Nel mondo odierno ci si esercita a fare previsioni su ogni genere di attività e l'economia è uno di quei campi in cui la necessità di vedere lontano e di anticipare i fenomeni stimola l'analisi previsiva. La finanza è per esempio un settore che tipicamente vive di previsioni, stime, aspettative. Pensiamo ai mercati finanziari, dalle Borse ai futures sulle materie prime, dove si scommette e si specula sulla base di ciò che prevedibilmente potrà accadere.


Un altro settore dell'economia in cui  si attribuisce grande peso alle previsioni è quello dell'energia, dove gli investimenti generano ritorni in periodi molto lunghi, talvolta nell'arco di decenni. Il problema è che molte di queste previsioni, su cui spesso si scrivono pagine e pagine di giornale, si rivelano errate. Ieri, per fare solo esempio, è uscita la notizia che Prometeia, il centro di studi economici di Bologna, ha corretto al rialzo le sue stime sugli accantonamenti necessari al sistema bancario italiano per rettificare le perdite su crediti, che pongono oggi alle banche seri problemi di redditività  e di ripatrimonializzazione. Prometeia in un rapporto diffuso in maggio aveva scritto che quest'anno per le rettiche sarebbero dovuti bastare 20 miliardi di accantonamenti e che il 2013 avrebbe dovuto segnare un'inversione di tendenza rispetto ai 24 miliardi che si erano resi necessari nel 2012. Invece non è andata così e ad appena quattro mesi di distanza Prometeia ha dovuto ammettere che "anche quest'anno andiamo incontro a rettifiche vicine ai 23 miliardi".
Abbiamo citato Pometeia, ma potremmo fare decine e decine di altri esempi. Pensiamo agli errori di previsione che sono stati commessi dalle compagnie petrolifere nella valutazione dell'andamento dei consumi di gas naturale. Pensiamo alle previsioni che spesso leggiamo nelle relazioni di bilancio delle società quotate, le famose previsioni sull'esercizio in corso, o ai comunicati e alle dichiarazioni di certi top manager basati su stime che nel giro di un trimestre si rivelano clamorosamente sbagliate: previsioni di risanamento che non si realizzano, di ripresa degli utili che si tramutano in perdite, di poste straordinarie che emergono così all'improvviso e che impediscono di raggiungere l'obiettivo previsto nel trimestre precedente e vari altri espedienti.
 La formula della "correzione al rialzo" cui ricorrono tutti coloro che si avventurano nell'esercizio delle previsioni è in realtà, molto semplicemente, l'ammissione di un errore. Il problema è che le previsioni spostano capitali. Pensiamo alle indicazioni di acquisto e vendita di titoli provenienti dalle banche d'affari, dalle case di brokeraggio, dalle società di intermediazione mobiliare, dalle società di gestione di fondi comuni. Ciò che il pubblico non sa è che non di rado la banca d'affari che invita a vendere o a comperare un certo titolo è in conflitto d'interesse, ovvero prima di emettere la propria "raccomandazione" ha a sua volta provveduto ad acquistare o a vendere quel titolo.
C'è chi suggerisce e non a torto che bisognerebbe costituire un osservatorio delle previsioni per verificare a distanza di tempo l'attendibilità di questa massa di dati che influenza l'economia e intorno a cui si muovono grandi interessi. Magari scopriremmo che marchi blasonati della finanza e centri di ricerca pubblici e privati commettono errori plateali.