Il 23 dicembre di dieci anni fa la Parmalat di Calisto Tanzi era sospesa dalle quotazioni e qualche giorno dopo era costretta a dichiarare lo stato d'insolvenza. Una delle più grandi aziende lattiere del mondo, quotata in Borsa, finiva travolta da un dissesto compreso tra i 14 e i 15 miliardi di euro. Le falsificazioni contabili organizzate da Tanzi e  dal gruppo dei suoi fedelissimi superarono per molti anni il vaglio dei consigli d'amministrazione della holding e della Spa, dei rispettivi collegi sindacali, dei dirigenti più alti in grado, delle società di revisione, nonché della Consob, delle banche creditrici e della Banca d'Italia, tutti soggetti che a vario titolo avrebbero dovuto esercitare una qualche forma di controllo, diretta o indiretta, sulla Parmalat.

 


La Procura di Parma ha inchiodato i colpevoli con indagini  che hanno superato più gradi di giudizio e determinato la condanna – tra rito ordinario e riti speciali – di aministratori, manager, sindaci e revisori dei conti della Parmalat. Fin lì la magistratura ha potuto spingersi grazie alla collaborazione dei principali imputati colti con le mani nel sacco. Dove invece non è riuscita ad addentrarsi è nelle segrete stanze delle autorità di controllo (Consob e Banca d'Italia). E anche sulle banche è riuscita a combinare poco. Sembrava che le banche dovessero sedere sul banco degli imputati in un unico maxiprocesso. Questa era almeno la speranza della difesa di Tanzi. Ma la Procura, che conosce bene i tempi lunghi ed estenuanti della giustizia italiana, per sveltirne il corso ha spezzettato le indagini e di conseguenza i processi in vari tronchi.

Questa scelta si è rivelata vincente là dove i magistrati disponevano di prove schiaccianti, come nel caso del vertice della Parmalat. Ma ha distolto l'attenzione dalle responsabilità delle banche, delle cui indagini e delle cui sorti processuali, dopo dieci anni, abbiamo perso le tracce. Con qualche eccezione, su cui peraltro dovra' pronunciarsi la Cassazione (ed e' probabile che in qualche caso ribalti il verdetto), i banchieri sono riusciti a farla franca, dichiarandosi vittime innocenti al pari di quei risparmiatori ai quali continuarono a vendere cinicamente i bond Parmalat anche dopo che la Consob sospese le contrattazioni del titolo. Il sospetto di concorso che gravava su alcuni grandi istituti di credito, italiani e soprattutto esteri, resta oggi più forte che mai. Ci sarà pure un motivo se quasi tutte le banche si sono affrettate a transigere con il commissario straordinario della Parmalat, Enrico Bondi, somme che in totale hanno superato i 2 miliardi. L'accertamento della verità appare però irrimediabilmente compromesso.  Forse, un domani, chissà, gli storici dell'economia potranno dirci di più.
I magistrati hanno fatto chi più chi meno  il loro lavoro,  scontrandosi con problemi insormontabili come la richiesta di assistenza giudiziaria agli Stati rifugio (Uruguay e Grand Cayman, per esempio) che attraggono capitali sporchi proprio per la loro assoluta intransigenza sul segreto bancario. Chi ha le maggiori responsabilità è la classe politica, sono i governi che si sono succeduti da allora ad oggi e che poco o niente hanno fatto per modificare in modo sostanziale le regole del gioco. La tutela del risparmio è un principio costituzionale che in Italia continua ad essere calpestato come ai tempi della Parmalat e chi lo calpesta ha la quasi certezza di restare impunito.  La lezione del crack non è servita davvero a niente da questo punto di vista.
Anche sul fronte delle autorità di controllo è cambiato poco. Consob e Banca d'Italia, che in teoria dovrebbero svolgere un'attività di prevenzione nei confronti dei propri vigilati, finiscono per accorgersi di un comportamento scorretto o illegale quasi sempre quando il danno è già avvenuto e per accodarsi all'azione della magistratura (mai per precederla) solo dopo che è emerso il  sospetto di un reato.
Quanto ai banchieri, continuano a fare il bello e il cattivo tempo, a erogare credito in modo sconsiderato a soggetti non meritevoli e a negarlo alle piccole imprse e alle famiglie. Basta leggere le cronache degli anni dopo il 2003: dai furbetti del quartierino al dissesto della Fonsai sono cambiati i personaggi, ma il sistema e i metodi sono rimasti gli stessi.