Telecom Italia, prima che la depredassero capitani coraggiosi e capitalisti con i soldi degli altri, è stata una delle più floride imprese, se non altro per la sua condizione di monopolio. Oggi non ci sembra in  forma così smagliante come il management ha cercato di dimostrare nella presentazione agli investitori del piano industriale triennale (nella foto, da sinistra, l’amministratore delegato, Marco Patuano, e il presidente, Giuseppe Recchi). Leggiamo che la società ha aumentato gli investimenti e che continuerà ad aumentarli per far crescere i servizi di “banda larga”. E’ un’adagio che si ripete da tempo. L’aumento degli investimenti è stata, negli ultimi anni, la promessa più ricorrente degli amministratori. Per ora limiticamoci ad osservare lo stato dei conti preliminari del 2015, appena approvati.

I ricavi consolidati di Telecom sono arretrati di quasi il 5% rispetto al 31 dicembre 2014, a 19,7 miliardi di euro. Questo dato è la somma dei 15 miliardi fatturati in Italia (-2,3% rispetto ai dodici mesi precedenti) e dei quasi 4,7 realizzati in Brasile (-12,1%), dove il gruppo è attraverso Tim il secondo operatore radiomobile.

I ricavi dei servizi sono scesi del 3%, a 18,3 miliardi di euro: dato che rappresenta la somma dei 14,1 miliardi di giro d’affari in Italia (-2,3% rispetto al 2014) e dei quasi 4,3 in Brasile (-5,8%) più altre poste minori.

Molto più accentuata è stata la discesa del margine operativo lordo (differenza tra ricavi e costi), che a livello di gruppo s’è attestato a 7 miliardi, con una caduta di ben il 20%, di cui 5,6 miliardi in Italia.

Alla caduta del margine hanno anche contribuito oneri straordinari imputabili per circa la metà all’esodo incentivato del personale (i dipendenti del gruppo al 31 dicembre sono stati 52.644) e per l’altra metà, in buona misura, ad accantonamenti di fondi per contenziosi e transazioni con clienti e fornitori. Il rapporto tra margine operativo lordo e ricavi è comunque arretrato di cinque punti rispetto all’anno precedente, attestandosi al 35,5 per cento.

Come si vede, gli indicatori di redditività appaiono in peggioramento.

Secondo l’amministratore delegato, Marco Patuano, gli investimenti effettuati in Italia nel servizio radiomobiole  cominciano a rendere grazie all’88% di copertura Lte (Long term evolution la più recente evoluzione degli standard di telefonia mobile) e a 4,4 milioni di utenti paganti (un certo numero di utenti utilizza infatti la tecnologia 4G gratuitamente). Il 42% del paese, ha detto Patuano agli analisti, è coperto da fibra ottica con circa 700mila clienti migrati dalla rete tradizionale. La copertura Lte è cresciuta anche in Brasile, dove il 60% della popolazione (che conta circa 200 milioni di abitanti) può già disporre di questa tecnologia.

In Italia, i ricavi complessivi dal mobile hanno sostanzialmente retto (con una lieve flessione dello 0,5%) superando i 5 miliardi di euro, ma i ricavi dai servizi di telefonia mobile hanno registrato un decremento del 2%, a 4,5 miliardi. E le entrate dai servizi di rete fissa sono scese di quasi il 3%, a 10,4 miliardi, anche se nel 2016, ha aggiunto Patuano, gli accessi hanno segnato l’inizio di una controtendenza che dovrebbe ridurre la perdita di linee verificatasi negli anni passati.

Il servizio di telefonia fissa risente del fatto che in Italia c’è un umero record di accessi a Internet con il mobile, anche che se molti utenti radiomobili stanno riconvertendosi al “fisso” per l’utilizzo della Rete, un fatto che non accadeva da tempo.

Nella multimedialità, nel 2015, Telecom Italia ha raggiunto 530mila utenti, il 107% in più dell’anno precedente, oltre le più rosee aspettative, mentre nel settore dell’utenza affari i servizi di comunicazione tradizionale hanno registrato un crollo dell’11%, a 2,1 miliardi di euro, che la crescita dei servizi di connessione e degli altri servizi di convergenza non riesce a compensare.

I servizi cosiddetti broadband (ossia l’accesso a Internet ad alta velocità attraverso dispositivi portatili) sono aumenti di quasi il 6%, a 1,7 miliardi di euro. E molte speranze sono riposte sul Brasile, anche se il paese si trova in una fase di turbolenza politica e economica. Ciononostante Patuano ha promesso che Tim Brasile riuscirà a ribaltare la propria offerta, ad autofinanziare il proprio piano di investimenti e ad aumentare la propria quota di mercato. Nello stesso tempo il gruppo Telecom sta lavorando per vendere le attività in Argentina entro la fine dell’anno.

Patuano è stato rassicurante anche sulle previsioni del servizio radiomobile in Italia, dove Telecom sta registrando una minore volatilità dei ricavi e dove è in crescita la penetrazione dei servizi dati tramite smartphone.  Ha sostenuto che il gruppo non ha interesse a scatenare una guerra dei prezzi con gli altri operatori (riferimento implicito alla società che dovrà nascere dalla fusione tra Wind e Hutchinson Wampoa, che controlla la “3”), ma che punta a una crescita del numero dei clienti e dei ricavi attraverso una qualità dell’offerta più competitiva.

La scommessa vera di Telecom in Italia è il futuro dei servizi di rete fissa. Riuscirà a stabilizzarne i ricavi?

L’indebitamento netto del gruppo al 31 dicembre 2015 è crescito di 627 milioni di euro, a 27,3 miliardi, ma questa voce come sappiamo è solo una rappresentazione del debito. Per conoscerne le reali dimensioni bisognerà guardare il bilancio civilistico, che sarà depositato nei prossimi mesi, distinguere tra debiti finanziari a breve e debiti finanziari a medio-lungo termine e rapportarli al capitale netto. L’azienda avverte che tra le cause dell’aumento dell’espozione c’è stato l’acquisto di obbligazioni proprie (cioè bond emessi da Telecom Italia, acquistati dalla stessa Telecom e ritirati dal mercato), per effetto del quale nel 2016 si avrà una riduzione del debito.

Infine, il risultato netto. I profitti alla fine del 2015 sono crollati a 150 milioni di euro contro il miliardo 350 milioni del 2014. Il top management promette di migliorare sensibilmente i conti nei prossimi tre anni. Stiamo a vedere.