La redditività delle banche italiane è crollata. L'indicatore che ce lo segnala è il Roe, il Return on equity, il rapporto tra l'utile netto e il patrimonio netto. I primi undici gruppi creditizi nazionali quotati in Borsa hanno chiuso il primo trimestre di quest'anno con un Roe medio complessivo del 3,9%, in calo di 1,8 punti rispetto allo stesso periodo del 2009. Ma nel primo trimestre del 2008 gli stessi istituti avevano un Roe medio del 10% e nel primo trimestre del 2007 il Roe era di poco inferiore, in totale, al 21 per cento.

Il ritorno sul capitale netto del campione – UniCredit, Intesa Sanpaolo, Mediobanca, Ubi, Monte Paschi, Banco Popolare, Carige, Bper, Popolare Sondrio, Popolare Milano e Credito Valtellinese – è circa quattro volte inferiore a quello di tre anni. E sarebbe stato ancora più basso se nel periodo 2008-2009 le banche avessero dovuto riportare a bilancio a prezzi di mercato quella massa di titoli illiquidi che, grazie a una deroga ai principi contabili, hanno potuto invece congelare e iscrivere a valori di libro. Siamo di fronte a un vero e proprio tracollo di redditività nel treinnio, che deriva in parte dalla recessione e in parte dalla crisi finanziaria internazionale. I numeri parlano chiaro. Il Roe di Intesa Sanpaolo al 31 marzo 2010 è stato del 5,2%, quello di UniCredit del 3,2%, quello del Monte dei Paschi del 3,3% e quello di Ubi Banca dell'1,3 per cento.
Fermiamoci a questi gruppi. Analizziamone il margine d'intermediazione, che misura i ricavi di una banca, e a sua volta si compone di margine d'interesse, commissioni e utili da trading. Tutti e quattro i gruppi hanno registrato un forte calo del margine d'interesse, che rappresenta la differenza tra gli interessi corrisposti per l'acquisto del denaro e quelli applicati ai prestiti. Quello di Ubi Banca è crollato nel trimestre del 23,2%, quello di UniCredit del 15,8%, quello di Intesa Sanpaolo è sceso del 9,5%, mentre Monte dei Paschi ha contenuto il danno a un -4,3 per cento. Sono invece cresciute le commissioni sul risparmio gestito e gli utili dalla negoziazione di titoli e derivati. Sono queste due voci a salvarne i bilanci.  L'UniCredit, per esempio, è risciuto a compensare la caduta del margine d'interesse grazie a una vivace attività nel campo della negoziazione titoli, che nel primo trimestre 2009 aveva generato perdite per 94 milioni mentre nel primo trimestre di quest'anno ha generato utili per 560 milioni. Il gruppo ha così potuto chiudere il rendiconto trimestrale con un risultato netto di gestione  in crescita del 16 per cento. Intesa Sanpaolo ha invece subito una contrazione del risultato di gestione (-36%) pur avendo raddoppiato gli utili da negoziazione, da 107 a 218 milioni. 

Dove l'attività di negoziazione titoli è stata contenuta o ridotta, la banca ha perso profitti. E' questo il caso del Monte dei Paschi, che ha visto scendere del 53% nel primo trimestre 2010 il risultato netto di gestione. Nel caso di Ubi Banca, il risultato netto è cresciuto del 58% anche in assenza di utili da negoziazione, ma per il venir meno delle operazioni straordinarie che avevano pesato sul rendiconto del 2009 e per le minori imposte pagate nel 2010.
Le banche perdono in altre parole terreno sulla loro attività tradizionale (raccolta e impiego di denaro) e continuano a fare utili, ma in misura di molto inferiore al periodo che precedette la crisi finanziaria,  con attività collegate ai mercati finanziari. Le loro sorti dipendono dunque sempre più dall'andamento delle Borse.