Eni, la principale società industriale italiana, controllata dallo Stato, chiude il bilancio preconsuntivo del 2015 con una perdita netta di 8,8 miliardi di euro. Commenteremo per esteso i dati economico-finanziari dell’esercizio. Intanto concentriamoci su questo disastroso risultato negativo, che andrà confrontato, per capirne l’effettiva portata, con quello delle altre grandi compagnie petrolifere internazionali. Un tracollo violento dei prezzi del petrolio come quello verificatosi a partire dal 2014 non poteva non ripercuotersi negativamente sui conti dell’Eni e delle altre grandi major petrolifere. Una perdita di queste dimensioni pone tuttavia seri interrogativi sulle scelte di politica industriale effettuate dall’Eni a partire dalla seconda metà del passato decennio. Il crollo del prezzo del petrolio e i conflitti che coinvolgono alcuni dei paesi petroliferi in cui l’Eni è particolarmente attiva non possono rappresentare un alibi per nascondere responsabilità manageriali e politiche. Franco Bernabè alla metà degli anni ’90, quando il prezzo del greggio era ai minimi, riuscì a riportare l’Eni al profitto, rilanciandone le strategie e l’iniziativa industriale a livello internazionale e cacciando i manager corrotti che avevano distratto migliaia di miliardi di lire dalle casse del gruppo. Il suo successore, Vittorio Mincato, portò la produzione intorno agli 1,7 milioni di barili equivalenti al giorno, attraverso un’accorta politica di acquisizioni. Lasciò nel 2005 la guida dell’Eni a Paolo Scaroni con un utile netto di 9,3 miliardi di euro. Scaroni visse sugli allori per qualche anno grazie all’eccezionale crescita dei prezzi del petrolio, chiudendo il 2007 con 10,7 miliardi di euro di utile netto. Da quel momento i conti sono cominciati a scendere. Dal 2007 a oggi l’Eni ha distrutto quasi 20 miliardi: questa è la realtà al di là di ogni responso dei mercati e dei messaggi edulcorati che l’Eni cerca di far passare.
Non può essere tutta colpa del prezzo del petrolio, anche perché tra i concorrenti dell’Eni c’è chi continua a generare profitti. Bisogna capire in quale misura gli errori industriali commessi dalla metà del Duemila abbiano contribuito a ingigantire una crisi del settore petrolifero che è sotto gli occhi di tutti. Errori che non coinvolgono solo le passate gestioni manageriali, ma anche i governi che quei manager hanno designato e che hanno usato l’Eni come una vacca da mungere, ad esclusivo beneficio delle casse dello Stato.