La nomina di Vittorio Colao al vertice del gruppo Vodafone, la maggiore azienda mondiale di telefonia mobile, dev’essere motivo d’orgoglio per l’Italia. Il settore delle telecomunicazioni s’è rivelato terreno di coltura di grandi manager.

E’ invece con rammarico che ricordiamo il tentativo dell’ex amministratore delegato della Tim, Vito Gamberale, di scalare la Vodafone per creare un gigante a capitale italiano capace di competere su tutti i continenti.

Eravamo tra il maggio e il settembre 1997 (primo governo Prodi) mentre fervevano i preparativi per la privatizzazione di Telecom Italia (ministro del Tesoro Ciampi). Allora la più grande azienda radiomobile europea era la Tim e la Vodafone era poco più che un’azienda inglese. Il costo della scalata avrebbe dovuto aggirarsi sui 6 miliardi di euro. L’operazione però sfumò per il veto della capogruppo Stet che in quel periodo stava fondendosi con Telecom proprio in vista della privatizzazione.

Il fallito progetto di Gamberale portò fortuna a Vodafone, che da preda divenne presto predatrice e nel 2000 riuscì a compiere un grande salto dimensionale, aggiudicandosi la tedesca Mannesmann. E cosa portò in dote Mannesmann a Vodafone? La Omintel,  il secondo gestore radiomobile italiano, che la Olivetti di Roberto Colaninno aveva ceduto ai tedeschi nel 1999 per poter scalare la Telecom. Errori su errori.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Vodafone è più forte che mai e grazie a Omnitel (oggi Vodafone Italia) ha fatto negli ultimi dieci anni un mare di profitti. Telecom, invece, dopo la scalata della Olivetti e la discussa gestione di Marco Tronchetti Provera, è ancora alle prese con un assetto azionario instabile. E potrebbe finire nelle fauci della spagnola Telefonica.