Tra le paginate sulle dimissioni di Profumo merita di essere segnalata per la sua eccentricità l'articolo di Lodovico Festa sul "Giornale". Autore di "Guerra per banche", un saggio di qualche anno fa in cui analizza lo scontro di potere nel sistema bancario italiano, Festa invita ad uscire dal luogo comune di un Profumo distante dalla politica.


Festa non è un ammiratore di Profumo, anche se nel suo articolo gli dà il merito di avere condotto operazioni di rilevanza per il sistema-Paese. Preferisce piuttosto un Geronzi, come scrive nel suo libro, e non solo perché l'attuale presidente di Generali è organizo al blocco berlusconiano, come lo è del resto "Il Giornale", ma anche perché nella sua arcinota spregiudicatezza l'ex numero uno del gruppo Capitalia, poi rilevato da UniCredit, appare più schietto, diretto, meno ipocrita e umanamente più simpatico di Profumo. Ciò detto, Festa scrive cose interessanti. Sostiene che non c'è nulla di più politico dello stare al vertice di un grande gruppo bancario capace di condizionare le scelte di politica economica del governo. E aggiunge che, mentre andava a votare per Romano Prodi alle primarie dell'Ulivo, Profumo  ha cercato di ergersi a campione dell'antipolitica standosene per esempio alla larga dall'azionariato e dal consiglio d'amministrazione della Rcs-Corriere della sera, dove altri suoi colleghi come Geronzi hanno sgomitato per entrare. Ma al di là della propaganda, scrive Festa, il "saldo legame" di Profumo con la politica era evidente: "Sia nella guerra alla Mediobanca di Vincenzo Maranghi sia nel contrasto ai tentativi prima di Vincenzo Visco poi di Giulio Tremonti di diminuire il ruolo delle fondazioni sul sistema bancario, Profumo seguiva l'impostazione bancocentrica di Romano Prodi, un'impostazione sostenuta da quel che restava dell'establishment economico-finanziario italiano".  Non dimentichiamo che Profumo ebbe un ruolo chiave nel rastrellamento di azioni Generali del 2003 (rinvio per questo a un mio post del 28 aprile 2010), e che questa operazione, gradita al Governatore Antonio Fazio, allo stesso Geronzi e a diverse fondazioni, ma avversata da Tremonti, provocò le dimissioni di Maranghi e la fine di un'epoca a Mediobanca.