Giuseppe Oddo
PALERMO. Dal nostro inviato
Al Borgo Vecchio, popolare rione palermitano cinque minuti a piedi dal teatro Politeama, le pensioni d’invalidità civile si comprano e si vendono  un tanto al chilo, nella piazza del quartiere.


“Circolava fino a qualche anno fa, tra pescivendoli, carnezzieri e bancarelle di frutta e verdura, un cristianuzzu che ti sbrigava la pratica, ti organizzava la visita medica, pensava a tutto lui”, racconta con il vincolo dell’anonimato una giovane donna che incontriamo in  un bar di Via Archimede tra il vocìo che sale dal mercato in fondo alla strada e uno strombazzar di clacson che perfora i timpani. “E’ a lui che s’è rivolta mia zia qualche anno fa per avere la pensione. Questa persona era a diretto contatto con la segreteria di un deputato regionale compiacente che aveva uomini in tutti gli uffici: nelle commissioni di approvazione dell’invalidità, nelle Asl, nell’Inps, nei sindacati. Pensava a tutto lui, gratis, con il patto che quando ti liquidavano la pensione dovevi dargli in cambio gli arretrati”.
La pensione d’invalidità civile viene riconosciuta dal giorno in cui si presenta la domanda e, anche se arriva con uno o due anni di ritardo, si ha comunque diritto al pregresso, che vale svariate migliaia di euro. Il procacciatore “trattiene per sé parte degli arretrati e versa il resto della somma al mafioso del quartiere, con cui è in combutta”, aggiunge la ragazza. “Non si scappa alla regola, se non gli dai i soldi ti vengono a cercare fino a casa. So di donne che, piuttosto che dare gli arretrati, hanno accettato di diventate succubi di questi soggetti e sono state spinte a prostituirsi”.
Quando poi viene il momento delle elezioni, il procacciatore si mette a disposizione del politico colluso, diventa il suo galoppino, dirottando su di lui i voti del quartiere. Si chiama voto di scambio.
Con questo sistema, la zia della nostra fonte, che oggi ha 60 anni, ha ottenuto la pensione minima d’invalidità: un vitalizio da 250 euro al mese che rappresenta l’unica fonte di reddito per sé e il marito disoccupato. “Da quando le era fallito il negozio, non aveva più neanche come mangiare. Per fortuna – prosegue la nipote – la casa ce l’ha di proprietà, qualche altro soldo glielo girano i due figli, che lavorano, e qualcos’altro lo racimola da mio nonno. Che è quello che se la passa meglio di tutti”.
Invalido a sua volta dall’età di vent’anni, il nonno, oggi ottantacinquenne, prende un signor stipendio: 1.700 euro al mese. “Lo hanno dichiarato pazzo. Erano i tempi della Dc di Lima e Ciancimino. Ma se lo vedi ragiona meglio di me e di te. E sta bene, a parte il diabete. Zappa l’orto e fa lavoretti in nero, compreso il muratore”.
Di procacciatori di pensioni d’invalidità ce n’erano in tutte le borgate palermitane fino a 2-3 anni fa, a Bonagia, a Borgo Nuovo, allo Zen, ciascuno collegato all’onorevole di turno. Alla presidenza della Regione, in quegli anni, spopolava l’Udc di Totò Cuffaro, che aveva trasformato la Sanità in una grande macchina da voti.
Da qualche anno, però, il giocattolo s’è rotto. “Da quando alla Regione c’è Lombardo, a quelli di prima gli hanno stroncato il business”, dice. “Ora cominciano ad arrivare gli accertamenti. Mia zia all’improvviso ha ricevuto i controlli per rifare la visita e le hanno sospeso l’assegno. Siamo tornati da quella persona del Borgo Vecchio per vedere se poteva aiutarci, ma ci ha allargato le braccia. Ci ha detto che non può fare più niente, che i suoi referenti alla Regione sono cambiati tutti. Non ci sono più i soggetti compiacenti”.
Adesso le commissioni esaminatrici si sono fatte severe. “E’ diventato tutto più fiscale – sostiene la ragazza –. E a farne le spese non sono solo i falsi invalidi. Se uno ha il 100% di invalidità magari oggi te ne riconoscono l’80% e a chi avrebbe diritto all’accompagnamento glielo rifiutano”.
Tanto elastici prima, tanto rigidi ora. Anziani con il 100% di invalidità, costretti a vivere tra il letto e la carrozzella, con 10-15mila euro di reddito annuo, sono costretti a fare ricorsi su ricorsi per ottenere l’assegno di accompagnamento. E non di rado, pur avendone i requisiti, debbono far causa allo Stato per avere ciò che spetterebbe loro di diritto. A marciarci sono i patronati, i cui avvocati, in caso di successo dell’azione legale, si rifanno sull’anziano con la solita “taglia” sull’arretrato. Se prima si largheggiava con i falsi invalidi, ora si lesina il dovuto a chi invalido lo è veramente.
“La verità è che a Palermo ci vorrebbe il lavoro. Nei quartieri una famiglia vive con 500-600 euro al mese, ma così va avanti solo la criminalità perché con questa cifra non ci campi. Il problema è che il politico in Sicilia non ha interesse a sistemare la gente con il lavoro, perché se finisce il bisogno finisce anche la carriera del politico. Hanno tutto l’interesse a lasciare le cose come stanno”.
Questa grande macchina clientelare che trasforma i cittadini in sudditi, i diritti in merce di scambio, annienta la cultura del lavoro, mortifica qualsiasi spirito d’iniziativa. “Qui non c’è più nessuna voglia di riscatto – è l’amara conclusione della giovane donna – non c’è più voglia di andare avanti. Il malaffare si ramifica e ci mangiano tutti”.