C'è un punto che non convince affatto dei risultati semestrali delle banche italiane.


I principali gruppi creditizi quotati (Intesa Sanpaolo, UniCredit, Monte dei Paschi, Mediobanca Banco Popolare, Ubi, Carige, Credito Valtellinese, Popolare di Milano, Popolare dell'Emila Romagna e Popolare di Sondrio) mostrano a livello aggregato – come si evince dall'Analisi dei bilanci di R&S-Il Sole 24 Ore relativa al primo semestre 2010 - un calo delle perdite su crediti del 14% e per contro un rialzo del 7% dei crediti deteriorati (incagli, sofferenze e crediti ristrutturati) pari a un totale di 90 miliardi di euro. 

Ora, a rigor di logica, i due dati dovrebbero andare di pari passo. Le perdite su crediti non sono altro, infatti, che il valore dei crediti deteriorati giudicati inesigibili a fine esercizio e per questo iscritti come un costo al passivo del conto economico. Se crescono i crediti deteriorati, dunque, dovrebbero crescere le perdite su crediti. Nel caso in questione, invece, i due dati appaiono contrastanti.  L'impressione che si ha è che i consigli d'amministrazione delle banche abbiano scelto di contenere le perdite su crediti per evitare un ulteriore deterioramento degli utili. Il problema è che una più accentuata contrazione dei risultati avrebbe portato a una riduzione dei dividendi e innervosito le fondazioni azioniste, che senza gli incassi delle cedole bancarie non hanno più risorse da dedicare alle loro attività istituzionali (non profit, cultura e ricerca). Insomma, si privilegia una politica che stride con il principio di sana e prudente gestione, cui dovrebbe attenersi il vertice di una banca,  per soddisfare i desiderata delle fondazioni. Ma presto o tardi i nodi verranno al pettine. Nel primo semestre del 2010 sono tornate a crescere le sofferenze, cioè i crediti considerati inesigibili, e sono rimasti elevati, in rapporto al totale dei crediti deteriorati, anche gli incagli, ossia i crediti considerati solo momentaneamente inesigibili per un temporaneo stato di crisi del debitore. Resta da capire quanti di questi incagli sono potenziali sofferenze.
Le grandi banche sono provate dalla crisi, checché se ne dica. Nel complesso non eragano credito, come dimostra la sostanziale stasi degli impieghi, hanno difficioltà ad accrescere la raccolta, vedono calare il margine d'interesse (il saldo tra tassi sui depositi e tassi sugli impieghi), vedono crollare gli utili da trading, la loro redditività (misurata dal Roe, che rappresenta il ritorno sul capitale netto) è scesa al livello più basso di questi anni e rischiano di dover ricorrere a nuovi aumenti di capitale. Forse il peggio della crisi è passato. Questi dati però ci dicono che la prognosi resta riservata.