Mattei fu sabotato – e l'inchiesta di Pavia condotta dall'ex sostituto procuratore Vincenzo Calia ha cancellato ogni dubbio al riguardo -, l'invito pressante a recarsi nell'ennese fu l'espediente per attrarlo nella trappola che lo avrebbe condotto alla morte. Proprio in quel periodo Mattei aveva ricevuto varie minacce di morte, tra cui quella dell'Organizzazione dell'armata segreta francese, che osteggiava l'indipendenza dell'Algeria, e gli uomini della sicurezza nonché i suoi stessi familiari gli avevano suggerito di non affrontare quel viaggio in Sicilia.
Verzotto ricorda che "nessuno sapeva della venuta di Mattei a Gela" il 26 ottobre 1962, "dato che il presidente dell'Eni, per ovvi motivi di sicurezza, non diceva nulla a nessuno circa i suoi spostamenti" e aggiunge che fu lo stesso Mattei a volere che l'aereo non fosse lasciato incustodito nella pista di Gela ma fosse portato a Catania.
Verzotto racconta anche l'episodio che innescò la caduta del governo regionale siciliano presieduto da Silvio Milazzo, l'uomo politico di Caltagirone (il paese di don Sturzo e Mario Scelba) che cacciò la Dc all'opposizione, costituendo un nuovo partito cattolico siciliano e assicurandosi i voti di Psi, Msi e Pci. La giunta Milazzo, come del resto oggi la giunta di Raffaele Lombardo, contava su una maggioranza risicata e sull'appoggio esterno dei comunisti. Segretario regionale della Dc, in quegli anni, era D'Angelo; vicesegretario era Verzotto. "Insieme studiammo la strategia migliore per mandare a casa Milazzo e la sua giunta". Prima riescono a far dimettere da vicepresidente della Regione il barone Benedetto Majorana della Nicchìara, promettendogli l'appoggio per la presidenza. Quindi preparano l'esca nella persona di un deputato eletto nella lista democristiana della provincia di Messina, Carmelo Santalco. Questi fa sapere a Milazzo, proprio alla vigilia di un decisivo voto di fiducia, di essere disposto al salto della quaglia in cambio della carica di assessore e di una bustarella da 100 milioni di lire. Milazzo abbocca e manda i suoi uomini all'appuntamento con Santalco perché gli siano consegnati i soldi. Ma il mattino seguente, dinanzi all'assemblea di Palazzo dei Normanni, piuttosto che dichiarare fedeltà al governo, Santalco vuota il sacco. Lo scandalo travolge Milazzo.
Sull'assunzione del boss Giuseppe Di Cristina alla Sochimisi, che faceva capo all'Ente minerario siciliano, Verzotto scarica ogni responsabilità sull'ex repubblicano Aristide Gunnella, che sedeva nel consiglio d'amministrazione della società in questione. Conferma di essere stato sollecitato da "una delegazione democristana di Caltanissetta" all'assunzione del capomafia di Riesi, ma di aver opposto un deciso rifiuto. Il via libera, secondo Verzotto, sarebbe venuto da Gunnella, anche se non è chiaro come si possa imporre un'assunzione al consiglio avendo contro il presidente dell'Ente. Verzotto aggiunge di aver successivamente ricevuto una visita di Di Cristina, che era andato a trovarlo per chiedergli una promozione, e di aver discusso con lui in quella circostanza della scomparsa di Mauro De Mauro, il giornalista del quotidiano "L'Ora" che aveva svolto un'inchiesta per conto del regista Francesco Rosi sui due giorni trascorsi da Mattei in Sicilia prima di morire. "Ricordo che gli chiesi un parere sulla scomparsa del giornalista Mauro De Mauro. Il boss non ebbe esitazioni e mi disse che De Mauro, con i suoi articoli sul traffico della droga ed il contrabbando di sigarette, era andato oltre, mandando a monte più di un'operazione. E questo la mafia non l'aveva tollerato". Verzotto fu tra quelli che De Mauro incontrò nel corso della sua inchiesta. Fu proprio Verzotto a suggerirgli di incontrare l'avvocato Vito Guarrasi (eminenza grigia del potere in Sicilia e lontano cugino di Enrico Cuccia), il quale aveva lavorato con Eugenio Cefis al progetto del petrolchimico di Gela, era stato consigliere economico di Milazzo ed era stato nominato da Mattei suo consulente.
Non poteva mancare nel libro un capitolo su Michele Sindona e sul fondo nero costituito dall'Ente minerario presso la Banca Privata Italiana. Fu l'ispezione di Banca d'Italia nell'impero sindoniano a metterne in luce l'esistenza. Questi fondi provenivano dall'extra-interesse che Sindona riconosceva a coloro che effettuavano nel suo istituto di credito un deposito di una certa rilevanza. Verzotto, che fu per questo condannato assieme ad alcuni dirigenti dell'Ente minerario, ammette  a proposito di fondi neri "che la loro esistenza non era un mistero per nessuno. Tutti gli enti, pubblici o privati, se vogliamo essere sinceri, ne facevano ampio uso per finanziare i partiti, nessuno escluso".
FINE DELLA II PARTE