Geronzi ha un problema enome. Nel dna di Banca di Roma c'è una massa di crediti inesigibili che mette a repentaglio l'equilibrio patrimoniale dell'istituto e ne comprime la redditività.


L'elevato ammontare dei crediti dubbi è un problema per l'intero sistema bancario nazionale, ma nel caso del gruppo capitolino il problema assume dimensioni patologiche. Nel bilancio al 31 dicembre 2001, Banca di Roma espone ancora, a nove anni dalla sua costituzione, crediti dubbi pari al 10,5% dell'ammontare totale dei crediti alla clientela. La percentuale è elevatissima: più del doppio della media dei primi undici gruppi creditizi italiani quotati in Borsa. L'anno successivo il controllo  di Banca di Roma confluisce in una società di nuova costituzione, Capitalia, di cui Geronzi assume la presidenza. Capitalia  è creata per integrare in un unico gruppo creditizio le attività  di Banca di Roma con quelle del Banco di Sicilia e di Bipop-Carire. Un primo tentativo di Fazio di imporre a Banca di Roma l'acquisizione del Banco di Sicilia avviene nel 1993, quando al vertice del gruppo siede Pellegrino Capaldo.  Le pressioni del governatore, in quella fase, cadono però nel vuoto, perché Capaldo è contrario ad appesantire ulteriormente la banca. L'operazione va in porto nel 1999, quando Banca di Roma è già da qualche anno saldamente nelle mani di Geronzi e la situazione patrimoniale del Banco di Sicilia è molto migliorata. Bipop-Carire finisce invece nell'orbita di Banca di Roma nel 2002, dopo che sono emerse al suo interno gravi irregolarità di gestione e condotte scorrette del management finite nel mirino della magistratura.  L'istituto bresciano, guidato per anni da un padre-padrone come Bruno Sonzogni, sembra prossimo al dissesto. In realtà Geronzi lavora ai fianchi Fazio per annetterselo e rimpolpare così i mezzi propri di Banca di Roma. Bipop-Carire è tutt'altro che una banca fallita, tant'è che Banca di Roma dopo averla acquisita la rimette in sesto senza spendere un soldo, solamente con la vendita di asset. Ciononostante, al 31 dicembre 2002, i crediti dubbi di Capitalia rappresentano ancora il 9,8% di quelli totali alla clientela e addirittura il 110% del suo capitale netto. In altre parole, il capitale della banca non basta a coprire l'intero ammontare dei crediti dubbi.
Nello stesso tempo Banca di Roma ricorrre in modo massiccio alle cartolarizzazioni, ossia alla trasformazione dei crediti inesigibili in titoli da piazzare sul mercato. Tra il 1999 e il primo trimestre 2004 sono collocati in Italia crediti cartolarizzati per un valore complessivo di 111 miliardi di euro e a fare la parte del leone sono proprio le banche e in particolare Capitalia, i cui crediti cartolarizzati ammontano a 13,5 miliardi di euro, seguita da Monte dei Paschi con 10,6 miliardi e da Bnl con 6 miliardi.
Quando Banca di Roma confluirà in UniCredit, le porterà in dote, accanto agli sportelli, anche un mare di attività a rischio. La banca guidata a quel tempo da Alessandro Profumo iscriverà nel primo bilancio post-fusione (quello del 2007) poco meno della metà del valore totale dei crediti dubbi dei primi undici istituti italiani quotati in Borsa.
Insomma, l'amicizia tra Fazio e Geronzi è "leggermente" interessata. Il governatore teme che il bubbone Banca di Roma possa destabilizzare il sistema bancario e creare il panico tra i depositanti, e fa di tutto perché ciò non avvenga. Il banchiere sa di essere a capo di una banca traballante, che necessita di protezione,  si tiene buono il governatore e ne asseconda i desiderata. Al tempo stesso tempo rende favori alla politica e s'ingrazia le alte sfere vaticane. Una vera banca di sistema.