Kashagan sta rivelandosi una bella gatta da pelare per l’Eni. Il prezzo del greggio ormai prossimo ai 128 dollari al barile ha rimesso in discussione l’intesa che era stata sottoscritta in gennaio tra il governo kazakho e il consorzio che gestisce il maxi-giacimento del Caspio, formato da Eni, Exxon, Shell, Total, KazMunayGas, ConocoPhillips e Inpex.

Nei giorni scorsi, il ministro dell’Energia del Kazakhstan, Sauat Mynbayev, aveva minacciato nuove sanzioni a carico del consorzio dopo aver saputo che l’avvio della produzione di Kashagan sarebbe slittato ulteriormente dal 2011 al 2012-2013. Oggi Mynbayev, in visita al Cairo, è ritornato sull’argomento, dichiarando che sono in corso negoziati, ma che ancora non è stata presa alcuna decisione. E alle sue parole sono seguite quelle di Paolo Scaroni, in Congo per firmare un accordo per lo sfruttamento delle sabbie bituminose di Tchikatanga. L’amministratore delegato dell’Eni ha precisato che i colloqui con l’autorità kazakha "non si sono mai interrotti", proseguono "ogni giorno", e che l’accordo del 14 gennaio 2008 dev’essere finalizzato. "I colloqui col Governo procedono, ma nel frattempo i lavori sul posto continuano. Mi auguro che a breve termine si arrivi ad una conclusione". Una dichiarazione dai toni concilianti e ottimistici.

Resta un interrogativo: le crescenti pretese dei kazakhi originano soltanto dai continui aumenti di prezzo del greggio o c’è ancora da risolvere qualche problema tecnico? Non c’è per caso un problema di pressione particolarmente elevata del giacimento di Kashagan, che rende complessa la reinezione di gas nel sottosuolo? In Kazakhstan il petrolio è associato a un gas molto ricco di anidride solfidrica (sostanza velenosa ed esplosiva). E la reinezione di questo gas nel giacimento dovrà avvenire all’eccezionale pressione di circa 900 atmosfere. Qualche chiarimento in più su questo tema non guasterebbe.