Ripropongo un mio articolo pubblicato dal mensile "IL" (gruppo Il Sole-24 Ore) del dicembre 2008

La tragica fine di Enrico Mattei, morto nel disastro aereo di Bascapè il 27 ottobre 1962, resta un grande mistero italiano. Le opinioni sulle cause della sciagura continuano a divergere nonostante un’inchiesta della Procura di Pavia, avviata nel 1994, chiusa nel 2003 e archiviata nel 2005, abbia stabilito che il Morane Saulnier della Snam partito dall’aeroporto di Catania, su cui viaggiava il presidente dell’Eni, fu sabotato. Eppure si continua a battere sulla tesi dell’incidente, le cui cause andrebbero ricercate nel maltempo che imperversava quella sera su Linate e in un errore di manovra del pilota, Irnerio Bertuzzi, nella fase di avvicinamento alla pista. A questa conclusione  approdò con sorprendente celerità la commissione d’inchiesta istituita dall’allora ministro della Difesa Giulio Andreotti. Ma questa è anche la convinzione di autorevoli esponenti del mondo Eni come Marcello Colitti, ex top manager del gruppo, biografo di Mattei, suo grande estimatore e uomo di indiscussa statura morale. Quindi persona al di sopra di ogni sospetto.

Colitti ha sempre escluso che Mattei possa essere stato assassinato. L’ipotesi che i mandanti di un possibile sabotaggio del velivolo fossero da ricercare tra le “sette sorelle” del petrolio non regge – a suo avviso – perché già nel 1962 il fondatore dell’Eni aveva allo studio un’intesa con le major americane ed era in procinto di partire per gli Usa per un incontro con il Presidente, John Fitzgerald Kennedy, e il conferimento di una laurea ad honorem alla Stanford University. Questa fu anche la tesi di Paul Frankel, uno dei maggiori esperti di petrolio dell’epoca, che era stato a lungo consulente dell’Eni. Eppure in tutti questi anni sono emersi fatti nuovi sulle cause del disastro in cui perse la vita anche William Mc Hale, il corrispondente dell’ufficio romano di “Life”, che era al seguito di Mattei in Sicilia per un reportage.
Le indagini di Pavia, scaturite dalle confessioni di Tommaso Buscetta e di un pentito della “Stidda” di Gela, Gaetano Iannì, hanno messo un punto fermo. “Deve ritenersi…acquisita la prova che l’aereo a bordo del quale viaggiavano Enrico Mattei, William Mc Hale e Irnerio Bertuzzi venne dolosamente abbattuto nel cielo di Bascapè la sera del 27 ottobre 1962”, scrisse il pubblico ministero Vincenzo Calìa. “L’indagine tecnica confortata dalle testimonianze orali e dalle prove documentali…ha infatti permesso di ritenere inequivocabilmente provato che l’I-Snap (nome in codice dell’aereo, ndr) precipitò a seguito di un’esplosione limitata, non distruttiva, verificatasi all’interno del velivolo”. E ancora: “Come è già stato dimostrato il mezzo utilizzato fu una limitata carica esplosiva probabilmente innescata dal comando che abbassava il carrello”.
La programmazione e l’esecuzione dell’attentato furono complesse e coinvolsero, scrive Calìa, “…uomini inseriti nello stesso ente petrolifero e negli organi di sicurezza dello Stato con responsabilità non di secondo piano. Tale coinvolgimento trova conferma nei depistaggi, nelle manipolazioni, nelle soppressioni di prove e di documenti, nelle pressioni, nelle minacce e nell’assoluta mancanza, in ogni archivio, di qualsiasi documento relativo alle indagini e agli accertamenti sulla morte di uno dei personaggi più eminenti nel quadro economico e politico dell’epoca”. E più avanti: “E’ facile arguire che tale imponente attività, protrattasi nel tempo, prima per la preparazione e l’esecuzione del delitto e poi per disinformare e depistare, non può essere ascritta…esclusivamente a gruppi criminali, mafiosi, economici, italiani e stranieri, a “sette […o singole] sorelle” o servizi segreti di altri Paesi, se non con l’appoggio e la fattiva collaborazione…di persone e strutture profondamente radicate nelle nostre istituzioni e nello stesso ente di Stato petrolifero, che hanno conseguito ordini o consigli, deliberato autonomamente o col consenso e il sostegno di interessi coincidenti, ma che, comunque, da quel delitto hanno conseguito diretti vantaggi”.
Concludeva il magistrato: “Le prove orali documentali e logiche raccolte…non permettono l’individuazione degli esecutori materiali né, per quanto concerne i mandanti, possono condurre oltre i sospetti e le illazioni…di per sé inadeguati non soltanto a sostenere richieste di rinvio a giudizio, ma anche a giustificare l’iscrizione di singoli nominativi sul registro degli indagati”.
Delitto in cerca d’autore, dunque, come i sei personaggi della commedia di Pirandello. Così l’accusa chiuse il caso, chiedendo e ottenendo dal giudice l’archiviazione delle indagini. Una scelta che alcuni – Colitti tra questi – continuano a ritenere strampalata in base all’assunto che se crimine c’è dev’esservi anche un criminale che l’abbia commesso.
Al contrario non nutre riserve sull’indagine l’ex presidente di Agip Petroli Giuseppe Accorinti, che ebbe un rapporto personale con Mattei. Nel libro “Quando Mattei era l’impresa energetica – Io c’ero” egli ringrazia il “coraggioso e valoroso” magistrato e gli dà atto di aver gestito l’indagine “…con grande professionalità e soprattutto con rara e apprezzata discrezionalità”.
In effetti, senza che nulla trapelasse, sfilarono come testimoni nell’ufficio di Calìa, accanto a gente comune: i vertici delle istituzioni; sottufficiali e alti ufficiali dei servizi, dei Carabinieri e dell’aeronautica militare; politici; i parenti di Mattei; i familiari di Mauro De Mauro, il giornalista del quotidiano “L’Ora” di Palermo scomparso mentre indagava sugli ultimi due giorni di Mattei in Sicilia; Eugenio Cefis, che dopo aver preso il posto di Mattei aveva scalato la Montedison e ne aveva assunto la presidenza, lasciando l’Eni; nonché personaggi come Vito Guarrasi, il potente e ambiguo avvocato palermitano, lontano cugino del banchiere Enrico Cuccia, che partecipò all’armistizio di Cassibile.
Le perizie sui frammenti metallici che furono estratti dai resti anatomici di Mattei e Bertuzzi dopo la loro esumazione e le analisi  sulle viti di un piccolo strumento fissato al cruscotto dell’areo, l’”indicatore triplo”, che il capo del magazzino centrale della Snam aveva portato a casa e conservato, permisero di rilevare su questi oggetti tracce riconducibili a un’esplosione provocata da un ordigno di qualche decina di grammi forse nascosto nella parte sinistra della cabina di pilotaggio, dov’era ai comandi Bertuzzi. Il magistrato precisò che la carica di esplosivo era collegata all’interruttore di comando dei carrelli, che il pilota aveva già provveduto ad azionare dopo l’ultima comunicazione con la torre di controllo di Linate, alle 18,57. L’esplosione mise fuori uso la strumentazione di bordo, frantumò il tettuccio, il parabrezza, i finestrini del Morane Saulnier, stordì e invalidò il pilota e i passeggeri.
Il velivolo precipitò su un campo allagato dalle piogge, conficcandosi nel terreno dopo una strisciata di sei metri. La maggior parte dei rottami con i due reattori furono trovati interrati nella buca che l’aereo aveva scavato nel violentissimo impatto con il suolo fangoso. Decine di persone fecero in tempo a udire il rombo forte e anomalo di un aereo che volava a bassissima quota, ad alzare gli occhi e a scorgere un bagliore improvviso nel cielo, seguito da una pioggia di particelle in fiamme.
Il primo a parlare di una palla di fuoco in cielo che si frantumava in stelle filanti fu Mario Ronchi, un agricoltore che abitava in una cascina in località Albaredo, a 300 metri dal punto d’impatto dell’aereo. Ronchi rilasciò a caldo queste dichiarazioni a un giornalista televisivo della Rai. Ma davanti alla commissione d’inchiesta ritrattò. Calìa appurò che l’agricoltore, in cambio del silenzio, aveva goduto per tutti questi anni di benefici economici, tra cui l’assunzione della figlia, Giovanna, per sedici anni in una società riconducibile  a Cefis, la Pro.De. E scoprì che la parte sonora del nastro che era stato utilizzato per le riprese della Rai risultava cancellata proprio nel punto in cui Ronchi descriveva la dinamica dell’accaduto. La verità emerse dall’esame labiale delle immagini video nonostante l’agricoltore si ostinasse a negare, davanti al magistrato, ciò che aveva visto quella sera.
Le testimonianze di quanti avevano visto ed erano accorsi ad Albaredo indicarono in modo concorde circostanze che la commissione ministeriale, presieduta dal generale dell’aeronautica Ercole Savi, aveva trascurate o ignorate. A parte la conferma che la ruota sinistra dell’aereo era stava ritrovata intatta a circa cento metri dal relitto e che altri rottami si trovavano a decine di metri dal corpo dell’aereo, quasi tutti i testimoni riferirono di aver visto brandelli di carne umana e piccoli parti incandescenti o fuse del velivolo, ancora fumanti, sparse nel raggio di 300-400 metri dal relitto, di avere visto altri brandelli di carne e i resti di un braccio penzolare dalle cime dei pioppi e di aver notato che gli alberi intorno al relitto non a
vevano preso fuoco a riprova del fatto che il Morane Saulnier non esplose a terra ma in volo e che le fiamme sulla coda dell’aereo, che fuoriusciva dal terreno, erano alimentate dal kerosene riversatosi per la rottura del serbatoio.
“Il ritrovamento di resti umani e parti dell’aereo così distanti dal relitto non si concilia con l’incidente”, spiega un esperto di munizioni, esplosivi e disastri al quale abbiamo mostrato il materiale dell’inchiesta di Pavia, comprese le centinaia di foto scattate in quel di Bascapè la mattina del 28 ottobre 1962. Questa fonte, che ha accettato di parlare in cambio dell’anonimato, s’è occupata come consulente dell’autorità giudiziaria di una clamorosa sciagura aerea. Dice: “Quando l’aereo precipita per un incidente, i corpi hanno la stessa velocità di caduta del velivolo e il loro smembramento avviene con l’impatto. Nel nostro caso, invece, brandelli di carne sono stati ritrovati anche nei due reattori, come conferma la relazione dei vigili del fuoco. I corpi arrivarono dunque a terra già smembrati. Solo un’esplosione in aria può aver generato un movimento laterale di pezzi dell’aereo e di resti umani. L’esplosione, infatti, provoca un cono di frammenti, mentre la caduta non genera movimento laterale se non per fortuiti rimbalzi che nel caso in questione non poterono esservi perché il velivolo precipitò in un pantano di fango. Il carrello ritrovato lontano si sarebbe dovuto infossare con la fusoliera”. Ed è possibile individuare tracce di esplosivo a oltre trent’anni di distanza? “Si – aggiunge – perché i residui incombusti di un’esplosione sono chimicamente molto stabili  e resistono persino per molti anni al lavaggio dell’acqua”.
Le particelle incombuste avrebbero dovuto essere ricercate, subito dopo il disastro, sui resti dell’aereo e sui frammenti conficcati nei corpi, ma la commissione ministeriale aveva fretta di chiudere l’inchiesta. Il direttore dell’Istituto di medicina legale, Tiziano Formaggio, riferì che i resti anatomici di Mattei, Bertuzzi e Mc Hale furono portati in laboratorio già “detersi” del fango e, siccome si dava per scontato l’incidente, non furono fatti accertamenti per stabilire se la causa delle lesioni fosse da attribuire a deflagrazione in volo. A questa versione aderì anche l’allora presidente del consiglio Amintore Fanfani. Non solo: dal Tribunale di Pavia, che chiuse la prima inchiesta sul disastro nel 1966 con un “non luogo a procedere per insussistenza del fatto”, la Snam ebbe restituiti su sua richiesta i resti del velivolo, di cui si disfece dopo averli lavati e fusi.
Da qualsiasi lato lo si osservi, il delitto Mattei appare come una delle prime e più  grandi azioni di depistaggio e disinformazione nella storia della Repubblica. Non a caso fu scritto che con la morte del fondatore dell’Eni mezza Italia continuò a ricattare per decenni l’altra metà. Per il politologo Giorgio Galli la tragedia di Bascapè si colloca nell’ambito della strategia della tensione e del patto scellerato mafia-politica che avrebbe portato alla fuga dal carcere del boss Luciano Liggio nel 1969, nell’imminenza della strage di Piazza Fontana e della sua preparazione, e spianato la strada all’affermazione dei “corleonesi” in Cosa Nostra.
La collaborazione di Cosa Nostra al sabotaggio del Morane Saulnier parcheggiato a Fontanarossa sarebbe arrivata dal boss di Riesi Giuseppe Di Cristina, che era molto vicino a Graziano Verzotto, il segretario regionale della Dc, responsabile delle relazioni esterne dell’Eni nell’Isola, che sarebbe stato nominato presidente dell’Ente minerario siciliano.
Mattei era restìo ad andare in Sicilia perché ne era appena tornato. Le minacce di morte che aveva ricevuto – tra cui quelle dell’Oas, l’Organizzazione dell’armata segreta, che  perseguiva il mantenimento della presenza coloniale francese in Algeria – lo avevano reso cauto.
 A convincerlo a ripartire per Gagliano Castelferrato, un Comune dell’ennese in cui l’Eni aveva trovato metano, furono le insistenze del presidente della Regione siciliana, Giuseppe D’Angelo. Questi disse a Mattei che la sua presenza a Gagliano era necessaria per calmare gli abitanti insorti nel timore che l’Eni non volesse realizzare gli investimenti promessi. Mentiva. Mattei ricevette un’accoglienza entusiastica, il suo discorso fu un trionfo.
In realtà, come appurerà De Mauro, incaricato dal regista Franco Rosi, che stava girando “Il caso Mattei”, di ricostruire gli ultimi giorni di vita del presidente, il viaggio in Sicilia si rivelò una trappola mortale: servì ad attirare Mattei nell’Isola, a costringerlo a spostare l’aereo da Gela a Catania, dove qualcuno lo avrebbe sabotato, e ad anticipare la partenza dalla sera al pomeriggio del 27 ottobre. Invitato ripetutamente da Mattei ad accompagnarlo nel volo di ritorno a Milano, D’Angelo oppose sempre un fermo rifiuto.
Intorno a questo rifiuto verso  un uomo potente come Mattei si arrovellò De Mauro, sbobinando i discorsi di Gagliano. Mattei aveva surrogato la politica estera del Governo, scompaginato i giochi delle major petrolifere, disturbato gli interessi degli Stati Uniti e dell’Alleanza Atlantica per le sue posizioni terzomondiste e le sue aperture all’Urss e agli Stati mediorientali; esercitava una forte influenza su chi avrebbe dovuto controllarlo, il ministro delle Partecipazioni statali Giorgio Bo; aveva un forte ascendente su Giovanni Gronchi, Presidente della Repubblica, ruolo al quale sembrava aspirasse; aveva creato dal nulla la corrente democristiana di Base, guidata da Giovanni Marcora. E con la forza e il denaro dell’Eni alimentava la politica, i partiti. E a differenza degli altri lo dichiarava.
Per alcuni, le cause della morte di Mattei sarebbero da ricercare in un accordo con l’Algeria, molto avversato dalle compagnie Usa, che era in preparazione proprio in quei giorni e avrebbe dovuto portare alla partecipazione italo-francese in alcuni giacimenti nel Sahara, alla costruzione di una raffineria italo-algerina e a una consistente fornitura di metano che avrebbe dovuto essere trasportata con un gasdotto via Gilbiterra, Spagna, Francia e Italia. Quando il Morane Saulnier cadde dal cielo di Bascapè, scrisse Italo Pietra, che aveva diretto “Il Giorno”, fondato da Mattei,  mancavano otto giorni all’incontro di Algeri e pochi mesi alla visita di pacificazione negli Usa.
Ma perché Mattei doveva morire? Anche dopo gli accordi con l’Egitto e l’Iran, con cui puntava a spezzare il cartello delle major, Mattei era rimasto un petroliere senza petrolio. Il contratto di approvvigionamento di greggio dall’Urss, economicamente vantaggioso per l'Italia, che aveva sottoscritto nel 1958 urtando gli interessi americani, aveva lo scopo di sopperire alla scarsa o nulla produzione di petrolio nei Paesi in cui il gruppo era riuscito a strappare concessioni minerarie. La storia delle “sette sorelle” mandanti dell’omicidio regge, dunque, fino a un certo punto, anche se è vero che Cefis, dopo la morte di Mattei, lasciò cadere l’accordo con l’Algeria e firmò un’intesa con la Esso per una fornitura di gas dalla Libia tramite navi metaniere. Nel 1962 la fase dello scontro frontale con le major sembrava cessata. L’intervista del 1958 a Cyrus Sulzberger, direttore e editore del “New York Times”, in cui Mattei aveva detto di essere “antiamericano”, “contrario alla Nato”, “neutralista”, era acqua passata. L’incontro con Kennedy, anche in vista della costituzione del governo di centro-sinistra tra Dc e Psi, avrebbe messo tutto a posto. L’ex presidente della Esso Italiana, Giuseppe Cazzaniga, sostenne che nel 1962 tra le compagnie Usa e l’Eni “s’era cominciata a intravedere un’evoluzione positiva dei rapporti” e che Agip e Esso sarebbero potute entrare insieme “nelle raffinerie in Africa”.
Il magistrato di Pavia cercò anche di mettere a fuoco la figura, assai controversa, di Eugenio Cefis. Come scri
ve in una nota agli atti dell’inchiesta il giornalista Pietro Zullino (che per  “Epoca” indagò a fondo sulla scomparsa di De Mauro), Cefis aveva forti cointeressenze nelle raffinerie Sarom di Ravenna e Mediterranea di Gaeta che rifornivano il sistema Nato per l’Europa del Sud e la Sesta flotta e per questo contrastava il progetto di Mattei di trasformare l’Alleanza Atlantica in un cliente dell’Eni. De Mauro potrebbe averlo scoperto nel corso della sua inchiesta.
Cefis, quando Mattei morì, era già fuori dell’Eni. Italo Mattei riferì che il fratello Enrico aveva scoperto il doppio gioco di Cefis con i servizi americani e lo avrebbe costretto, per questo e per via di certi altri affari, alle dimissioni dall’Eni. Ma si tratta di dichiarazioni mai provate.
Cefis risultava legato ai servizi italiani e amico del generale Giovanni Allavena, il comandante del Sifar costretto a lasciare i servizi dopo la scoperta dei famosi fascicoli segreti . In un documento del Sismi redatto su notizie “…acquisite il 20 settembre 1983 da professionisti molto vicini ad elementi iscritti alla loggia P2” – documento anch’esso agli atti di Pavia –, la loggia segreta Propaganda 2 risulterebbe addirittura “…fondata da Eugenio Cefis che l’ha gestita – vi si legge – fino a quando è rimasto presidente della Montedison. Da tale periodo ha abbandonato il timone, a cui è subentrato il duo Ortolani-Gelli, per paura. Sono di tale periodo gli attacchi violenti contro uomini legati ad Andreotti con il quale si giunse ad un armistizio per interessi comuni: lo scandalo dei petroli”. Anche su questo, le informazioni sono prive di riscontri.
Nello stesso tempo, appunta Zullino,  De Mauro potrebbe avere scoperto un'altra storia su Guarrasi, che era consulente dell’Eni e di cui Mattei s’era servito per sostenere nel 1958 il milazzismo, il governo regionale siciliano guidato da Silvio Milazzo e sostenuto da Msi, Pci e Unione Siciliana Cristiano Sociale, il partito nato da una scissione della Dc nell’Isola. L’avvocato Guarrasi, secondo Zullino, aveva fornito alla mafia i piani di costruzione dell’impianto petrolchimico dell’Anic di Gela e la mappa dei terreni su cui avrebbe dovuto essere edificato lo stabilimento, consentendo a Cosa Nostra di acquistare le aree a poco prezzo per rivenderle all’Eni con un guadagno consistente.
Il caso De Mauro scottava se è vero che il giornalista aveva scoperto qualcosa di molto eclatante collegato alla morte di Mattei. Nel novembre 1970, in una riunione tra i vertici dei servizi segreti e i responsabili della polizia giudiziaria, che si svolse a Palermo, fu così deciso l’”annacquamento” delle indagini. Alla riunione era presente il generale Vito Miceli, succeduto il 18 ottobre all’ammiraglio Eugenio Henke al vertice dei servizi. Usò proprio il termine “annacquamento” il commissario di polizia Boris Giuliano nel riferire la circostanza. Giuliano indagava sul caso De Mauro insieme a Bruno Contrada, poi divenuto numero tre del Sisde, ma fu ucciso dalla mafia il 21 luglio 1979. L’anno dopo la scomparsa di De Mauro, nel maggio 1971, era stato invece ammazzato il procuratore capo di Palermo, Pietro Scaglione, che aveva indagato su vari delitti di Cosa Nostra, tra cui il rapimento De Mauro. Le Brigate Rosse provvederanno a eliminare il Procuratore generale di Genova Francesco Coco, che aveva indagato a sua volta su De Mauro e Scaglione. E anche il boss Di Cristina viene tolto di mezzo dai corleonesi nel 1978, pochi giorni dopo l’assassinio di Aldo Moro, dopo che aveva deciso di collaborare con le forze dell’ordine. Contrada sta invece scontando una condanna definitiva a dieci anni per concorso esterno in associazione mafiosa.
Va inoltre registrata la presenza di un elemento di Gladio – Giulio Paver – tra le guardie del corpo di Mattei nel periodo 1960-62. Questi faceva parte del nucleo laziale di Gladio, cui appartenevano anche Lucio e Camillo Grillo. Coincidenza: una delle tre persone che a Fontanarossa s’avvicinarono all’aereo della Snam, mentre Bertuzzi si recava al bar per rispondere al telefono, si qualificò come capitano Grillo.  E – se è vero quanto scrive Nico Perrone nel suo “Obiettivo Mattei” – “preziosi elementi informativi” sul presidente dell’Eni venivano trasferiti alla Cia dal colonnello del Sifar Renzo Rocca, reclutatore per i gruppi “Stay Behind” e “coordinatore di finanziamenti industriali americani e italiani per combattere il comunismo”. Rocca,  morto in circostanze misteriose, teneva i rapporti con il capo della stazione Cia di Roma Thomas Karamessines, che dopo la fine di Mattei – scrive Perrone –  fu richiamato negli Usa per partecipare all’operazione coperta che portò all’individuazione e all’uccisione in Bolivia di Ernesto Che Guevara.  Il 27 ottobre 1962 Karamessines era comunque a Whasington.
 “Chissà, forse l’abbattimento dell’aereo di Mattei più di vent’anni fa è stato il primo gesto terroristico nel nostro Paese, il primo atto della piaga che ci perseguita”. Cosa volle dire Fanfani con questa sorprendente dichiarazione nell’ottobre 1986 al congresso dei partigiani cattolici? Difficile credere che gli fosse scappata di bocca. Ma quando il pm Calìa gli chiede cosa avesse inteso dire aveva già perso la memoria. 
Fanfani doveva sapere molte cose sulla fine di Mattei. Il 28 ottobre, il giorno dopo la sciagura, l’allora ministro dell’interno Paolo Emilio Taviani chiama il presidente del Consiglio per informarlo che sta facendosi strada l’ipotesi dell’incidente. E’ Taviani a riferirlo al magistrato. Dopo di che è Fanfani a telefonare a Taviani. Il ministro sta per riferirgli altri particolari sulla caduta dell’aereo, ma Fanfani lo interrompe bruscamente  preoccupato della gravità della crisi di Cuba.
Il 16 ottobre 1962 Kennedy aveva ricevuto le riprese fotografiche di aerei spia americani che provavano la presenza di basi missilistiche sovietiche a Cuba. La strategia dell’Urss era di usare le basi cubane come merce di scambio per ottenere la rimozione dei missili Jupiter che gli Usa avevano installato in Turchia. La tensione tra le due superpotenze nucleari arrivò al punto che Kennedy aveva dato disposizioni per preparare l’invasione di Cuba. Il segretario di Stato, Dean Rusk, ammise che in quei giorni si fronteggiò la crisi più pericolosa mai vista tra Usa e Urss. Dichiarò Taviani: “La mattina del 28 ottobre 1962 siamo stati a due ore dalla guerra”. In quel frangente era essenziale conoscere la posizione dell’Italia nel quadro dell’Alleanza Atlantica. E le idee neutraliste di Mattei, data l’influenza che egli esercitava sulla politica estera e sul Governo, rappresentavano un rischio.
Forse qualcuno temette, in quelle ore convulse, che un suo discorso potesse destabilizzare l’Alleanza in un momento così cruciale per le sorti del mondo.