"Les Echos" ci ricorda che mezzo secolo fa, il 14 settembre del 1960, veniva costituito a Bagdad l'Opec (Organization of the petroleum exporting countries), il cartello dei paesi esportatori di petrolio, che oggi conta dodici Stati membri.


Al momento della nascita, i suoi cinque paesi fondatori, Iraq, Iran, Kuwait, Arabia Saudita e Venezuela, gravitavano nell'orbita occidentale. Oggi Iran e Venezuela sono i due regimi più antiamericani del pianeta e contestano la leadership dell'Arabia Saudita, maggior produttore di greggio, storicamente vicina agli Stati Uniti d'America. Anche l'Iraq rischia di insidiare il primato dell'Arabia Saudita. Dopo tre decenni di guerre e di embargo, scrive il quotidiano economico francese, Bagdad è soltanto all'undicesimo posto nella classifica dei più grandi paesi produttori, ma aspira a contendere all'Iran la quarta posizione, dietro Russia, Arabia Saudita e  Usa. Secondo paese al mondo per riserve provate di petrolio, l'Iraq conta di triplicare la sua produzione giornaliera a sette milioni e mezzo di barili nell'arco dei prossimi sei anni, anche se deve ancora superare molti ostacoli giuridici e tecnici e seri problemi di sicurezza per costruire un'infrastruttura interna dal costo stimato di 100 miliardi di dollari.
Oltre alle divisioni interne, l'Opec deve anche far fronte alla concorrenza delle altre fonti di energia. La forte crescita dei prezzi del petrolio ha reso conveniente lo sfuttamento dei giacimenti "non convenzionali" del Canada, di quelli in acque ultra-profonde del Brasile e del gas "non convenzionale" americano. Senza contare l'onda montante dell'energia nucleare e dell'energia "verde" e la lenta ma inevitabile conversione dei motori per auto dalla benzina all'elettricità. Conclude "Les Echos": "Mantenere prezzi elevati senza strangolare troppo i clienti: l'Opec si trova a svolgere la più difficile equazione dei suoi cinquant'anni di vita".

Seri dubbi vengono inoltre avanzati, in assenza di una certificazione attendibile, sull'ammontare effettivo delle riserve dei paesi Opec. Secondo i dati dell'organizzazione che ha sede a Vienna, farebbe capo all'Opec l'80% delle riserve mondiali provate di petrolio. Sta di fatto che negli ultimi vent'anni Arabia Saudita, Kuwait e Emirati Arabi hanno stabilizzato le rispettive produzioni. L'Arabia Saudita, per esempio, estrae quasi le stesse quantità del 1989. Non solo: i paesi membri rispettano le quote di produzione in modo molto approssimativo, osserva "Les Echos". Iran, Algeria e Venezuela producono più di quanto dovrebbero. Poco disciplinati nel rispetto delle quote, hanno interesse a rispettarle solo quando i prezzi salgono, per aumentare le entrate, mentre Arabia Saudita, Kuwait e Emirati Arabi Uniti sono su posizioni più moderate e cercano di assicurare la stabilità dei prezzi a un livello accetttabile per la propria clientela.

La Russia, infine. Con una produzione giornaliera di 9,6 milioni di barili, Mosca è stato nel 2009 il primo produttore mondiale. Ma la Russia non aderirà mai alla politica di moderazione dei prezzi perseguita dall'Arabia Saudita. Essa punta a guadagnare quote di mercato e non a difendere la competitività del petrolio: una strategia che va a detrimento dell'Opec.