"Sono assolutamente convinto che il sistema bancario non metterà nei portafogli dei clienti prodotti a carattere speculativo, come sta avvenendo altrove, per la moralità e la tradizione complessiva del nostro Paese". E’ questo il passaggio più sornione dell’intervento di Giulio Tremonti all’assemblea dell’Abi del 9 luglio 2008. Il ministro dell’Economia, infatti, conosce bene il modus operandi delle banche nei rapporti con i risparmiatori. E ne è stato uno dei più strenui avversari. Come dimenticare lo scontro istituzionale che, tra il 2003 e il 2004, lo oppose  all’allora governatore di Banca d’Italia, Antonio Fazio? Come dimenticare le sue perplessità di fronte alla visione "bancocentrica" di Fazio, le aspre critiche al Governatore proprio di fronte alla platea dell’Abi, le sue invettive contro le banche colpevoli di aver scaricato nei portafogli dei risparmiatori le obbligazioni di una società dissestata come la Cirio e di uno stato alla bancarotta come l’Argentina? Come dimenticare le sue pressanti richieste di informazione sul crollo in Borsa della Parmalat parecchi mesi prima che ne emergesse il crack e i suoi sospetti sui crediti cartolarizzati di Capitalia? Per tutto questo, le parole di Tremonti hanno più il sapore di un ammonimento che quello d’un ramoscello d’ulivo.

Se le banche italiane hanno investito solo marginalmente nei mutui subprime, anche se ne sono state ugualmente contagiate, non lo si deve tanto alla loro lungimiranza strategica, quanto alla loro scarsa presenza in campo internazionale. Ciò non ha impedito ai grandi gruppi creditizi italiani di infarcire i dossier titoli della piccola clientela di prodotti finanziari ad alto rischio e a basso livello di trasparenza come le obbligazioni strutturate, le obbligazioni bancarie, le "polizze vita" index e unit linked, i bond Parmalat e via così elencando. La vendita allo sportello dei prodotti di risparmio gestito, tra cui anche i fondi comuni d’investimento, ha fruttato alle nostre banche, per anni, commissioni per miliardi di euro: vale a dire più ricavi e più profitti.

I risparmiatori sono cascati nella trappola fino a che non hanno sperimentato sul proprio portafoglio gli effetti devastanti di questa vendita indiscriminata che non ha tenuto in alcun conto la propensione individuale al rischio. Dopo di che hanno cominciato a capire e ora stanno facendo macchina indietro. Tant’è che le banche accusano un forte calo dei proventi da commissione e della raccolta in fondi.

Vedremo se i grandi gruppi creditizi hanno perso il vizio di speculare sulla pelle del piccolo investitore e, soprattutto, se il ministro Tremonti saprà essere altrettanto vigile sugli abusi del sistema bancario come lo fu all’epoca di Fazio e del disegno di legge per la tutela del risparmio, di cui è stato tra i promotori.