Era una bomba giornalistica l'intervista corale a Calisto Tanzi e al suo ex braccio destro, Fausto Tonna, apparsa sulla copertina di "Milano Finanza" il 7 dicembre 2002, a firma Fabio Tamburini. "I segreti di Mister Bond", questo il titolo, è agli atti del processo per bancarotta che si sta celebrando a Parma e rappresenta una prova d'accusa importante contro coloro che sedevano nei consigli d'amministrazione e nei collegi sindacali di Parmalat Finanziaria e Parmalat Spa.


Eppure passò nel silenzio generale, non solo tra i giornali concorrenti, ma anche tra gli addetti ai lavori: analisti finanziari, banche creditrici, Banca d'Italia, Consob e compagnia cantando. Tanzi e Tonna si abbandonarono ad affermazioni che avrebbero dovuto mettere la pulce nell'orecchio a gente del mestiere. Dissero che la montagna di liquidità, circa 4 miliardi di euro, che Parmalat aveva in bilancio serviva a "cogliere opportunità di acquisizioni in tutto il mondo", ad avere "una elasticità maggiore". Dichiararono che il gruppo aveva fatto il buy-back (il riacquisto) di  alcune emissioni obbligazionarie: evento di cui la Consob e il mercato azionario era stati tenuti all'oscuro.  Ma non accadde assolutamente nulla. La Parmalat di Calisto Tanzi, pur essendo una groviera già da un paio di lusttri, sopravvisse indisturbata per un altro anno abbondante, continuando a bruciare miliardi. L'intervista di "Milano Finanza" scivolò come acqua sulla pelle dei suoi amministratori.
Obiettano i magistrati: Parmalat aveva in corso in quella fase una campagna di acquisizioni internazionali (in Australia e Canada, ma anche in Italia) totalmente finanziata a debito. Come mai gli amministratori non alzarono le antenne quando lessero le dichiarazioni di Tanzi? Come poteva la società tenere migliaia di miliardi immobilizzati chissà dove per cogliere opportunità sul mercato e poi indebitarsi nel momento in cui queste le si offrivano? La liquidità iscritta in bilancio, dice il pm Lucia Russo nella sua requisitoria, "era prigioniera del debito": se mai fosse esistita, la si sarebbe potuta utilizzare solo per ridurre il debito; un suo impiego per le acquisizioni avrebbe fatto esplodere il rapporto tra indebitamento e mezzi propri e alterato quell'equilibrio patrimoniale che il gruppo esibiva sulla carta grazie alle falsificazioni venute alla luce dopo il crack. Di quell'abnorme ammontare di liquidità gli amministratori non sapevano niente: né in quale parte del mondo fosse allocato, né quanto rendesse, e non fecero niente per saperlo nonostante tra il 2002 e il 2003 la stampa avesse cominciato a porre una serie di interrogativi. Non solo: l'esposizione finanziaria del gruppo veniva aggregata sotto un'unica voce: debiti verso banche, mentre la norma impone "molto chiaramente che tutte le obbligazioni devono essere oggetto di un'indicazione separata". Gli amministratori sapevano perfettamente delle emissioni di bond. Perché non ebbero mai nulla da eccepire su questa classificazione inveritiera dell'indebitamento? Parmalat riporta in bilancio il valore dei bond solo quando la Consob presieduta da Lamberto Cardìa "finalmente si sveglia" e due mesi prima del crack la obbliga a classificare i prestiti obbligazionari separatamente da quella bancari.
"Un altro elemento che poteva essere interessante valutare per capire se effettivamente la crescita dell'indebitamento avesse una sua coerenza – dice ancora Lucia Russo – era quello di valutare il rapporto sussistente tra incremento del debito e investimenti". Anche questo indicatore avrebbe suggerito prudenza. Tra il 1996 e il 1999 l'indebiamento della Parmalat era infatti cresciuto mediamente "in misura pressocché doppia rispetto agli investimenti". La verità è che "Parmalat al massimo ogni due mesi, e a volte addirittura con una frequenza maggiore, emetteva prestiti obbligazionari", e per saperlo sarebbe bastato leggere "Il  Sole-24 Ore", il "Corriere della sera" o "La Repubblica".
Sapete cosa hanno risposto gli amministratori della Parmalat alle contestatazioni dei pm? Hanno detto che non sapevano nulla di preciso sulla emissioni di bond, perché non avevano a disposizione la Bloomberg, l'agenzia specializzata nell'informazione finanziaria. Facciamo finta che sia vero. Quando, a fine 2002, esce l'intervista di "Milano Finanza" non c'è più bisogno della Bloomberg per sapere come stanno le cose: non ci sono più scuse. Tanzi e Tonna dichiarano che le obbligazioni Parmalat in circolazione ammontano a 7 miliardi di euro, mentre in bilancio figura un debito di 5,4 miliardi. E, oltre ai bond, c'è un miliardo di private placement, obbligazioni collocate privatamente negli Stati Uniti d'Ameirca per tirare su altri soldi per le acquisizioni internazionali. Anche di questo amministratori e sindaci sono informati, ma se fregano altamente nonostante nel febbraio 2003 il titolo sia paurosamente crollato in Borsa e Tonna sia stato costretto a dimettersi dalla carica di direttore finanziario. Non c'è traccia dei private placement nemmeno nel rendiconto trimestrale del 2003, che il consiglio d'amministrazione approva il 14 novembre, quando manca solo un mese alla dichiarazione d'insolvenza.
E come la mettiamo con la differenza tra il valore dei bond in circolazione e quello del debito in bilancio? Nell'intervista, Tanzi e Tonna si arrampicano sui vetri. Incalzati da Tamburini, prima sostengono che ci sono due bond emessi, ma non ancora inseriti in bilancio. Ma il conto continua a non tornare. Allora sparano alto: dicono di avere effettuato un buy-back, ossia un riacquisto di titoli. E' la prima volta in asosluto che ne parlano e la notizia dovrebbe ancora una volta far sobbalzare gli amministratori, se non altro perché i buy-back debbono essere approvati dal consiglio e comunicati alla Consob e al mercato. Ma nessuno sembra accorgersene. Il 10 aprile 2002, il neodirettore per la finanza della Parmalat, Alberto Ferraris, un ex Citibank messosi al servizio di Tanzi e catapultato dall'Australia a Collecchio per rimpiazzare il dimissionario Tonna, dichiara che i bond riacquistati valgono 2,2 miliardi. E' tutto falso, manco a dirsi. Ma gli amministrratori continuano a restare impassibili come sfingi. "Avrebbero dovuto chiedere: ma quando ce li siamo comprati? A quali condizioni…?… Ci abbiamo rimesso?" Invece, spudoratamente, tacciono. Nessuno sembra scandalizzato da questo dato, né la Consob né tanto meno i banchieri, i quali un attimo dopo il crack cominceranno a strillare dichiarandosi fregati da Tanzi , a loro insaputa. Poverini!
Peraltro, il dato sui bauy-back fornito da Ferraris all'inizio della primavera è smentito dal colllegio sindacale della stessa Parmalat, il quale, rispondendo a una richiesta d'informazioni della Consob, il 23 settembre 2002 comunica all'autorità di controllo che i bond riacquistati non sono più nell'ordine dei 2,2 ma dei 2,8 miliardi. A questo punto un consigliere serio dovrebbe cominciare a chiedere dettagli, spiegazioni, dovrebbe fare guerra e fuoco per ottenerli. "Bastava – aggiunge il Pm – che uno degli amministratori dicesse: scusate, fatemi avere la documentazione che riguarda il riacquisto di questi bond…Ebbene, loro non fanno nessuna domanda…Se questo fosse stato fatto si sarebbero accorti da subito che c'erano delle incongruenze incredibili".
C'era addirittura un prestito obbligazionario da 500 milioni emesso dalla controllata Parmalat Capital Finance nel 1998 e sottoscritto dalla Barclays, che risultava riacquistato dalla Bonlat al momento stesso della sua emissione. Peccato che la Bonlat, che poi risulterà essere la discarica contabile del gruppo, viene costituita nelle Grand Cayman solo alla fine del 1998 e che il suo conto corrente fittizio presso Bank of America viene ufficilmente acceso nel 1999.  "E' chiaro che già da qui emerge una situazione di malafede totale da parte dell'intero consiglio d'amministrazione".
E qui Lucia Russo prende di mira l'esimio professor Paolo Gualtieri, docente di economia dei mercati mobiliari dell'università Cattolica di Milano, consulente te
cnico di alcuni imputati (e di Bank of America nel processo di primo grado per aggiotaggio svoltosi a Milano).

"Il professor Gualtieri – dice la Russo con una punta di ironia – ci ha molto intrattenuto in questo dibattimento sui bond riacquistati. La sua tesi era che si trattava di una cosa assolutamente normale…Ma la questione fondamentale è…se il riacquisto dei bond è una notizia positiva perché si aspetta tanto a comunicarla? Perché non lo si dice nel corso del tempo? Perché Tanzi e Tonna lo dicono a Tamburini nel 2002, nel dicembre, quando sono alle strette, dopo avere cercato di riconciliare i dati…Se era una cosa così positiva, perché non viene immediatamente comunicata? Andiamo a vedere cosa ci risponde Gualtieri". La Pm sventola il resoconto di un'udienza precedente in cui il presidente della Corte chiede a Gualtieri se il riacquisto di bond sia il sintono di una condizione aziendale positiva, e alla risposta affermativa del professore gli obietta: "E allora perché non viene comunicato?" Sapete cosa risponde Gualtieri? "'Non l'ha comunicato perché non era vero'…Basterebbe questa risposta – chiosa la pubblica accusa – per chiudere questa tematica…Ce lo dicono loro, i consulenti dei nostri imputati [che i buy-bak sono falsi]".
Il professor Gualtieri, però, fa anche altro: produce un lungo elenco di società internazionali che hanno varato il riacquisto di bond. "La sua intenzione era quella di dire: guardate quanto è normale ricomprarsi i bond". Sta di fatto che fornisce versioni contraddittorie: "…a Milano, la versione chiamiamola Gualtieri 1, ci dà determinate percentuali di riacquisto  rispetto al debito, poi viene qui a Parma e Gualtieri 2 in merito alle stesse operazioni di riacquisto ci dà delle percentuali diverse…E quando gli abbiamo chiesto: mi scusi, ma allora la versione 2 è più attendibile della versione 1? Lui ci ha dato una risposta che io non ho ben compreso, perché ha detto: sono attendibili tutte e due. Ma il problema evidentemente è un altro, perché se noi andiamo a vedere ognuna delle società che viene indicata dal professor Gualtieri, vediamo che proprio l'analisi del loro comportamento rappresenta l'elemento di prova più grave nei confronti di Parmalat". Non solo è spropositato il quantitativo di bond che risulta riacquistato da Parmalat, ma appaiono anomale anche le modalità di riacquisto e in particolare l'assenza di qualsiasi pubblicità sull'operazione e sulla sua convenienza per l'azienda. Aggiunge l'accusa: "Perché Parmalat il bond del febbraio del 2003 lo prende quasi all'8%, che è una cosa folle,…a maggior ragione per una società che dichiara di detenere 3 miliardi e mezzo di liquidità?" Di fronte al pagamento di interessi così onerosi, piuttosto che l'emissione di bond sarebbe più conveniente il riacquisto. Questa, sì, sarebbe un'opportunità da cogliere al volo.  Ma la società continua a sfornare obbligazioni, e non un amministratore che sollevi l'ombra di una critica, che sia sfiorato dal dubbio. La loro sorte è quella di Tanzi sono legate a filo doppio. Simul stabant simul cadent.

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