Dovrebbe essere un'Opa, un'offerta pubblica di acquisto, a determinare l'esito della vicenda Parmalat, la società lattiera guidata da Enrico Bondi, di cui la Lactalis detiene attualmente, in modo diretto e indiretto, il 29% del capitale.


Sia che il controllo azionario vada ai francesi, sia che finisca a una cordata italiana alla cui formazione sta lavorando in questi giorni Intesa Sanpaolo, una cosa è  essenziale: che il passaggio di mano non sia un beneficio solo per pochi. Ancora prima e al di là della difesa dell'italianità della Parmalat, questo è l'aspetto più importante della questione.

I danneggiati del crack sono stati i risparmiatori, i 123mila piccoli investitori che aderirono al concordato speciale che permise la trasformazione dei crediti in azioni e la quotazione in Borsa nel 2005 della nuova Parmalat e con loro tutti i risparmiatori che non aderirono al concordato o che vendettero le obbligazioni di Collecchio quando erano già carta straccia, dopo l'insolvenza, a banche e hedge fund. Sono questi i soggetti da risarcire oggi, a distanza di otto anni dal dissesto. E l'unico modo per farlo è di imporre un'operazione di mercato. E' auspicabile da questo punto di vista che una cordata nazionale si aggreghi e annunci al più presto un'offerta al mercato e che il parlamento si sbrighi a emendare il decreto anti-scalate da poco varato, con un provvedimento che abbassi la soglia che fa scattare l'obbligo dell'Opa (attualmente del 30%). Su un provvedimento del genere è possibile una comunanza d'intenti tra maggioranza e opposizione.

Di fronte a un'Opa, a Lactalis non resterebbero che due possibilità: rilanciare o ritirarsi. In ogni caso i risparmitori beneficerebbero dell'aumento delle quotazioni della Parmalat. Dev'essere questo l'obiettivo prioritario del governo e non la mera difesa del cosidetto interesse nazionale, che non è altro che la somma di interessi particolari. La Lega è per esempio preoccupata che il passaggio di Parmalat ai francesi danneggi gli allevatori del Nord, che rappresentano un suo bacino elettorale, come dimostra la strenua difesa degli evasori delle quote latte da parte del Carroccio. Timori analoghi emergono dal mondo cattolico, storicamente molto attivo nel settore dell'agricoltura e della zootecnia.

Va bene dichiarare strategico l'agroalimentare. Meglio sarebbe stato pensarci qualche anno fa, quando fallì la Federconsorzi. O l'Iri presieduto da Romano Prodi privatizzò la ex Sme, cedendone a Sergio Cragnotti la Cirio-De Rica e a Unilever la Bertolli. O quando due grandi imprese private come Galbani e Buitoni presero la via dell'estero nell'indifferenza generale. O quando la ex Montedison cedette il colosso dello zucchero Eridania-Beghin Say e le attività negli olii e nella soia.  Adesso, dopo un quarto di secolo, siamo ancora qui a parlare di interessi strategici nell'agroalimentare. La Parmalat deve restare in mani italiane? D'accordo. Purché ciò avvenga in modo equo e trasparente e a vantaggio di tutti gli azionisti della società. Grandi e piccoli.