Colpisce la rioganizzazione dell’Eni avviata da Claudio Descalzi ad appena qualche settimana dalla sua nomina ad amministratore delegato. Colpisce anzitutto per la sua celerità. Con un colpo a sopresa la struttura per divisioni che era stata creata da Vittorio Mincato nella prima metà degli anni Duemila viene superata a favore di un “modello integrato (si legge in una nota di San Donato) fortemente focalizzato sugli obiettivi industriali”. Cosa significa? Che il modello divisionale ideato da Mincato per portare nella holding il controllo delle vecchie società operative e che aveva accompagnato i successi esplorativi e produttivi della prima metà degli anni Duemila non era più focalizzato su obiettivi industriali? Se così fosse sarebbe stupefacente, perché suonerebbe come una critica non solo all’operato di Paolo Scaroni, l’amministratore delegato appena uscito dopo nove anni di permanenza al vertice del gruppo, ma anche a quello dello stesso Descalzi, che di Scaroni è stato il principale collaboratore nel settore dell’upstream petrolifero. Evidentemente c’è uno scarto tra la lettera del comunicato e la sostanza dell’operazione appena annunciata, in cui è racchiuso il significato profondo di questa riorganizzazione. Qualcuno già profetizza la nascita (ma sarebbe meglio parlare di rinascita) di una “grande Agip”. Personalmente diffido di questi proclami. Mi ricordano certe operazioni del passato con cui si cercava di vestire con belle parole semplici atti di conquista del potere.

Le divisioni “Esplorazione e produzione” e “Raffinanzione e marketing” confluiranno, insieme alle controllate Versalis (petrolchimica) e Syndial (risanamento e bonifiche ambientali), in quattro unità di business create ex novo: Exploration, Development operations and technology, Upstream e Downstream and Industrial, alle quali si affiancheranno le unità già esistenti: Midstream e Retail Gas&Power. Descalzi è persona competente che ha passato la vita in Africa a cercare idrocarburi. Appartiene alla schiera degli ingegneri. Vederemo nel concreto cosa significherà tutto questo a livello organizzativo: se siamo di fronte ad una rivoluzione, ad un’evoluzione del sistema precedente, che nemmeno Scaroni osò scardinare, ad una restaurazione gattopardesca (“Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”). Oppure ad uno spoils system per la conquista di tutti i centri di potere interni all’Eni volto a semplificare i processi decisionali, a massimizzare le sinergie e a valorizzare nuovi manager. L’annunciata uscita di Stefano Lucchini, direttore della comunicazione e delle relazioni nazionali e internazionali durante l’era Scaroni,  sembra andare in questa direzione. Forse è proprio questo l’obiettivo del nuovo gruppo dirigente. Il quadro geopolitico entro cui opera il gruppo del “cane a sei zampe”, dalla Russia all’Asia centrale alla Libia, è in grande movimento ed occorrono mosse ben calibrate, ma rapide.