Dopo il risultato del referendum popolare per l'annessione della Crimea alla Russia, che l'Unione europea considera illegittimo, Bruxelles minaccia sanzioni all'indirizzo del Cremlino. Il problema è che eventuali restrizioni economiche rischiano di ritorcersi contro l'Europa o almeno contro quegli Stati dell'Europa occidentale come Germania e Italia maggiormente dipendenti dalle importazioni di gas dalla Siberia e con un forte interscambio commerciale con Mosca.


E' eloquente a questo proposito l'affermazione a caldo dell'amministratore delegato dell'Eni, Paolo Scaroni: se le tensioni con la Russia porteranno al blocco delle forniture che transitano per l'Ucraina finirà che il prossimo inverno il costo del metano salirà. Il messaggio è evidente: andiamoci piano a sanzionare Putin, perché il prezzo per i consumatori europei potrebbe essere salato. Anzitutto per l'Italia e per l'Eni, di cui lo Stato controlla il 30% del capitale. I rapporti tra l'Eni e Mosca datano dai tempi di Enrico Mattei. L'Eni acquista il metano della Gazprom, alla quale  è legata da contratti di importazione che valgono svariati miliardi di euro; è azionista con la stessa Gazprom del gasdotto Blue Stream, che unisce la Russia alla Turchia attraverso il Mar Nero; sempre con Gazprom ha progettato il gasdotto South Stream, concepito per bypassare da Sud proprio l'Ucraina; alla stessa Gazprom si apprestava a cedere una quota del giacimento libico Elephant prima della caduta di  Gheddafi; ha  un accordo con il colosso petrolifero Rosneft (appena entrato in Pirelli accanto a Unicredit e a Intesa Sanpaolo) per lo sfruttamento congiunto di alcuni giacimenti nel Mare Nero e nel Mare di Barents. Può  un paese come l'Italia, di fronte a così corposi interessi economici,  permettersi di partecipare a un regime sanzionatorio duro contro la Russia? E' in nome di questi interessi che un ex presidente della Commissione europea, Romano Prodi, due volte presidente del Consiglio, ha accettato di essere consulente di Putin sia pure su questioni di interesse generale come le grandi migrazioni globali? E che dire della Germania? La cancelliera Angela Merkel batte il pugno sul tavolo, pur sapendo che essa stessa ed il suo predecessore, Gerhard Schroeder, hanno stretto in campo energetico con Putin un legame quasi inestricabile. Entrambi sono infatti partner, con imprese dei rispettivi paesi, nella costruzione del North Stream, la pipeline (in parte già realizzata) per collegare la Russia alla Germania attraverso il Mar Baltico, escludendo dal proprio tragitto non solo l'Ucraina, che vorrebbe far parte dell'Europa, ma anche Stati già membri della Ue come Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia.  La Germania che oggi appare schierata con il resto dell'Unione a fianco dell'Ucraina è la stessa nazione che detiene interessi economici forti in una una società costituita con i russi, presieduta da Schroeder, per permettere al gasdotto russo di approdare nel cuore dell'Europa "ricca", bypassando l'Ucraina. Si parla tanto di Unione europea, ma il cinismo e l'ipocrisia che traspaiono da queste vicende mostrano un'Europa inconsistente, fragile, spaccata, incapace di progettare un comune interesse sovranazionale.