La Telecom non è stata spolpata. Roberto Colaninno risponde sdegnato all'articolo di Peter Gomez pubblicato il 15 aprile 2010 dal "Fatto quotidiano", in cui si sostiene l'esatto contrario. Il manager che nel 1999 lanciò la scalata ostile al colosso italiano delle telecomunicazioni giudica infondate la ricostruzione e le affermazioni di Gomez, in quanto "figlie della pericolosa categoria dei 'falsi miti' che continua tristemente ad animare la vicenda dell'offerta pubblica di acquisto della Telecom". E ripete quanto a suo dire ha "già avuto occasione di smentire in innumerevoli occasioni".  Colaninno sostiene nell'ordine: 1) che grazie al suo lavoro, in appena due anni, la Telecom fu trasformata in un "vero player internazionale, in virtù di una strategia di espansione sui mercati più promettenti del pianeta", e cita il Brasile, l'Argentina, la Grecia, la Turchia e l'Austria; 2) che l'offerta lanciata dalla Olivetti fu un'operazione di mercato e un'opportunità per gli azionisti che vi aderirono; 3) che l'Opa non indebitò la Telecom, ma la Olivetti, e che il gruppo che era stato privatizzato dal Tesoro nel 1997 aveva comunque un'esposizione "largamente inferiore a quello dei grandi competitor europei"; 4) che egli non ottenne sponsorizzazioni politiche e istituzionali le quali, oltre che contrarie alla sua etica, "sarebbero state contrarie alle regole del diritto nonché un'evidente contraddizione rispetto alla logica esclusivamente di mercato che caratterizzò l'intera operazione"; 5) che dal momento dell'annuncio della scalata la Consob e la Borsa garantirono il più rigoroso rispetto delle leggi; che l'assemblea convocata da Telecom per deliberare l'Opa sulla Tim, per cercare di contrastare la scalata, "non pote' né costituirsi né deliberare a prescindere dalla decisione del Tesoro e del fondo pensioni della Banca d'Italia". Ribatto punto per punto a queste affermazioni sulla scorta delle informazioni raccolte da me e Giovanni Pons nel corso dell'inchiesta condotta tra la fine del 2000 e l'inizio del 2002, che ha dato vita al libro "L'Affare Telecom".


1) Furono i deprecati Boiardi della Stet (la subholding dell'Iri per le telecomunicazioni, che fu fusa con la Telecom poco prima della privatizzazione) ad avviare l'internazionalizzazione del gruppo e a piantare le prime bandierine in paesi quali l'Argentina di Menem e il Brasile di Cardoso, dove la società è tuttora presente. Tra il 1995 e il 1998 la Stet  acquisì partecipazioni estere per 8 miliardi di dollari. E' vero che Colaninno mise a segno varie acquisizioni internazionali e che rafforzò il gruppo in Sudamerica. Ma a che prezzo? Per l'acquisto della Crt da parte di Brasil Telecom, l'operatore di rete fissa a cui partecipava Telecom Italia, furono spesi 850 milioni di dollari. Una vicenda che suscitò furiose polemiche, in Brasile e in Italia. E vogliamo parlare di Globo.com, un portale Internet con appena 65 giorni di vita, per il cui 30% Telecom versò alla famiglia Marino 830 milioni di dollari? Siamo certi che valesse tutti quei soldi? Tronchetti, il successore di Colaninno in Telecom, fu costretto ad azzerare il valore di Globo.com. Vogliamo parlare degli 826 milioni di euro spesi per l'Opa sulla francese Jet Multimedia? E come la mettiamo con la Seat, ragionier Colaninno? Per acquistarne il 37% la Telecom sborsò 6,7 miliardi di euro. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. E vogliamo ricordare che tra i beneficiari di questa somma c'era anche la Hopa (per il tramite di due scatole vuote domiciliate a Madeira), di cui Colaninno era uno degli azionisti e il cui principale socio era Emilio Gnutti? Questi sono fatti, non falsi miti.
2) E' vero, gli azionisti che aderirono all'Opa incassarono 6,92 euro in contanti e 2,90  euro in azioni e obbligazioni della Tecnost, la controllata della Olivetti da cui era partita la scalata. Il mercato (compresi gli azionisti del nocciolo duro, tra cui l'Ifil) rispose in modo affermativo all'offerta della Olivetti;
3) L'Opa indebitò il gruppo Olivetti, dice Colaninno. E questo che significa? Con quali mezzi la Olivetti avrebbe dovuto rimborsare il proprio debito, se non con i flussi di cassa generati dalle controllate Telecom e Tim? Il problema era così serio che Colaninno, in un pirmo momento, avrebbe voluto fondere la Tecnost con la Tim, per far salire direttamente in Olivetti i flussi di cassa della telefonia mobile. Ma l'operazione non piacque agli investitori, che la bocciarono. Per il Finacial Times  si trattava di una "rapina a cielo aperto". L'operazione più logica da fare sarebbe stata la fusione tra Olivetti e Telecom, che Colaninno & soci si guardarono però bene dal realizzare perché avrebbe indebolito la catena di controllo che partiva dalla Bell costringendo i soci della scatola domiciliata in Lussemburgo a rimettere mano al portafogli. La Telecom era meno indebitata dei suoi concorrenti, dice Colaninno. Sta di fatto che ancora oggi la società continua a pagare le conseguenze di un'esposizione finanziaria eccessiva e le mancano i mezzi per investire nella rete in fibra ottica di nuova generazione. Di una ricapitalizzazione, gli attuali azionisti di controllo non vogliono nemmeno sentir parlare.
4) Che la politica non restasse insensibile alle scelte della Telecom, anche dopo la privatizzazione, e cercasse di orientarle mi sembra fin troppo ovvio. Questo è successo all'epoca del nocciolo duro, nell'era Colaninnno, nell'era Tronchetti e succede anche oggi. Succede in Italia e nelle Telecom del resto d'Europa. Le telecomunicazioni e l'energia sono determinanti per lo sviluppo economico di un paese. E' naturale che la politica stia addosso a questi settori. Senza contare il valore strategico della rete (in senso sia militare che  di intelligence). Per di più in Telecom Italia il Tesoro continuava a mantenere alcuni poteri speciali attraverso la golden share e una quota azionaria del 3,46% che valeva all'incirca un miliardo di euro. Colaninno ebbe diversi contatti con il governo D'Alema, diretti e indiretti. L'ingresso dell'Unipol nell'azionariato della Bell non avvenne per caso. Qualche tempo prima dell'annuncio dell'Opa, Colaninno era andato a Palazzo Chigi con in tasca due lettere d'impegno, una della Chase Manhattan, l'altra di Dlj, Lehman Brothers e Mediobanca, in cui le banche dichiaravano di essere "ragionevolmente certe" di poter organizzare il finanziamento per rilevare la Telecom. Alla fine Colaninno mostrò a D'Alema solo la lettera della Chase. Forse vuol negarlo? Non so se questa possa considerarsi una sponsorizzazione. Fu comunque un benestare politico.
5) Noi non abbiamo mai detto che l'assemblea  convocata da Franco Bernabè il 10 aprile 1999 per deliberare l'Opa sulla Tim andò deserta per la mancata partecipazione del Tesoro e di Banca d'Italia. Questo lo hanno dedotto altri sulla base delle nostre informazioni. Noi ci siamo limitati a scrivere che l'allora direttore generale del Tesoro, Mario Draghi, riteneva fosse interesse dello Stato partecipare all'assemblea per favorire la formazione del quorum, delegando a un advsior come la Morgan Stanley il compito di decidere se votare contro o a favore. D'Alema, al contrario, pensava che la partecipazione del Tesoro potesse essere interpretata come un'indebita ingerenza del governo in un'operazione di mercato ed era per questo contrario a presentarsi in assemblea. Draghi alla fine accettò l'indicazione di D'Alema ma chiese che il presidente del Consiglio gliela mettesse per iscritto in una lettera di istruzione politica. Non fu anche questo un benestare implicito all'operazione? E cosa dire del discorso di D'Alema a favore dei "capitani coraggiosi" fatto a mercati aperti in coincidenza con l'annuncio dell'Opa?