Se hai un debito da 100mila euro che non riesci a rimborsare sono cavoli tuoi. Se il tuo debito è di un miliardo di euro sono cavoli della banca. Forte della regola non scritta che spinge le banche a scaricare i piccoli debitori per accollarsi le magagne dei grandi, l’ingegner Carlo De Benedetti è sul punto di concludere un accordo sulla Sorgenia grazie anche ai suoi buoni rapporti con il capo del governo Matteo Renzi. Della società di produzione di energia del gruppo Cir, sommersa da 1,8 miliardi di debiti finanziari, i principali istituti italiani sembrano pronti a convertire i crediti in capitale. In questo caso è la storia che si ripete sempre uguale. Fu così per il gruppo Ferruzzi-Montedison, che nei primi anni ’90 si salvò da un crack che avrebbe avuto effetti devastanti per il sistema-Italia, grazie a un accordo extra-giudiziale tra le più grandi banche nazionali. E’stato così per il gruppo Fiat, strappato da sicuro fallimento a inizio anni Duemila con un prestito obbligazionario poi convertito in azioni dalle solite grandi banche. E, anche se le cifre in gioco sono assai più modeste, è così anche oggi per Sorgenia, la cui emorragia finanziaria, se non arginata per tempo, prima ancora che sulla Cofide-Cir si ripercuoterebbe sui conti dei gruppi creditizi che l’hanno aiutata a crescere.
A leggere la lista delle banche più esposte c’è però da rabbrividire. La numero uno è il Monte dei Paschi di Siena, che tra il 2008 e il giugno di quest’anno è stata ricapitalizzata con 12,7 miliardi, compresi i 5 miliardi di aumento tuttora in corso. Seguono Ubi, Banco Popolare, UniCredit, Intesa Sanpaolo, Bpm e via elencando. Il Monte, capofila del salvataggio, aveva al 31 marzo di quest’anno crediti deteriorati netti per poco meno di 22 miliardi, pari a quasi quattro volte e mezzo il patrimonio netto tangibile. Sembra di vedere lo zoppo che conduce il cieco. Anche il Banco Popolare non scherza con i suoi 14,4 miliardi di crediti deteriorati pari a quasi due volte e mezzo il patrimonio netto. Sono cifre da capogiro, da fare invidia a una robusta manovra di governo.
Provate a chiedere cosa pensano delle banche le migliaia di piccoli imprenditori colpiti dalla stretta creditizia, costretti a elemosinare un fido o uno scoperto di cassa, mentre il sistema continua a erogare denaro a chi non è meritevole di riceverlo. Vi diranno che in questo paese il merito di credito è troppo spesso calpestato: che il sistema bancario, ancorché privatizzato, continua a subire i condizionamenti del governo e ad essere ostaggio dei giochi politici delle Fondazioni.