Quale uso faranno le banche della massa di liquidità che la Bce inietterà nel mercato finanziario italiano nei prossimi diciassette mesi con l’acquisto di titoli di Stato? L’esito della manovra studiata dal presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, dipenderà essenzialmente dal comportamento dei grandi gruppi del credito. Finora le banche hanno mostrato il braccio corto, smettendo di finanziare le imprese oppure chiedendo il rientro dei crediti proprio mentre le condizioni dell’economia andavano peggiorando. Ciò è avvenuto soprattutto nei confronti delle società piccole e medio-piccole. Gli impieghi dei principali gruppi sono continuati a calare anche in presenza di una ripresa della liquidità, che le banche hanno preferito investire nel trading di titoli, per fare utili da distribuire agli azionisti. Nel frattempo, sotto l’incalzare della crisi finanziaria internazionale, il Comitato di Basilea per la vigilanza ha introdotto misure sempre più restrittive per rendere più solido il sistema creditizio nell’area dell’euro e prevenire l’eccessiva assunzione di rischi da parte dei singoli operatori. Gli accordi di Basila 3 ruotano intorno al principio che tutte le operazioni di una banca comportano rischi e potenziali perdite e che all’aumentare del rischio e delle potenziali perdite aumenta la necessità di accantonamenti a tutela dei depositanti. Questi accantonamenti sono denaro che la banca è costretta a tenere chiuso in cassaforte per fronteggiare le emergenze e che non può dare in prestito alle imprese. Proprio mentre le aziende avrebbero più bisogno di prestiti per affrontare la fase di stagnazione-recessione, le banche sono costrette ad accantonare quote crescenti di capitale per ridurre il rischio di default. Non appena è cominciato a piovere, le banche hanno chiuso l’ombrello alle imprese. Un atteggiamento al di fuori di ogni logica, che ha mandato in crisi una marea di aziende. Per garantire la stabilità del sistema bancario se ne scarica la crisi sul sistema industriale,  in base al presupposto, discutibile, che il fallimento di una banca è da evitare ad ogni costo perché produrrebbe un effetto-contagio devastante per l’intero sistema economico-finanziario, mentre quello di una grande impresa può essere assorbito con conseguenze meno gravi.

Perché l’operazione studiata da Draghi (il cosiddetto bazooka) generi una qualche forma di ripresa è necessario che la liquidità iniettata nel sistema si trasmetta all’economia reale, rimettendo in marcia gli investimenti industriali, la produzione e i consumi. Altrimenti i benefici saranno ancora una volta per le banche, a discapito delle imprese e dei cittadini.  Dobbiamo però anche chiederci se per stimolare la ripresa in Italia sia sufficiente una maxi-iniezione di liquidità nell’economia. Non dimentichiamo quanto pesa il carico fiscale sulle famiglie e sulle aziende. E lì Draghi ha poco da fare.  La leva del fisco può azionarla solo il governo e non mi pare che l’esecutivo stia riducendo le imposte.