Briciole di storia patria

1945:  COMMISSARI STRAORDINARI E  CONSIGLI DI GESTIONE

Testimonianza di Enrico Colombi °°

Piero Colombi  Commissario Straordinario della SAFFA

Pochi giorni dopo il 25 aprile 1945, il C.L.N.A.I. (Comitato di Liberazione Nazionale per l’Alta Italia) procedette alla nomina di Commissari Straordinari in sostituzione dei Consigli di Amministrazione di quelle aziende “i cui esponenti erano stati allontanati perché compromessi col passato regime” e ciò, non soltanto per renderne possibile il funzionamento “ma anche perché venissero prontamente applicate con sensibilità politica le sanzioni previste dalle leggi sull’epurazione e sulla punizione di delitti fascisti. Compito dei Commissari era anche quello di accertare, per quanto possibile, gli eventuali illeciti arricchimenti di esponenti dell’azienda “ai fini dell’avocazione allo Stato dei profitti di regime, di guerra e di congiuntura“. 

Ciò è quanto ho appreso dalla lettera ufficiale d’incarico per la SAFFA che il CLNAI aveva inviato a mio padre, scelto in quanto faceva parte del gruppo di professionisti dotati d’esperienza economica, aderenti al Partito d’Azione nell’ambito del Comitato di Liberazione stesso. La sua nomina fu poi sancita il 2 luglio dall’AMG (Allied Military Government) per la Regione Lombardia che aveva assunto il potere amministrativo, mantenendo il CLNAI come organo consultivo tecnico, con una lettera in inglese (e traduzione in italiano allegata), firmata dal Colonnello Charles Poletti (Commissario regionale), che gli attribuiva tutti i poteri d’ordinaria amministrazione per la Società.

La S.A.F.F.A. (Società Anonima Fabbrica Fiammiferi ed Affini), con stabilimenti a Magenta e Pontenuovo nell’hinterland milanese è che stata una dei blue chips della Borsa, successivamente entrò nell’orbita del Gruppo Bonomi e più tardi in anni recenti fu depennata dal listino. Allora la società era controllata dal Consigliere delegato e direttore generale Eugenio Bravi che si era gravemente compromesso col fascismo repubblichino, aveva collaborato attivamente con l’occupante tedesco e pertanto era stato epurato.

Il 9 luglio 1945 il Comitato di Liberazione Nazionale Aziendale della SAFFA, insieme alla Commissione Interna e “alla Maestranza tutta di questi stabilimenti” si dichiaravano lieti di salutare “nella persona della S.V., il Commissario Straordinario di gestione e Capo dell’Azienda, sicuri che, sotto la guida della S.V., l’Azienda troverà la giusta via su un nuovo indirizzo sociale, garanzia di un migliore avvenire“. Questo benvenuto, ancora pervaso d’ormai anacronistica rispettosità ottocentesca, per la prima volta introduceva in un documento aziendale l’aspirazione ad una politica sociale. E la speranza “della Maestranza tutta di questi stabilimenti non fu certo delusa dall’opera svolta dal Commissario Colombi per la ristrutturazione dell’azienda e la creazione dei Consigli di Gestione.

Quanto all’epurazione, lo sforzo compiuto da mio padre – antifascista irriducibile per spirito democratico e liberale ma anche saggio amministratore e, soprattutto, uomo dotato di gran sensibilità etica ed umana,  fu di cassare le pretese faziose, e talvolta interessate, dei fanatici e di reintegrare, dove possibile, gli elementi validi per l’azienda che non si fossero macchiati d’autentici crimini. Ne ho la prova leggendo le sue note a margine dell’elenco della cinquantina di dipendenti (a quell’epoca la Saffa aveva circa 5.000 dipendenti di cui ben 4.000 nel solo stabilimento di Magenta) “sospesi momentaneamente” dalla Commissione interna con motivazioni varie, legate per lo più al vecchio squadrismo, alla marcia su Roma o ad una generica indesiderabilità per le maestranze. Nell’elenco c’era anche un certo Weber Josef, sospeso “perché tedesco“, che fu reintegrato poiché risultava essere, in fondo, una brava persona ed un buon tecnico. Dopo indagini accurate, gli epurati si ridussero a meno di una decina: gentaglia che aveva collaborato coi tedeschi per la deportazione di operai resistenti o che aveva fatto la spia ai repubblichini per azioni di rastrellamento dei partigiani.

Il 21 dicembre dello stesso anno, soltanto otto mesi dopo la nomina del Commissario straordinario, si riuniva la prima assemblea degli azionisti Saffa del dopoguerra che elesse il nuovo Consiglio d’amministrazione della società. Piero Colombi fu chiamato a farne parte per acclamazione e nei successivi mandati, fino alla sua scomparsa (il 21 agosto del 1960), fu sempre rieletto nel Consiglio della società.

Il rappresentante del CLN aziendale della direzione, nel discorso pronunciato davanti all’Assemblea degli azionisti, infatti, dichiarò: “La Società si trova oggi in condizioni di efficienza certamente superiori a quelle di otto mesi fa…oggi si può affermare che la nomina dell’ing. Colombi ha avuto effetti benefici per l’Azienda… il contrasto tra l’azione equilibrata della gestione commissariale e l’attività convulsiva e caotica della precedente direzione è stato evidente…Il Commissario uscente ci ha seguito con franchezza e sensibilità nei nostri intendimenti e ci ha dato la prova che quando si è animati da sentimenti onesti non è impossibile trovare una via d’intesa…A lui che ha saputo, quando è occorso, indicarci la strada giusta e ci ha dato modo di ritrovare nell’attuale direzione generale un rinnovato prestigio, vada il ringraziamento sincero del CLN per l’opera intensa, serena e fattiva che ha svolto in questi mesi.

I Consigli di Gestione

A fine agosto del 1945 si tenne il Congresso del CLN Alta Italia
, presieduto dal “Comandante Maurizio” (nome di battaglia partigiano di Ferruccio Parri) che in quell’occasione affermò la necessità e l’urgenza di costituire i Consigli di gestione e di fabbrica “affinché i lavoratori possano partecipare al controllo della produzione con la loro piena responsabilità e ciò rappresenterà certamente una grande scuola di miglioramento morale e sociale“. In quel momento, nell’Italia appena uscita da vent’anni di dittatura e da due anni d’occupazione e di guerra civile, mancava una rappresentanza diretta della volontà nazionale che, prima del regime fascista, veniva espressa dal Parlamento e dalle istituzioni locali democraticamente elette. I Comitati di Liberazione ne avevano dunque assunto provvisoriamente la funzione, in attesa che l’Assemblea Costituente venisse eletta per dotare il paese di una nuova legislazione democratica. L’autorità necessaria per legiferare era stata attribuita al CLN Alta Italia dal Governo di Roma durante la vita clandestina e, difatti, si ebbero le nomine dei sindaci, dei prefetti, dei commissari agli ospedali, agli enti morali e tutti coloro che furono nominati si misero all’opera e governarono seriamente assicurando la continuità a cavallo della liberazione. Tutte queste nomine furono confermate dal Governo di Roma subito dopo la Liberazione e furono poi anche confermate dagli Alleati nell’esercizio del loro governo militare provvisorio.

Il fondamento legale e giuridico dei “Consigli di gestione di fabbrica” si trova dunque nel Decreto emesso dal CLN per l’Alta Italia il 17 aprile 1945, dieci giorni prima della Liberazione:

– Considerato gli obiettivi antinazionali del decreto legge. fascista del 12/1/44, n°.375 sulla pretesa socializzazione dell’impresa (dalla Carta di Verona che rappresentava l’atto costitutivo della famigerata “Repubblica sociale italiana”, n.d.a) 

  – Considerato l’alta sensibilità politica e nazionale delle maestranze d’Italia…

        decreta,

al fine di assicurare all’atto della liberazione la continuità ed il potenziamento dell’attività produttiva nello spirito di un’effettiva solidarietà nazionale:

oggi gli operai del Nord acquistano il diritto di partecipare alla gestione dell’azienda, di farsentireil peso della loro volontà sull’andamento della produzione nazionale.

Il Decreto, che si compone di 7 articoli, continua dettando anche le norme pratiche per la costituzione di questi Consigli di gestione.

Ho davanti a me, sulla scrivania, la copia del documento originale del resoconto del “Convegno dei C.L.N. per l’Alta Italia e delle Commissioni Interne di fabbrica di tutti gli stabilimenti SAFFA per la nomina del Consiglio di gestione” in cui è scritto: “quando il Commissario crede compiuto il suo compito, risanata l’azienda politicamente e avviata con un programma di dirittura politica e morale, allora è già pronto il Consiglio di gestione a funzionare, dopo l’amministrazione straordinaria del Commissario…“. A margine del documento posso leggere chiaramente la chiosa a matita blu nell’inconfondibile stampatello di mio padre: “le funzioni del Consiglio di gestione saranno delimitate dalla legge”.

Un’anticipazione degli “amministratori indipendenti”

Poco meno di un mese più tardi, il 24 settembre, il Convegno dei Comitati di Liberazione Aziendale di tutti gli stabilimenti e della Direzione Generale della SAFFA, indetto dal Commissario straordinario  ed alla presenza del Commissario economico del CLNAI, Altiero Spinelli (uno dei padri dell’Europa) costituì e nominò il Consiglio di gestione della SAFFA composto dai 15 membri del consiglio d’amministrazione e da 15 membri eletti dai lavoratori (7 operai, 2 dirigenti e 6 impiegati). “I rappresentati dei lavoratori amministreranno l’azienda a parità di diritti dei consiglieri di amministrazione, a norma dello Statuto sociale e del Codice civile“. Questo era il testo della delibera  che proseguiva così “Fin tanto che durerà la gestione commissariale alla Saffa, i membri del Consiglio di gestione, eletti dai lavoratori, affiancheranno l’opera del Commissario straordinario con voto consultivo… e questi si impegna ad ottenere nel più breve tempo possibile la formazione del nuovo Consiglio d’amministrazione…“.

Mi sembra importante ribadire che nei successivi mandati, mio padre fu sempre rieletto consigliere fino alla sua scomparsa il 21 agosto 1960. In proposito vorrei rilevare che tale scelta può considerarsi un esempio significativo di anticipazione della figura degli “amministratori indipendenti” attualmente prevista per le società quotate.

Dal “Taccuino di un azionista”

A liberazione avvenuta, il CLN Alta Italia era rimasto in carica come organo politico indipendente e come organo consultivo tecnico dell’amministrazione alleata, ma al più presto, ai primi di maggio, i suoi esponenti andarono a Roma per chiedere le dimissioni del Governo Bonomi che ormai rappresentava il passato del paese, ed esigere la formazione di un “governo della Costituente e del rinnovamento necessariamente repubblicano”. Leo Valiani (nel suo diario cui ho attinto ogniqualvolta mi è stato necessario per inquadrare con precisione gli eventi storici in cui mi sono trovato a vivere di riflesso a mio padre) descrive come scettico ed ostile l’ambiente dei politici di Roma che era stato condizionato da un anno di governo militare alleato. Per tema di compromettere l’unità del paese contrapponendo il Nord al Sud, la maggioranza dei delegati del CLNAI (contro il voto di Valia
ni), si rassegnò a chiedere soltanto un presidente del consiglio emanato dalla Resistenza, rinunciando ad insistere fino in fondo per la costituzione di un Congresso permanente dei CLN regionali col compito di stimolare e rafforzare il governo nel campo delle riforme più urgenti. Solo più tardi fu convocata la Consulta, assemblea che venne però esautorata in partenza col rinvio a dopo la Costituente di ogni riforma, comprese quelle della pubblica amministrazione che stiamo aspettando ancora oggi. Dopo sei settimane di demoralizzanti negoziati, il governo della Resistenza che avrebbe dovuto formarsi nell’atmosfera rinnovatrice della primavera, si formò invece in un ambiente di torrida estate e di compromessi paralizzanti. Fu così che Maurizio, il leggendario capo della Resistenza, divenne il primo capo di governo dell’Italia libera, governo che purtroppo durò soltanto da giugno a novembre.

Conclusa la breve parentesi della Saffa, mio padre s’impegnò anima e corpo a realizzare il suo grande progetto, quello di creare un nuovo quotidiano economico-finanziario, sul modello del Financial Times e nel moderno spirito liberale di Le Monde, che fosse degno del nuovo paese che stava nascendo.

Nota biografica°°

Enrico Colombi, figlio di Piero Colombi, è nato a Milano nel 1931. Giornalista finanziario, per oltre trent’anni è stato titolare di rubriche borsistico-finanziarie su Il Sole 24 Ore, Corriere della Sera, La Stampa, Mondo Economico, nonché editore (con la Sasip) di numerose pubblicazioni sulle società quotate, prima fra tutte “Il Taccuino dell’Azionista”. Nel 1993 Etas-Libri ha pubblicato un suo libro sulla comunicazione finanziaria in Italia, “La sfida della trasparenza”. Attualmente vive in Francia, ad Antibes, dove, grazie ad Internet ed a qualche viaggio a Milano, continua a dirigere la “Rivista AIAF”, trimestrale dell’Associazione italiana degli analisti finanziari che ha per missione promuovere la cultura della trasparenza e le regole del mercato che considera parte integrante dei valori disprezzati e calpestati da Berlusconi e dai suoi. In politica, è sempre stato laico, antifascista e progressista;  non è mai stato comunista.

ESTRATTI  DAL “TACCUINO DI UN AZIONISTA” di Enrico Colombi, Il Ponte Editore, 2002

Preambolo

“Un vecchio che muore è una biblioteca che brucia”, così dice un proverbio africano del Mali.
Prima di prendere fuoco, ho dunque deciso di trascrivere alcuni ricordi annotati nel taccuino virtuale della mia memoria. Premetto che con queste cronache non ho certo la pretesa di fare della storia, ma ritengo che certi ricordi possano offrire alle generazioni successive un’utile testimonianza su di un’epoca che appartiene ormai al secolo scorso.
Alcune esperienze indirette le ho vissute di riflesso attraverso quanto mi raccontava al momento mio padre, e pertanto sono anch’esse di prima mano. Quanto agli eventi storici cui mi riferisco, per meglio inquadrare il racconto dei ricordi personali, li ho ricostruiti a posteriori con maggior precisione grazie ai libri di Leo Valiani, Aldo Garosci, Dante Livio Bianco, Giorgio Bocca e tanti altri ancora che hanno contribuito a costituire il mio patrimonio culturale politico. I ricordi man mano più recenti riguardano invece esperienze vissute in tempi sempre meno eccezionali, poiché meno eccezionale è stata l’epoca successiva alla guerra ed al primo dopoguerra.  Ricordi più legati alla vita privata, però sempre guidati dal filo conduttore del mio taccuino di giovanissimo “azionista” degli anni quaranta e cinquanta.

Taccuino di un azionista, dunque,  in prima istanza perché mio padre mi aveva insegnato che essere “azionista” significava condividere gli ideali del Partito d’Azione che, affondando le sue radici nel pensiero di Mazzini e Cattaneo, era nato nel 1930 dal movimento liberal socialista Giustizia e Libertà dei fratelli Rosselli con l’obiettivo di eliminare il conservatorismo dalla tradizione liberale ed il marxismo da quella socialista. Il P.d’A. di Ferruccio Parri, di Piero Calamandrei, di Norberto Bobbio, di Leo Valiani, di Ugo La Malfa, di Tristano Codignola, di Riccardo Bauer, di Ernesto Rossi e di tanti altri che ho poi conosciuto personalmente intorno agli anni cinquanta. Pensarla così significava essere antifascisti, repubblicani, laici e progressisti, come coloro che in Francia sono definiti républicains e negli USA liberals. E significava anche essere fortemente europeisti. L’impegno per me è stato più morale e culturale che non strettamente politico, ma ho cercato di mantenerlo per tutta la vita.

Da qualche tempo, nel farraginoso cammino verso la cosiddetta Seconda Repubblica, si è andati assistendo, da parte di alcuni, ad un’insperata rivalutazione dell’azionismo che era stato dileggiato e sprezzato non soltanto dai qualunquisti, ma anche dai politici-politicanti: “Non sanno cosa vogliono, ma lo vogliono subito” o peggio ancora “Parri è un fesso”, come si permise di dire Togliatti quando a fine novembre 1945 fece cadere il suo governo con agghiacciante cinismo. Cinquantaquattro anni dopo, Carlo Azeglio Ciampi, un “azionista” e un Grand Commis de l’Etat internazionalmente apprezzato, è stato eletto alla Presidenza della Repubblica a larghissima maggioranza, persino coi voti dell’ineffabile Berlusconi e dei post-fascisti. Norberto Bobbio e Leo Valiani, fino alla sua recente scomparsa, vengono ormai da anni riconosciuti da tutti come gli ultimi “Padri della Repubblica”. Sembrerebbe quasi che la coerenza ed il rigore morale, indiscutibile retaggio dell’azionismo, comincino ad essere riconosciuti come valori anche in Italia. L’esempio morale, intellettuale ed umano di Ferruccio Parri, ed il ricordo affettuoso che ne conservo, sono tutt’oggi più che mai vivi in me.

In seconda battuta ho voluto richiamarmi con un titolo evocativo alla mia più che trentennale attività di giornalista finanziario e, nella fattispecie, di editore insieme a mio fratello Carlo con quella che è stata la nostra impresa di famiglia, la SASIP, di un annuario sulle società quotate in borsa tuttora ben noto presso la comunità finanziaria il cui titolo è appunto “Il Taccuino dell’Azionista”. È attraverso questa attività che per tanti anni abbiamo cercato di promuovere in questo paese la cultura della trasparenza in finanza, componente non trascurabile della cultura democratica tout court. 
La prima edizione de “Il Taccuino dell’Azionista” risale al 1936 a
d opera di mio padre, Piero Colombi, che nel 1946 fondò con alcuni amici il quotidiano 24 Ore. Dopo la sua scomparsa nel 1960, mio fratello Carlo ed io abbiamo ripreso e sviluppato tutta l’attività editoriale e giornalistica finanziaria della SASIP che nel 1986 abbiamo ceduto a Databank, diventandone azionisti e dirigenti.. Nel 1996 il Gruppo Sole-24 Ore ha rilevato da Databank quella che era divenuta la divisione SASIP, per cui oggi “Il Taccuino dell’Azionista”, che per più di mezzo secolo ha rappresentato praticamente l’unica fonte di informazione finanziaria indipendente sulle società quotate italiane, è diventato una testata del gruppo editoriale della Confindustria.

La Confindustria e “24 Ore”

Mentre riempivo un po’ disordinatamente la mia vita privilegiata di studente di famiglia borghese dedicandomi con entusiasmo ad una vasta gamma d’interessi culturali, politici e sportivi, mio padre si batteva come un leone per salvaguardare la salute finanziaria del suo 24 Ore e per garantirne l’indipendenza. Fu grazie agli interventi di Parri presso il consigliere delegato della Edison, Vittorio De Biasi (assai vicino a Maurizio fin dai tempi della resistenza), che furono sventati alcuni tentativi di assorbimento, ed asservimento, del giornale da parte dei gruppi industriali finanziatori. Lo svolgimento ufficiale dei fatti verificatisi in quegli anni è stato descritto con obiettività, ma anche con gran simpatia, da Salvatore Carrubba nella parte dedicata al 24 Ore da lui curata nel volume “La trasparenza difficile – Storia di due giornali economici” pubblicato nel 1990 in occasione del centoventicinquesimo anniversario della fondazione de Il Sole. Carlo ed io gli avevamo raccontato i nostri ricordi personali e fornita copia di una parte della corrispondenza privata di nostro padre coi suoi amici fedeli (tra cui in prima linea Parri) e coi suoi interlocutori del mondo industriale. A proposito dell’accordo del febbraio 1952 Carrubba scrive: “Colombi poté finalmente guardare con sufficiente tranquillità al futuro”. In effetti, da quella data, la vita finanziaria del giornale subì una svolta radicale. Fino allora, proprietaria della testata era la Nuova Società Editrice il cui controllo era detenuto da Colombi, da Pacces e dall’ISE – Istituto di Studi Economici presieduto da Parri (l’ISE, a sua volta possedeva il Mondo Economico, diretto da Bruno Pagani). Altri azionisti minoritari erano alcuni gruppi industriali del Nord poco propensi a spendere, per cui la lotta per coprire il deficit ed investire nello sviluppo del giornale, mantenendone l’indipendenza politica, era quotidiana ed immane. Con quella “Convenzione” il capitale della Società Editrice fu ripartito tra due gruppi. Quello di maggioranza (51%) faceva capo alla Confindustria che s’impegnava a coprire il deficit corrente ed a far fronte agli investimenti necessari. A Colombi fu lasciato il 48%, con una serie di garanzie che gli consentivano di continuare a svolgere con maggior serenità la sua opera di “direttore-imprenditore”, mantenendo intatta la sua quota anche in caso di successivi aumenti di capitale. A tutela della sua indipendenza e della sua permanenza alla direzione: per il cambio del direttore era, infatti, richiesta l’unanimità. L’1% del capitale fu attribuito a Libero Lenti che veniva così chiamato a svolgere un ruolo d’arbitro in caso di divergenze. Tale meccanismo ci fu indubbiamente d’aiuto per quando, alla morte di papà nell’agosto 1960, fummo costretti a cedere la nostra quota di un 24 Ore, in gran crescita ma ancora in deficit, al socio di maggioranza che nel 1955 aveva acquistato dalla famiglia Bersellini il controllo de Il Sole ed aveva in programma la fusione delle due testate. Nonostante ciò, la trattativa con la Confindustria fu alquanto dura e difficile ed il risultato per noi relativamente modesto, soprattutto alla luce dell’irresistibile crescita del giornale nel contesto del “miracolo italiano” e della successiva evoluzione del paese. Ma i particolari e certi retroscena di questa “disfida”, svoltasi nella più classica tradizione del duello tra Davide e Golia, riguardano gli anni ’60.

Meglio liberi che ricchi

Al ritorno a Milano nella soffocante atmosfera agostana, sfinito per la fatica e il dolore, per alcuni giorni vissi in uno stato d’allucinazione. La notte di veglia funebre al giornale dove era stata allestita la “camera ardente”, ricevetti in piedi, come un automa, il flusso ininterrotto degli amici sinceri, dei “clientes” opportunisti preoccupati per l’incognita della successione e delle numerose personalità che, dopo una frase di circostanza, erano ansiose di apporre la firma sul registro listato di nero e di filarsene via. L’esperienza più spiacevole fu quella di certi abbracci sgraditi. Al corteo funebre, una folla imponente si snodò da piazza Cavour riempiendo via Manin fino alla chiesa della via Moscova. A reggere i cordoni del feretro erano in sei, ma io voglio ricordare soltanto Ferruccio Parri e Ferruccio Lanfranchi, amici veri, collegati ai due filoni più importanti della vita di mio padre: la partecipazione alla resistenza ed il mestiere di giornalista.

Da subito, per Carlo e per me, cominciò un periodo non facile. Per papà, il cammino verso la realizzazione completa del suo sogno si era interrotto brutalmente all’ultimo tornante, alla vigilia d’imboccare il rettifilo finale: il pareggio del bilancio di 24 Ore era ormai imminente ed il “miracolo italiano” stava cominciando. La sua scomparsa prematura permetteva alla Confindustria di realizzare subito, senza più ostacoli di sorta, il suo piano di fusione del 24 Ore con Il Sole che, a tale scopo, era già stato rilevato dalla famiglia Bersellini cinque anni prima. L’accordo stipulato nel 1952 prevedeva che in caso di sua morte, gli eredi fossero obbligati, su richiesta del socio di maggioranza, a cedere la loro quota del 48% ad un prezzo che sarebbe stato stabilito da un lodo arbitrale. La richiesta della Confindustria partì, dunque, il 26 settembre, un mese e cinque giorni dopo la morte di papà e un anno più tardi si costituì il collegio arbitrale che doveva determinare il valore della quota di minoranza: presidente Libero Lenti, arbitro confindustriale il vice segretario generale Franco Mattei ed arbitro per noi l’avvocato Enrico Pizzi, capo dell’ufficio legale della Edison, buon amico di papà e di Parri, accanto al quale aveva lavorato durante la resistenza. Durante quei 13 mesi a cavallo del ’60 e del ’61 Carlo ed io ci suddividemmo i compiti: lui prese in mano la Sasip che continuava le sue attività editoriali col Taccuino dell’azionista e le edizioni speciali per le banche, mentre il fido Emilio Moar con Elsa Mombelli, la collaboratrice che nel ’44 aveva abilmente sventato l’arresto di papà in via San Martino, si occuparono soprattutto dei servizi borsistici per i giornali (24 Ore, Corriere, ecc.). Io, continuando la mia attività di redattore agli esteri del giornale, mi assunsi l’impegno di trattare con la Confindustria. Fu piuttosto duro. Il mio sforzo era rivolto a mantenere la nostra quota del giornale portandomi candidato alla gestione come socio di minoranza, mentre al capo redattore Mauro Masone era stata affidata la direzione redazionale. Infatti, con la scomparsa di mio padre che con la sua eccezio
nale personalità di “giornalista-imprenditore” era stato in grado di riunire in sé le due funzioni, era logico che queste fossero affidate a due persone distinte. Alcuni redattori, come Vincenzo Ferrari e Francesco Mafera, mi sostennero ma Masone no perché, senza averne la statura, era convinto di poter sostituire da solo “il Capo”. E mal gliene incolse perché, dopo la cessione della nostra quota, gli fu subito affibbiato un direttore generale particolarmente sgradevole, un certo Brizio, piccolo funzionario di osservanza confindustriale, per di più proveniente dalla gestione del giornale della Curia di Bergamo, che portò in piazza Cavour un’irrespirabile atmosfera burocratica e clericale. In quei mesi non contai i viaggi a Roma in Piazza Venezia, dove Franco Mattei era abbastanza favorevole alla soluzione da me proposta ma in Confindustria prevalsero quelli che consideravano Masone più manovrabile…
Il lodo arbitrale fu pronunciato il 31 ottobre1962 e per il nostro 48% ci furono corrisposti 160 milioni, valutazione del tutto inadeguata per l’avviamento di un giornale in piena espansione, ma quei soldi ci furono utili per coprire i debiti pregressi ed investire nello sviluppo della Sasip in cui mi ero definitivamente impegnato con mio fratello.
Meglio liberi che ricchi.

“Un vecchio che muore è una biblioteca che brucia”, così dice un proverbio africano del Mali.
Prima di prendere fuoco, ho dunque deciso di trascrivere alcuni ricordi annotati nel taccuino virtuale della mia memoria. Premetto che con queste cronache non ho certo la pretesa di fare della storia, ma ritengo che certi ricordi possano offrire alle generazioni successive un’utile testimonianza su di un’epoca che appartiene ormai al secolo scorso.
Alcune esperienze indirette le ho vissute di riflesso attraverso quanto mi raccontava al momento mio padre, e pertanto sono anch’esse di prima mano. Quanto agli eventi storici cui mi riferisco, per meglio inquadrare il racconto dei ricordi personali, li ho ricostruiti a posteriori con maggior precisione grazie ai libri di Leo Valiani, Aldo Garosci, Dante Livio Bianco, Giorgio Bocca e tanti altri ancora che hanno contribuito a costituire il mio patrimonio culturale politico. I ricordi man mano più recenti riguardano invece esperienze vissute in tempi sempre meno eccezionali, poiché meno eccezionale è stata l’epoca successiva alla guerra ed al primo dopoguerra.  Ricordi più legati alla vita privata, però sempre guidati dal filo conduttore del mio taccuino di giovanissimo “azionista” degli anni quaranta e cinquanta.

Taccuino di un azionista, dunque,  in prima istanza perché mio padre mi aveva insegnato che essere “azionista” significava condividere gli ideali del Partito d’Azione che, affondando le sue radici nel pensiero di Mazzini e Cattaneo, era nato nel 1930 dal movimento liberal socialista Giustizia e Libertà dei fratelli Rosselli con l’obiettivo di eliminare il conservatorismo dalla tradizione liberale ed il marxismo da quella socialista. Il P.d’A. di Ferruccio Parri, di Piero Calamandrei, di Norberto Bobbio, di Leo Valiani, di Ugo La Malfa, di Tristano Codignola, di Riccardo Bauer, di Ernesto Rossi e di tanti altri che ho poi conosciuto personalmente intorno agli anni cinquanta. Pensarla così significava essere antifascisti, repubblicani, laici e progressisti, come coloro che in Francia sono definiti républicains e negli USA liberals. E significava anche essere fortemente europeisti. L’impegno per me è stato più morale e culturale che non strettamente politico, ma ho cercato di mantenerlo per tutta la vita.

Da qualche tempo, nel farraginoso cammino verso la cosiddetta Seconda Repubblica, si è andati assistendo, da parte di alcuni, ad un’insperata rivalutazione dell’azionismo che era stato dileggiato e sprezzato non soltanto dai qualunquisti, ma anche dai politici-politicanti: “Non sanno cosa vogliono, ma lo vogliono subito” o peggio ancora “Parri è un fesso”, come si permise di dire Togliatti quando a fine novembre 1945 fece cadere il suo governo con agghiacciante cinismo. Cinquantaquattro anni dopo, Carlo Azeglio Ciampi, un “azionista” e un Grand Commis de l’Etat internazionalmente apprezzato, è stato eletto alla Presidenza della Repubblica a larghissima maggioranza, persino coi voti dell’ineffabile Berlusconi e dei post-fascisti. Norberto Bobbio e Leo Valiani, fino alla sua recente scomparsa, vengono ormai da anni riconosciuti da tutti come gli ultimi “Padri della Repubblica”. Sembrerebbe quasi che la coerenza ed il rigore morale, indiscutibile retaggio dell’azionismo, comincino ad essere riconosciuti come valori anche in Italia. L’esempio morale, intellettuale ed umano di Ferruccio Parri, ed il ricordo affettuoso che ne conservo, sono tutt’oggi più che mai vivi in me.

In seconda battuta ho voluto richiamarmi con un titolo evocativo alla mia più che trentennale attività di giornalista finanziario e, nella fattispecie, di editore insieme a mio fratello Carlo con quella che è stata la nostra impresa di famiglia, la SASIP, di un annuario sulle società quotate in borsa tuttora ben noto presso la comunità finanziaria il cui titolo è appunto “Il Taccuino dell’Azionista”. È attraverso questa attività che per tanti anni abbiamo cercato di promuovere in questo paese la cultura della trasparenza in finanza, componente non trascurabile della cultura democratica tout court. 
La prima edizione de “Il Taccuino dell’Azionista” risale al 1936 ad opera di mio padre, Piero Colombi, che nel 1946 fondò con alcuni amici il quotidiano 24 Ore. Dopo la sua scomparsa nel 1960, mio fratello Carlo ed io abbiamo ripreso e sviluppato tutta l’attività editoriale e giornalistica finanziaria della SASIP che nel 1986 abbiamo ceduto a Databank, diventandone azionisti e dirigenti.. Nel 1996 il Gruppo Sole-24 Ore ha rilevato da Databank quella che era divenuta la divisione SASIP, per cui oggi “Il Taccuino dell’Azionista”, che per più di mezzo secolo ha rappresentato praticamente l’unica fonte di informazione finanziaria indipendente sulle società quotate italiane, è diventato una testata del gruppo editoriale della Confindustria.

La Confindustria e “24 Ore”

Mentre riempivo un po’ disordinatamente la mia vita privilegiata di studente di famiglia borghese dedicandomi con entusiasmo ad una vasta gamma d’interessi culturali, politici e sportivi, mio padre si batteva come un leone per salvaguardare la salute finanziaria del suo 24 Ore e per garantirne l’indipendenza. Fu grazie agli interventi di Parri presso il consigliere delegato della Edison, Vittorio De Biasi (assai vicino a Maurizio fin dai tempi della resistenza), che furono sventati alcuni tentativi di assorbimento, ed asservimento, del giornale da parte dei gruppi industriali finanziatori. Lo svolgimento ufficiale dei fatti verificatisi in quegli anni è stato descritto con obiettività, ma anche con gran simpatia, da Salvatore Carrubba nella parte dedicata al 24 Ore da lui curata nel volume “La trasparenza difficile – Storia di due giornali economici” pubblicato nel 1990 in occasione del centoventicinques
imo anniversario della fondazione de Il Sole. Carlo ed io gli avevamo raccontato i nostri ricordi personali e fornita copia di una parte della corrispondenza privata di nostro padre coi suoi amici fedeli (tra cui in prima linea Parri) e coi suoi interlocutori del mondo industriale. A proposito dell’accordo del febbraio 1952 Carrubba scrive: “Colombi poté finalmente guardare con sufficiente tranquillità al futuro”. In effetti, da quella data, la vita finanziaria del giornale subì una svolta radicale. Fino allora, proprietaria della testata era la Nuova Società Editrice il cui controllo era detenuto da Colombi, da Pacces e dall’ISE – Istituto di Studi Economici presieduto da Parri (l’ISE, a sua volta possedeva il Mondo Economico, diretto da Bruno Pagani). Altri azionisti minoritari erano alcuni gruppi industriali del Nord poco propensi a spendere, per cui la lotta per coprire il deficit ed investire nello sviluppo del giornale, mantenendone l’indipendenza politica, era quotidiana ed immane. Con quella “Convenzione” il capitale della Società Editrice fu ripartito tra due gruppi. Quello di maggioranza (51%) faceva capo alla Confindustria che s’impegnava a coprire il deficit corrente ed a far fronte agli investimenti necessari. A Colombi fu lasciato il 48%, con una serie di garanzie che gli consentivano di continuare a svolgere con maggior serenità la sua opera di “direttore-imprenditore”, mantenendo intatta la sua quota anche in caso di successivi aumenti di capitale. A tutela della sua indipendenza e della sua permanenza alla direzione: per il cambio del direttore era, infatti, richiesta l’unanimità. L’1% del capitale fu attribuito a Libero Lenti che veniva così chiamato a svolgere un ruolo d’arbitro in caso di divergenze. Tale meccanismo ci fu indubbiamente d’aiuto per quando, alla morte di papà nell’agosto 1960, fummo costretti a cedere la nostra quota di un 24 Ore, in gran crescita ma ancora in deficit, al socio di maggioranza che nel 1955 aveva acquistato dalla famiglia Bersellini il controllo de Il Sole ed aveva in programma la fusione delle due testate. Nonostante ciò, la trattativa con la Confindustria fu alquanto dura e difficile ed il risultato per noi relativamente modesto, soprattutto alla luce dell’irresistibile crescita del giornale nel contesto del “miracolo italiano” e della successiva evoluzione del paese. Ma i particolari e certi retroscena di questa “disfida”, svoltasi nella più classica tradizione del duello tra Davide e Golia, riguardano gli anni ’60.

Meglio liberi che ricchi

Al ritorno a Milano nella soffocante atmosfera agostana, sfinito per la fatica e il dolore, per alcuni giorni vissi in uno stato d’allucinazione. La notte di veglia funebre al giornale dove era stata allestita la “camera ardente”, ricevetti in piedi, come un automa, il flusso ininterrotto degli amici sinceri, dei “clientes” opportunisti preoccupati per l’incognita della successione e delle numerose personalità che, dopo una frase di circostanza, erano ansiose di apporre la firma sul registro listato di nero e di filarsene via. L’esperienza più spiacevole fu quella di certi abbracci sgraditi. Al corteo funebre, una folla imponente si snodò da piazza Cavour riempiendo via Manin fino alla chiesa della via Moscova. A reggere i cordoni del feretro erano in sei, ma io voglio ricordare soltanto Ferruccio Parri e Ferruccio Lanfranchi, amici veri, collegati ai due filoni più importanti della vita di mio padre: la partecipazione alla resistenza ed il mestiere di giornalista.

Da subito, per Carlo e per me, cominciò un periodo non facile. Per papà, il cammino verso la realizzazione completa del suo sogno si era interrotto brutalmente all’ultimo tornante, alla vigilia d’imboccare il rettifilo finale: il pareggio del bilancio di 24 Ore era ormai imminente ed il “miracolo italiano” stava cominciando. La sua scomparsa prematura permetteva alla Confindustria di realizzare subito, senza più ostacoli di sorta, il suo piano di fusione del 24 Ore con Il Sole che, a tale scopo, era già stato rilevato dalla famiglia Bersellini cinque anni prima. L’accordo stipulato nel 1952 prevedeva che in caso di sua morte, gli eredi fossero obbligati, su richiesta del socio di maggioranza, a cedere la loro quota del 48% ad un prezzo che sarebbe stato stabilito da un lodo arbitrale. La richiesta della Confindustria partì, dunque, il 26 settembre, un mese e cinque giorni dopo la morte di papà e un anno più tardi si costituì il collegio arbitrale che doveva determinare il valore della quota di minoranza: presidente Libero Lenti, arbitro confindustriale il vice segretario generale Franco Mattei ed arbitro per noi l’avvocato Enrico Pizzi, capo dell’ufficio legale della Edison, buon amico di papà e di Parri, accanto al quale aveva lavorato durante la resistenza. Durante quei 13 mesi a cavallo del ’60 e del ’61 Carlo ed io ci suddividemmo i compiti: lui prese in mano la Sasip che continuava le sue attività editoriali col Taccuino dell’azionista e le edizioni speciali per le banche, mentre il fido Emilio Moar con Elsa Mombelli, la collaboratrice che nel ’44 aveva abilmente sventato l’arresto di papà in via San Martino, si occuparono soprattutto dei servizi borsistici per i giornali (24 Ore, Corriere, ecc.). Io, continuando la mia attività di redattore agli esteri del giornale, mi assunsi l’impegno di trattare con la Confindustria. Fu piuttosto duro. Il mio sforzo era rivolto a mantenere la nostra quota del giornale portandomi candidato alla gestione come socio di minoranza, mentre al capo redattore Mauro Masone era stata affidata la direzione redazionale. Infatti, con la scomparsa di mio padre che con la sua eccezionale personalità di “giornalista-imprenditore” era stato in grado di riunire in sé le due funzioni, era logico che queste fossero affidate a due persone distinte. Alcuni redattori, come Vincenzo Ferrari e Francesco Mafera, mi sostennero ma Masone no perché, senza averne la statura, era convinto di poter sostituire da solo “il Capo”. E mal gliene incolse perché, dopo la cessione della nostra quota, gli fu subito affibbiato un direttore generale particolarmente sgradevole, un certo Brizio, piccolo funzionario di osservanza confindustriale, per di più proveniente dalla gestione del giornale della Curia di Bergamo, che portò in piazza Cavour un’irrespirabile atmosfera burocratica e clericale. In quei mesi non contai i viaggi a Roma in Piazza Venezia, dove Franco Mattei era abbastanza favorevole alla soluzione da me proposta ma in Confindustria prevalsero quelli che consideravano Masone più manovrabile…
Il lodo arbitrale fu pronunciato il 31 ottobre1962 e per il nostro 48% ci furono corrisposti 160 milioni, valutazione del tutto inadeguata per l’avviamento di un giornale in piena espansione, ma quei soldi ci furono utili per coprire i debiti pregressi ed investire nello sviluppo della Sasip in cui mi ero definitivamente impegnato con mio fratello.
Meglio liberi che ricchi.