E' drammatico ciò che sta accadendo in Sicilia dopo la bocciatura del bilancio della Regione da parte del commissario dello Stato, che ha cassato 33 articoli delle legge di stabilità che era stata appena approvata e sbandierata come un successo del presidente, Rosario Crocetta.


Per non dichiarare fallimento, il governatore e l'assessore all'Economia Luca Bianchi sono corsi a Roma, implorando l'aiuto del governo Letta ed ottenendo la promessa dello sblocco degli stipendi dei dipendenti in cambio dell'impegno della giunta ad attuare un piano di rientro del debito sotto stretta marcatura dello Stato. Ed è proprio questo l'aspetto più sconcertante della vicenda. La Regione siciliana aveva cominciato a negoziare con il governo Monti un piano di rientro già nell'estate-autunno 2012, in seguito alla grave crisi di liquidità che ne aveva prosciugato i conti correnti e al rischio di default e di commissariamento che incombeva su Palazzo dei Normanni. L'artefice dell'intesa, che avrebbe dovuto tradursi in un piano programmato di tagli della spesa clientelare in cambio del sostegno finanziario dello Stato allo sviluppo dell'economia regionale, era stato l'allora ragioniere generale Biagio Bossone (tecnico di esperienza internazionale, proveniente da Banca d'Italia e gradito alla presidenza del Consiglio), che appena dopo il suo insediamento aveva lanciato l'allarme sulla tenuta dei conti pubblici. In vista di un possibile piano di rientro erano stati insediati a Roma una serie di tavoli tecnici Stato-Regione, tra cui uno dedicato all'annosa questione dei residui attivi, i crediti accertati, ma non riscossi perché inesigibili. Nell'autunno 2012, dopo il passaggio di consegne tra Lombardo e Crocetta a Palazzo d'Orleans, Bossone rappresentò al presidente appena eletto i rischi che correva il bilancio della Regione e gli illustrò i passi e le inziative che la precedente giunta, sul finire della legislatura, aveva intrapreso con il governo e con l'amministrazione centrale dello Stato per mettere gradualmente in sicurezza i conti della Sicilia e puntare al rilancio dell'economia. Crocetta sembrava convinto di dover procedere su quella strada, ma all'improvviso cambiò opinione, molto probabilmente mal consigliato dalle eminenze grige di cui si circonda, e diede il benservito a Bossone, interrompendo il percorso che era stato tracciato con il governo Monti. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Sul piano politico, Crocetta si ritrova oggi senza una maggioranza ed in rotta di collisione con coloro che avevano sostenuto la sua candidatura alle elezioni, dal Pd (il partito cui è iscritto) all'Udc. Ma è sul terreno dell'economia che la giunta rischia maggiormente. La caduta del pil regionale, l'aumento della disoccupazione, l'inefficienza della macchina amministrativa, il costo sempre più elevato dei servizi sono una miscela esplosiva a livello sociale che, in assenza di risposte certe in tempi contenuti, ridà fiato alla protesta e a chi la cavalca (il Movimento Cinque Stelle) e toglie credibilità alla "rivoluzione" promessa dal presidente in campagna elettorale.