I fondi comuni hanno fallito, in Italia, il loro compito istituzionale. La fuga dei sottoscrittori da questi importanti strumenti d’investimento è l’effetto più evidente di questo fallimento. In aprile i riscatti avevano raggiunto gli 8,4 miliardi di euro e la massa gestita era scesa a quasi 508 miliardi di euro contro i 612 dello stesso periodo dell’anno precedente. Ed è una crisi che non ha confronti in Europa, dove l’industria del risparmio gestito continua ad avanzare.

Nata per assicurare un rendimento di medio-lungo periodo al risparmio delle famiglie e per sostenere l’espansione del mercato azionario, essa ha finito per mancare entrambi gli obiettivi. I grandi guadagni, sotto forma di commissioni, sono andati quasi tutti alle banche, che controllano la quasi totalità dei fondi. Nel nostro Paese, infatti, le Società di gestione del risparmio sono emanazione quasi esclusiva dei grandi gruppi creditizi come UniCredit e Intesa Sanpaolo.

Dall’attività di gestione dei fondi e dalla loro vendita agli sportelli, le banche hanno ricavato utili a palate in questi anni; lo stesso non si può dire dei risparmiatori, cui sono andate le perdite o nel migliore dei casi miseri utili.

Questo stato di cose ha impedito qualsiasi forma di concorrenza. Una banca, oggi, vende allo sportello solo i suoi fondi di proprietà, non anche i fondi delle altre banche.

Peraltro su questa crisi i grandi istituti ci hanno doppiamente marciato, dimostrando tutta la loro ingordigia. Essi hanno colto al volo l’insoddisfazione e l’irritazione dei risparmiatori per dirottarli su altri prodotti, come le polizze vita e le obbligazioni strutturate, su cui il guadagno della banca è addirittura superiore. Il piccolo investitore è così caduto dalla padella nella brace, anche se la pacchia sta per finire: il recente calo di raccolta delle banche nel settore Vita è un segnale eloquente in questa direzione (nel caso di Intesa Sanpaolo vi è stato addirittura un crollo del 51% nel primo trimestre).

Il risanamento del sistema bancario e gli utili spettacolari accumulati in questi anni da primari gruppi come Intesa – con le stock options che ne sono seguite per il top management – hanno prevalentemente questa origine.

La disastrosa situazione dei fondi preoccupa non poco Banca d’Italia, anche perché si aggiunge al problema del caro-mutui che rischia di mandare in default migliaia di famiglie. Il governatore, Mario Draghi, è deciso ad intervenire in modo drastico e ha già parlato dell’opportunità di separare la "fabbrica" del prodotto dalla sua "distribuzione": ossia sdoppiare il canale di vendita dei fondi da quello di produzione e gestione, in modo da favorire la concorrenza e riconquistare la fiducia dei risparmaitori.

La Consob ha addirittura ipotizzato la possibilità di quotare in Borsa i fondi.

Il Governatore dovrebbe lanciare un messagio forte e chiaro in occasione dell’assemblea di Banca d’Italia, che si svolgerà sabato; i cui azionisti – è bene ricordarlo – sono quelle stesse banche responsabili del declino dell’industria dei fondi.