Notiziona: firmato un accordo strategico tra Eni e KazMunayGaz per l’esplorazione e la produzione di idrocarburi in una zona offshore, denominata Isatay, nella parte settentrionale del Mar Caspio. C’erano, accanto ai reponsabili delle due compagnie, anche il primo ministro Renzi e il presidente della repubblica kazaka Nazarbaev. Al di là del laconico comunicato dell’Eni, sarebbe utile saperne di piu considerati i gravi problemi cui la società italiana è andata incontro a Kashagan, il giacimento caspico supergigante che dopo dieci anni di lavori e una falsa partenza avvenuta qualche mese fa non è ancora entrato in produzione. I tubi per il trasporto del gas che fuoriesce dal giacimento associato all’olio, si sono rivelati inadatti. L’elevata componente acida presente in questo tipo di gas li corrode. Quindi occorreranno altri due anni di opere supplementari e altri miliardi di investimenti.  Il Caspio nord-occidentale è una brutta bestia: bassi fondali, temperature proibitive d’inverno, che ne fanno gelare la superficie per mesi, impossibilità di navigazione per le navi rompighiaccio tradizionali, vincoli di tipo ambientale, insufficienti pipeline per l’evacuazione del greggio. Per non parlare dei difficili rapporti con il governo kazako e con Nazarbaev. Prima di sbandierare la nuova intesa come un grande risultato bisognerebbe calcolare tutte queste variabili. L’accordo odierno segna un rafforzamento dell’Eni in un’area geopolitica  strategica e promettente, ma proprio la storia di Kashagan, delle sue lentezze, dei suoi reiterati ritardi, dovrebbe indurre i vertici della società a valutazioni molto prudenziali. Il trionfalismo dell’era Scaroni non ha giovato granché agli affari del gruppo in Asia centrale.