Le banche sono uno dei piatti preferiti di Umberto Bossi. Il denaro è potere, e il potere passa per l'intreccio perverso tra credito, affari e politica.  Per un partito come la Lega Nord, che rispecchia gli umori del territorio,  gli istituti di credito rappresentano quindi una tentazione sempre più irrefrenabile. E non da ora.


 Ricordiamo tutti la disastrosa avventura della Credieuronord, la banchetta leghista creata con il denaro dei militanti "padani" e salvata dalla bancarotta, dopo appena qualche anno di operatività, grazie a un provvidenziale intervento della Popolare di Lodi di Gianpiero Fiorani. Ma senza andare tanto lontano ci ronzano ancora negli orecchi le parole del "senatur" all'indomani della vittoria della Lega alle elezioni regionali. Era il mese di aprile del 2010 quanto Bossi dichiarò, urbi et orbi, che dopo aver vinto nelle grandi Regioni del Nord "ora ci prenderemo anche le banche". E aggiunse: "La gente dice prendetevi le banche e noi lo faremo".  Una dichiarazione che fece subito venire in mente la Dc dei tempi migliori, o peggiori, che dir si voglia.  Senza parlare del recente "dimissionamento" da UniCredit dell'ex amministratore delegato Alessandro Profumo, per i quali i leghisti hanno addirittura brindato, mentre non risulta si siano mai lamentati che al vertice di note istituzioni bancarie-assicurative siedano personaggi inquisiti e condannati per bancarotta. Sarebbe questo il partito delle riforme, del cambiamento, del federalismo?
Ed ecco adesso la novità. Mentre il governo Berlusconi è agonizzante dopo neanche tre anni di legislatura, il partito che si prefigge la nascita del libero stato della Padania (art. 1° dello statuto della Lega) ha presentato un sorprendente disegno di legge quadro che favorisca la nascita di nuove banche sul territorio. La proposta, scrive Dario di Vico sul "Corriere della sera", proviene dai deputati leghisti Marco Regazzoni, Massimo Bitonci, Alessandro Montagnoli e Marco Maggioni in attuazione dell'articolo 117 della Costituzione che dà alle Regioni facoltà di intervento nella politica del credito. "L'intinerario prefigurato  da Regazzoni – spiega Di Vico nell'articolo – ha come primo step un test approvato dal parlamento nazionale (che preveda incentivi fiscali) per poi passare la palla alle Regioni alle quali 'spetterà il compito di legiferare'".
In parole povere, se l'Italia diventa federalista, se il potere si sposta dal centro alla periferia, dallo Stato nazionale allo Stato locale, si dia modo a Regioni, Province e Comuni di promuovere istituti di credito che siano vicini agli interessi del territorio: famiglie e piccole e medie imprese, queste ultime tradizionale terreno di caccia della Lega. Qualcosa di simile alle Landensbanken tedesche, di cui sono azionisti, appunto, i Lander, l'equivalente delle nostre Regioni. Al progetto sembra peraltro interessata anche la Compagnia delle opere, l'associazione imprenditoriale che riunisce oltre 34mila imprese e mille organizzazioni non profit, legata a Comunione e liberazione. Ma siamo sicuri che il territorio, per crescere, abbia bisogno di nuove banche? E tutti i discorsi fatti in questi anni sulla necessità della concentrazione, della grande dimensione per competere con i colossi internazionali del credito? Ci siamo già dimenticati delle vicende della Popolare di Lodi e della Popolare di Intra o del Credito Cooperativo Fiorentino presieduto da Denis Verdini? E sono solo esempi. Facciamo funzionare meglio le banche che abbiamo,  piuttosto che farne proliferare di nuove. La Banca d'Italia sia più rigorosa nella vigilanza creditizia e finanziaria, impedisca alle banche a vocazione territoriale di avventurarsi in operazioni spericolate, di finanziare le campagne elettorali del notabilato locale. Le banche escano dall'azionariato di Bankitalia. Si trovi una soluzione perché le  Fondazioni escano dall'azionariato delle banche. Si impedisca agli istituti di credito di raggirare i piccoli investitori e le piccole imprese con prodotti redditizi solo per la banca venditrice. Si vigili sul credito al consumo e sulle carte di debito, che in certi casi si configurano come una vera e  propria forma di strozzinaggio. Si mandino a casa gli amministratori e i manager bancari indagati e condannati. Di questo ha bisogno il territorio. Che poi è il nostro paese.