Tra le diverse analisi pubblicate dai giornali sulle dimissioni di Alessandro Profumo da amministratore delegato di UniCredit le più centrate mi sembrano quelle dell'economista Francesco Giavazzi sul "Corriere della sera" e di Bill Emmott, ex direttore del prestigioso "The Economist", intervistato da Leonardo Maisano per "Il Sole-24 Ore". 


Profumo è stato sfiduciato dal consiglio, secondo Giavazzi, per il suo progetto di banca unica che avrebbe dovuto portare all'amalgama dei vari feudi locali che compongono UniCredit in un corpo unico creditizio più efficiente e moderno sul modello della Hong Kong and Shanghai Bank. La demolizione di questi feudi – rappresentati dalle fondazioni azioniste della banca e, per loro tramite, dalla politica locale, ma anche dai centri di potere di Monaco di Baviera che sostengono Dieter Rampl, presidente di UniCredit – porterebbe alla perdita di prebende, privilegi e poltrone spacciati come interessi territoriali. Ecco perché Profumo non andava a genio ai propri azionisti, dice Giavazzi, ecco perché il sindaco leghista di Verona si agita tanto: un atteggiamento che ricorda, aggiunge l'economista, i democristani d'un tempo. I leghisti che occupano posti nelle fondazioni bancarie per influenzare l'erogazione del credito sul territorio non sono poi così diversi dai vecchi notabili scudocrociati che lottizzavano le casse di risparmio.
Emmott introduce altri elementi di riflessione. Intanto rileva che uno degli errori di Profumo è stato quello di minacciare in due occasioni le dimissioni per "forzare la mano" al consiglio d'amministrazione, imponendogli le sue decisioni. Con questo ruolo di manager-imprenditore, che una public company inglese non avrebbe tollerato così a lungo, Profumo ha finito per destabilizzare, secondo Emmott, la compagine della banca e per logorare il suo rapporto di fiducia con gli azionisti. Ma c'è un altro punto che il giornalista inglese solleva: la fusione con Capitalia, su cui Profumo, a cose fatte, ha avuto modo di fare ammenda pubblicamente.  L'incorporazione di Capitalia,  peraltro avvenuta senza una due diligence, ossia senza una valutazione esatta di ciò che UniCredit si metteva in casa,  insieme all'acquisizione della tedesca Hvb (HypoVereinsbank), banca che era prossima al dissesto, "hanno visto il Ceo di UniCredit muoversi con discrete dosi di azzardo" dice testualmente Emmott.
L'operazione Capitalia, che ha assicurato al suo ex numero uno, Cesare Geronzi, prima l'ambita poltrona di presidente di Mediobanca e poi quella non meno ambita di presidente di Generali, è stata una scommessa giocata in tempi di boom dei mercati, che ha pesato molto su Unicredit quando i mercati sono crollati per il crack di Lehman Brothers. Da quel momento, gestire la crisi che aveva coinvolto anche UniCredit è stato "più difficile" per Profumo, dice Emmott, "perché le spinte politiche si sono rafforzate". Hvb e Capitalia hanno rappresentato una formidabile opportunità di crescita per UniCredit, nonostante avessero in pancia una massa di crediti deteriorati, ma sono diventate un peso quando la crisi è esplosa e Profumo ha dovuto chiedere ai propri azionisti la sottoscrizione di cospicui aumenti di capitale.