Cosa nostra si era inserita nell'affare dei quattro maxi-termovalorizzatori siciliani le cui gare d'appalto erano state bandite e aggiudicate durante la presidenza Cuffaro. Le infiltrazioni mafiose nel sistema dei rifiuti denunciate dal governatore Raffaele Lombardo durante la seduta dell'assemblea regionale siciliana del 13 aprile 2010 erano state già illustrate con dovizia di particolari in un'inchiesta del Sole-24 Ore in due puntate del novembre 2008, realizzata dal sottoscritto insieme a Roberto Galullo. Il titolo della puntata pubblicata il 6 novembre era eloquente: Patto di Cosa nostra per gestire i rifiuti. Superata la stagione del pizzo  la criminalità punta al controllo dell'intero ciclo di smaltimento.  E il sommario recitava: Un affare colossale. Nei prossimi vent'anni stimati 6 miliardi tra investimenti per infrastrutture e servizi, oltre ai 392 milioni di fondi Ue per la raccolta differenziata. L'inchiesta conteneva anche un'intervista a Giuseppe Catanzaro, vicepresidente di Confindustria Sicilia e presidente di Confindustria Agrigento.
Una precisazione. Nell'autunno del 2008 la Corte di giustizia europea aveva già annullate le gare dei termovalorizzatori, ritenendole non confermi alla normativa europea. E la Regione di Sicilia attraverso l'Arra, l'Agenzia regionale per i rifiuti e l'acqua, le cui competenze sono state recentemente acquisite dall'assessorato all'Ambiente, stava ancora lavorando alla stesura dei nuovi bandi. Buona lettura.

PALERMO. Dai nostri inviati
Cosa nostra punta al controllo dell'intero ciclo economico dello smaltimento dei rifiuti in Sicilia. Roberto Scarpinato, procuratore aggiunto della Direzione distrettuale antimafia di Palermo, non ha usato mezzi termini davanti alla Commissione parlamentare d'inchiesta sui rifiuti. Nell'audizione del 12 ottobre 2007 ha denunciato l'esistenza di un patto scellerato: una «cooperazione tra mafiosi, politici, professionisti e imprenditori anche non siciliani per aggiudicarsi il monopolio degli appalti della discarica di Bellolampo, per la progettazione e la realizzazione di un inceneritore». Quello di Palermo-Bellolampo è uno dei quattro termovalorizzatori che saranno realizzati nell'Isola. Gli altri sorgeranno ad Augusta, Casteltermini-Castelfranco e Paternò.
Gli attori di questo patto avrebbero «progettato d'intervenire sull'intero piano regionale d'organizzazione dei servizi di smaltimento dei rifiuti urbani, per plasmarlo secondo i propri interessi». Progetti e piani, secondo Scarpinato, sono stati «accettati a scatola chiusa dagli enti pubblici e fatti propri». Il riferimento è al piano per il ciclo integrato dei rifiuti che fu messo a punto dall'allora presidente della Regione Sicilia, Totò Cuffaro, in veste di commissario straordinario per l'emergenza.
Un altro segnale dell'interesse di Cosa nostra viene dalle dichiarazioni di Maurizio Di Gati, il boss dell'Agrigentino oggi collaboratore di giustizia. Di Gati ha parlato delle estorsioni e delle minacce della mafia contro il gruppo Catanzaro per la gestione della discarica di Siculiana. Ma ha anche riferito la confidenza di un altro boss, Leo Sutera, secondo il quale sarebbe stato «necessario» votare Cuffaro alle regionali del 2001 per «avere un presidente della Regione a disposizione» per la discarica di Aragona e l'inceneritore di Casteltermini-Campofranco. Come faceva Di Gati a sapere già nel 2001, prima che fosse indetta la gara, che a Casteltermini-Campofranco avrebbe dovuto sorgere un impianto del genere? La vicenda rientra nel processo "talpe in Procura" che vede Cuffaro imputato per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra.
Non è più solo al "pizzo" che puntano i mafiosi, ma all'intero business: raccolta, trasporto, discarica, incenerimento. La relazione finale della citata Commissione parlamentare, approvata il 27 febbraio 2008, parla chiaro a questo proposito: «Vi è da parte di Cosa nostra l'assunzione in proprio dell'attività d'impresa, senza, peraltro, l'assunzione del connesso rischio potendo contare sulle tecniche di dissuasione proprie dell'affermazione mafiosa. Il dato relativo all'aumento dei sequestri di imprese specializzate per infiltrazione mafiosa è indicativo».
Le cosche stanno cercando di aggredire anche i settori a monte dell'incenerimento. Per la Corte dei conti siciliana si corre il rischio che queste attività vengano «delegate» dalle imprese aggiudicatarie «a soggetti terzi, fuori dal controllo pubblico e, quindi, ancora più esposti alle pressioni delle ecomafie». È in questo senso indicativo il passaggio di molte imprese siciliane di movimento terra (campo tipico d'interesse mafioso) all'Albo dei trasportatori di rifiuti: fenomeno già segnalato dalla stessa Commissione bicamerale nel 2005.
D'altro canto, l'intero affare è stimato intorno ai 6 miliardi nei prossimi venti anni: 1,2 destinati ai quattro termovalorizzatori e ai 34 impianti di raccolta e smistamento e una previsione di spesa di 210 milioni l'anno da parte degli Ato (gli Ambiti territoriali ottimali) per l'acquisto di tutti i servizi. Aggiungiamo a questi numeri 392 milioni di fondi europei provenienti da Agenda 2000 per il finanziamento delle opere infrastrutturali per la raccolta differenziata. Stiamo parlando del maggiore afflusso di denaro pubblico in Sicilia degli ultimi vent'anni.
Pesano poi come macigni le considerazioni della stessa Corte dei conti nella relazione dell'aprile 2007. La magistratura contabile siciliana sostiene che le imprese aggiudicatarie delle gare che erano state indette nel 2002, dall'allora commissario Cuffaro, per la costruzione dei quattro termovalorizzatori, erano sostanzialmente a conoscenza dei bandi prima ancora che fossero pubblicati e alcune addirittura già in possesso di impianti e studi di fattibilità. La Corte denuncia in sostanza l'esistenza di un tavolo di spartizione tra politici e imprese cui era stata invitata persino l'Altecoen, un'azienda «infiltrata dalla criminalità mafiosa», si legge nella relazione, facente capo all'imprenditore Francesco Gulino. Questa circostanza, scrivono i giudici contabili, «non poteva essere ignorata da Cuffaro dal momento che la stessa impresa era coinvolta nell'esperienza sulla raccolta dei rifiuti nel Comune di Messina». Altecoen, promotrice di Messinambiente – società tuttora attiva, nonostante le inchieste ne abbiano prospettato il controllo diretto da parte della mafia – era entrata nella gestione dei rifiuti nella città dello Stretto con l'aiuto del boss catanese Nitto Santapaola e di altri elementi di spicco della mafia. E figurava in due dei quattro raggruppamenti d'imprese ai quali sono state aggiudicate le gare per i temovalorizzatori (gare poi annullate dall'Unione Europea, che dovranno essere bandite per la seconda volta).
La difesa di Cuffaro è stata che Altecoen è poi uscita dai due raggruppamenti, tra cui quello per l'impianto palermitano di Bellolampo, cedendo le proprie quote agli altri soci. Ma, come rileva la Corte, la cessione è stata un affare per Altecoen perché l'aggiudicazione delle gare aveva nel frattempo aumentato il valore delle azioni cedute. La società di Gulino ha in sostanza incassato svariati milioni senza aver speso un centesimo. «E non risulta che gli altri soci del raggruppamento aggiudicatario gli abbiano fatto azione di responsabilità», dichiara Domenico Fontana, presidente di Legambiente Sicilia. Tra gli altri soci ritroviamo Actelios (famiglia Falck), Amia (Comune di Palermo) ed Emit, la società di Giuseppe Pisante attiva, in Sicilia, anche nei servizi idrici. La presenza di Emit non è un caso: come ha dichiarato in Commissione parlamentare antimafia il pm Enzo Arcadi, il gruppo di Giuseppe Pisante ha avuto contatti operativi e d'interesse con il gruppo Gulino.
A ulteriore conferma dell'esistenza di un tavolo parallelo di spartizione degli affari tra politici e imprese, la Corte dei conti indica «la discutibile opzione d'attribuire agli operatori privati la facoltà di scegliere i siti dove ubicare i vari impianti» di incenerimento. La Regione ha così rinunciato a una funzione pubblica primaria: la scelta delle aree più adatte, dal punto di vista economico, sociale e ambientale, a ospitare gli impianti.
Per di più è emerso che nessuno dei raggruppamenti aggiudicatari aveva la disponibilità fisica delle aree (secondo quanto previsto nel bando) al momento della presentazione delle offerte. Si è arrivati all'assurdo che la società Platani Energia e Ambiente (anch'essa del gruppo Falck), aggiudicataria dell'inceneritore di Casteltermini-Campofranco, ha ottenuto solo il 7 maggio 2007 la "sdemanializzazione" dei terreni su cui dovrà sorgere l'impianto e il loro passaggio dal demanio al patrimonio dello Stato. L'aggiudicazione della gara risale invece all'agosto 2002 e il giudizio di compatibilità ambientale, firmato da Cuffaro, all'aprile 2005 nonostante l'opposizione del dirigente regionale responsabile, Gioacchino Genchi, rimosso dal servizio e tuttora in attesa di essere reintegrato.
Un Governo regionale che volesse smantellare questo tavolo affaristico-mafioso dovrebbe cambiare di sana pianta l'approccio politico alla gestione dei rifiuti, e la pub
blicazione dei nuovi bandi prevista entro fine mese potrebbe dargliene l'opportunità. Anche il Governo nazionale potrebbe fare la sua parte non reintroducendo i contributi statali "Cip 6" che consentirebbero alle società di gestione dei termovalorizzatori di vendere elettricità alla rete pubblica di trasporto dell'energia a prezzi incentivati. Il che porterebbe il contribuente a pagare due volte: la prima con la tassa sui rifiuti e la seconda con gli aggravi in bolletta previsti nella normativa Cip 6. Saranno il presidente della Regione Siciliana, Raffaele Lombardo, e il capo del Governo, Silvio Berlusconi, a scrivere il finale di questa storia.

INTERVISTA Giuseppe Catanzaro Presidente Confindustria Agrigento
«Va ridotta l'ingerenza politica, la denuncia è un valore sociale»
«Le mie accuse sono partite quando ho capito che lo Stato era al mio fianco: dai magistrati alle Forze dell'ordine»
 
 
AGRIGENTO. Dai nostri inviati
Presidente di Confindustria Agrigento, 42 anni, nel mirino di Cosa nostra per le sue denunce, Giuseppe Catanzaro vive da mesi con tre "angeli custodi" che non lo lasciano mai un attimo da solo. La loro discrezione non gli impedisce di fare al meglio il suo lavoro d'imprenditore-innovatore nel settore dell'ambiente. La discarica che gestisce con i fratelli, tra Siculiana e Montallegro, a pochi chilometri dalla Valle dei Templi, serve 800mila abitanti.
La ricerca e l'applicazione di soluzioni innovative nello smaltimento dei rifiuti e nella gestione delle discariche, frutto di un'intensa e costante collaborazione del gruppo Catanzaro con l'Istituto di ricerche farmacologiche "Mario Negri", il Politecnico di Milano e l'Università di Catania, saranno sotto gli occhi di tutti a Venezia, dal 17 al 20 novembre, nel corso di un simposio internazionale. Lì sarà presentato lo studio che ha accertato che nel suo impianto il rischio di contrarre tumori è enormemente inferiore al parametro di legge.
La chiacchierata con Catanzaro parte proprio da qui, dalla sua attività imprenditoriale, ma non può trascurare la guerra che ha dichiarato a Cosa nostra.

Un bel biglietto da visita, i successi del suo gruppo. Alla faccia di chi pensa che Sud non fa rima con innovazione e ricerca.

L'etica industriale deve orientarsi allo sviluppo sostenibile. Pertanto gestire un'attività industriale con responsabilità implica cercare le migliori tecnologie disponibili, tutelare il territorio e guardare al futuro migliorando le proprie prestazioni ambientali.

Innovazione, ricerca, ma in passato anche pizzo. Estorsioni che il suo gruppo subiva passivamente. Perché pagava?

Perché non conoscevo lo Stato.

Quando lo ha conosciuto?

Quando il questore e il comandante dei Carabinieri, anni fa, hanno mostrato un'inversione di tendenza nei rapporti con gli imprenditori, che poi è durata nel tempo. Investigatori e Forze dell'ordine ci fermavano per strada, ci lasciavano il loro biglietto da visita, bussavano a casa, anche solo per chiedere informazioni. Nel saluto di fine anno le Forze dell'ordine chiamavano regolarmente a presenziare il mondo del commercio e dell'impresa.

Una bella favola. Ma sarà a lieto fine?

Guardi che non sono stato il solo a denunciare. Siamo stati decine e i risultati si vedranno tra anni. Quando ho cominciato a denunciare ci sono voluti mesi, anni, perché gli investigatori si fidassero di ciò che raccontavo. Io verbalizzavo e loro facevano le pulci a quello che dicevo.

Da allora la sua opera, a fianco del presidente di Confindustria Sicilia, Ivan Lo Bello, è diventata instancabile.

Le mie, le nostre denunce devono diventare valore sociale. Può un'impresa concorrere a generare sviluppo se è sottoposta alla mafia? E allora abbiamo deciso di prendere per mano chi denuncia e portarlo di fronte allo Stato. La qualità degli investigatori e dei magistrati in Sicilia è generalmente eccellente.

Perché tanta attenzione di Cosa nostra al ciclo ambientale?

Le infiltrazioni mafiose sono state pesantissime fino a quando in Sicilia abbiamo avuto oltre 300 discariche. Ma oggi l'attenzione è massima, anche perché si fa fatica a improvvisare in un settore dove la ricerca e l'innovazione contano e costano.

Nel processo in corso, in cui il suo gruppo è parte lesa, sorprende il ruolo di amministratori e dirigenti locali. Il comandante dei vigili urbani si è spinto a dirle che lei «trasportava oro nero».

Non è infatti un caso se il Comune di Siculiana è stato sciolto per mafia. La realtà è che le cose non cambieranno fino a che non si toglieranno molti poteri alle amministrazioni pubbliche. Già all'atto delle autorizzazioni ci devono essere dei filtri di qualità. In Sicilia siamo poi all'assurdo con le Province che sono controllori e controllate di se stesse: nominano i controllori e al tempo stesso gli amministratori delle società d'ambito, gli Ato. Ma quale interesse possono avere a fare le cose a norma di legge? Si è mai chiesto perché le uniche indagini serie sulle infrazioni e sui reati in materia ambientale sono condotte dal gruppo Noe dei Carabinieri?
R.Gal.
G.O.

IL CASO

La discarica di Siculiana
Un esempio dell'attività mafiosa per la gestione del ciclo dei rifiuti è la vicenda della discarica di Siculiana. L'azienda di costruzioni Catanzaro, legittima gestrice della discarica, è stata oggetto di intimidazioni mafiose per la gestione dell'attività da parte della famiglia Renna, dominante nel territorio di Porto Empedocle.
Come si legge nell'ordinanza di fermo della Procura della Repubblica di Palermo nei confronti di numerosi componenti della famiglia Renna, la famiglia Catanzaro, legittima gestrice della discarica di Siculiana, è stata oggetto di minacce ai suoi componenti, anche minorenni, e costretta al pagamento di 75mila euro, suddivisi in tre tranche di 25mila, procurando così all'organizzazione mafiosa denominata Cosa Nostra un ingiusto profitto
In particolare Roberto Renna, in qualità di percettore finale della somma di denaro in quanto capo della famiglia mafiosa di Siculiana e di soggetto che ha gestito l'esecuzione della intimidazione e dell'esazione delle somme di denaro, ha agito personalmente con la propria ripetuta presenza sul cantiere ove erano in corso lavori di allargamento della preesistente discarica gestita dalla Catanzaro Costruzioni.
 
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