Le grandi banche italiane hanno ricominciato a scaricare il rischio di credito sui risparmiatori.


La tecnica è ampiamente collaudata: la banca creditrice spinge il debitore a convertire una quota del proprio debito in obbligazioni,  ovvero in titoli destinati alla vendita, lo aiuta a collocare questi titoli sul mercato, magari partecipando al consorzio di garanzia che si accolli l'eventuale invenduto, quindi passa all'incasso. In pratica, l'emittente del bond utilizza il ricavato del collocamento per rientrare del debito verso la banca, la quale, cancellando il credito, elimina il rischio di dovere iscrivere a bilancio una partita di dubbia esigibilità che potrebbe trasformarsi in perdita. E' quanto si evince dai dati agregati delle grandi aziende italiane comprese nell'indice di Borsa Ftse-Mib. I debiti finanziari totali di questo aggregato (239,8 miliardi alla fine del giugno scorso) dal 2004 ad oggi sono aumentati di 92 miliardi, così composti: 63 miliardi di bond, 4 di altri finanziamenti a medio-lungo termine e 25 di debiti bancari a medio-lungo termine. In sostanza, solo un terzo dell'espozione aggregata degli ultimi nove anni è debito verso banche; i due terzi sono prestiti collocati presso il pubblico.
Analizziamo meglio i dati. Alla fine del 2008, cioè sul nascere della grande crisi, le obbligazioni rappresentavano il 40% del debito finanzariario di medio-lungo termine dell'aggregato; al 30 giugno 2013 l'incidenza è salita al  55%, con un incremento di 15 punti. Per contro i debiti bancari totali, che al 31 dicembre 2008 costituivano il 34,5% dell'esposizione di medio-lungo termine, al 30 giugno di quest'anno sono crollati al 20%, con un decremento di 14 punti e mezzo. Seguendo uno schema analogo, le banche tra gli anni Novanta e Duemila avevano disintermediato i propri crediti verso Cirio e Parmalat, trasformandoli in bond.
Non sappiamo se nel frattempo si sono riprodotte nuove Cirio e nuove Parlamat. Di certo il fenomeno che abbiamo descritto non può non destare preoccupazione. E' quanto meno la spia di come sia andata aggravandosi la crisi e delle sue possibili conseguenze sul sistema bancario italiano.
Il processo di disintermediazione del credito non risparmia nemmeno Enel ed Eni, che probabilmente in questa fase hanno maggiore convenienza ad approvvigionarsi di denaro sul mercato dei capitali, dove riescono a spuntare condizioni migliori. Per i due colossi dell'energia considerati nel loro insieme, le obbligazioni hanno rappresentato nel primo semestre di quest'anno il 64% del loro indebitamento finanziario totale di medio-lungo termine, contro il 32% di fine 2008. Nello stesso periodo, il debito bancario di Enel più Eni è crollato dal 45% al 18% della loro esposizione totale di medio-lungo termine.
Insomma le banche stanno scaricando un po' tutte le aziende quotate, anche le più solide.