Con una mano i banchieri italiani distribuiscono ricchi dividendi ai propri azionisti e con l'altra se li riprendono, spingendoli a sottoscrivere massicci aumenti di capitale.


Prima ti addolciscono la pillola elargendoti utili, poi te li richiedono indietro con gli interessi, obbligandoti di fatto a ricapitalizzare la banca. Per di più, abbassano il costo della raccolta di denaro addossando ai clienti prodotti di risparmio gestito che rendono poco o niente a chi li sottoscrive e generano fior di commissioni per chi li vende. E, con un costo della raccolta contenuto e i tassi di nuovo in crescita, riescono a spuntare un miglioramento del margine d'interesse. Insomma, siamo al solito comportamento di miope furbizia che tende a scaricare sul risparmiatore i costi e le inefficenze della crisi e a mettere sul piedistallo chi ne è responsabile. Su questo argomento è intervenuto, con uno dei suoi articoli al vetriolo, Alessandro Penati su "Repubblica" del 7 maggio 2011. Intesa Sanpaolo, annota l'economista, ha distribuito un cedolone da un miliardo di euro pochi giorni prima dell'annuncio di un aumento di capitale da 5 miliardi. "Come dire – rileva Penati -: cari soci, vi prendo i soldi da una tasca, ma in parte ve li rimetto nell'altra". UniCredit ha chiesto 7 miliardi di aumento dopo aver pagato un maxidividendo da 5 miliardi. Ubi  ha deliberato una ricapitalizzazione da 1 miliardo dopo aver distribuito ai propri soci una cedola da 1,2 miliardi, mentre nel caso di Monte dei Paschi l'aumento è stato di 2 miliardi a fronte di 1 complessivo di dividendo. Penati sostiene che, sotto la pressione della crisi, il vecchio giochino del bastone e della carota finirà per rompersi. I banchieri italiani, a suo giudizio, peccano di scarsa lungimiranza, come se la più grave crisi internazionale dopo quella del '29 possa essere considerata come un fatto episodico, in via di superamento, e non invece come qualcosa che ha intaccato in modo duraturo la capacità di reddito delle famiglie e delle imprese.