Bancarotta societaria mediante falsificazione: questo fu Parmalat. La requisitoria di Lucia Russo, uno dei tre pm che hanno argomentato davanti ai giudici l'atto d'accusa verso Calisto Tanzi, gli amministratori e i revisori della Parmalat, ripercorre le diverse fasi del dissesto e inchioda gli imputati con prove che appaiono inconfutabili.


Enrico Barachini, Domenico Barili, Giovanni Bonici, Fabio Branchi, Rosario Calogero, Paolo Compiani, Sergio Erede, Camillo Florini, Davide Fratta, Mario Mutti, Giuliano Panizzi, Paolo Sciumè, Luciano Silingardi, Calisto Tanzi, Giovanni Tanzi, Fausto Tonna e Alfredo Gaetani sono, a giudizio dell'accusa, tutti più o meno coinvolti, più o meno colpevoli del reato di bancarotta fraudolenta (e nell'elenco non figurano quelli già giudicati e condannati in primo grado con rito abbreviato o che hanno patteggiato la pena). Vi fu da parte loro "una persistente volontaria inosservanza dei propri doveri funzionali"; "…l'omessa attivazione di poteri impeditivi su di essi incombenti rese possibile per lungo tempo le condotte illecite di Tanzi".
Il cuore della "rovinosa bancarotta del 2003" sono le falsificazioni di bilancio che permettono alla multinazionale del latte  di "procrastinare l'emersione del dissesto in questa spirale perversa in cui per pagare i debiti in scadenza occorre necessariamente fare altri debiti".
Quanto meno dal 1990 o comunque dai primi anni '90 i bilanci del gruppo furono falsificati in modo sistematico anche perché la tenuta sia pure apparente di alcuni dati economici e patrimoniali come i margini e l'indebitamento finanziario era di fondamentale importanza per i covenants cioè per le clausole a cui erano vincolati i contratti di finanziamento, "incentrate sul mantenimento e sul rispetto di una serie di indici reddituali e patrimoniali".
Gli interventi "patologici" sul bilancio erano di tre tipi, dice Lucia Russo: falsificazioni materiali di fatti non corrispondenti al vero, violazioni tramite occultamento di valori, violazioni attraverso un'artificiosa o scorretta rappresentazione dei fatti volta a distorcere le informazioni del bilancio. Il primo periodo compreso tra il 1990 e il 1998 – revisore principale Grant Thornton – si caratterizza per falsi grossolani, non per questo meno gravi. In questa fase vengono utilizzate come società-discariche Zilpa e Curcastle. I bilanci vengono gonfiati con l'iscrizione di falsi ricavi giustificati da falsi contratti; con l'iscrizione di falsi interessi attivi giustificati da crediti fittizi o inesigibili; con la cessione di crediti inesistenti o inesigibili; con lo storno di debiti verso banche accollati a società partecipate o apparentemente estranee al coooslidato ma interamente riconducibili al gruppo Tanzi. Il secondo periodo comincia nel 1999 e si conclude nel 2003, con il crack. In questa fase – revisore principale Deloitte & Tousche – "il processo di falsificazione diventa assolutamente scientifico". Viene creata una nuova discarica contabile domiciliata alle Grand Cayman, la Bonlat, il cui condizionamento sul bilancio consolidato del 2002 "è addirittura del 403%".
"Bonlat consentiva l'occultamento contabile delle rilevanti distrazioni subite dal gruppo verso la famiglia Tanzi o le società correlate, e soprattutto consentiva il recepimento di attivi inesistenti con le modalità più disparate". Pensiamo alla finta attività di compravendita di latte in polvere, tra la Camfield di Singapore, nel ruolo fittizio di venditrice, una società domiciliata a Cuba, che apparentemente acquistava, e la Bonlat nel ruolo di intermediario. Pensiamo ai proventi fittizi da operazioni finanziarie. Questi proventi fasulli alimentavano un conto inesistente presso Bank of America, sede di New York, e questa liquidità fasulla serviva a giustificare il riacquisto fasullo di bonds e altri titoli o a sostenere la posizione finanziaria di tutto il gruppo e in modo particolare dele società maggiormente in perdita. Tutto il denaro distratto da Parmalat a favore delle società turistiche della famiglia Tanzi veniva fittiziamente conferito a Bonlat, che a sua volta lo conferiva fittiziamente al sedicente fondo Epicurum, di cui il settimanale "Il Mondo" diretto da Gianni Gambarotta ne aveva elogiato le virtù proprio in prossimità del tracollo.
Le violazioni con occultamento di valori servivano a occultare i debiti, i quali erano iscritti a bilancio "in una condizione di sostanziale indecifrabilità delle varie componenti…in modo tale da non consetnire adeguati controlli…Si trattta…di una modalità di appostazione in bilancio totalmente contra legem, come anche Consob, finalmente, con molto ritardo, avrà modo di dire nell'ottobre del 2003", soltanto due mesi prima dell'insolvenza. In pratica, in bilancio venivano riportati alla voce "debiti verso banche" anche i debiti obbligazionari, che rappresentavano il grosso dell'esposizione consolidata.
Un altro modo di occultare i debiti erano le Riba, ossia le anticipazioni bancarie sulle fatture di vendita del latte: false fatture, "non rappresentative di reali transazioni", che la società si faceva scontare dalle banche, ottenendo liquidità. Una ulteriore modalità di occultamento erano le promissory notes, "pagherò cambiali" emessi dalla controllata uruguayana Wishaw Trading e garantiti da Parmalat Spa, "contenenti la promessa fatta dal debitore di pagare una somma di denaro a una data stabilita all'ordine del beneficiario". Peccato che i "pagherò"  fossero sorretti da transazioni commerciali fasulle.
E che dire delle scommesse sui derivati per raccogliere risorse finanziarie? Della loro esistenza non vi era traccia né nella nota integrativa né tra gli impegni dei conti d'ordine del bilancio.
Tra le violazioni contabili volte a distorcere l'informativa con artificiose o scorrette rappresentazioni di fatti reali spicca su tutte la vicenda della Parmalat Administracao, la società brasiliana che nel 1999 lancia un aumento di capitale al solo scopo di rastrellare 300 milioni di euro che, una volta incassati, "vengono immediatamente girati a Wishaw Trading, che a sua volta li rigira a tutte le società che hanno debiti in scadenza". Questi prestiti abilmente mascherati da aumenti di capitale saranno fatti anche dalla statunitense Citigroup, soprattutto attraverso la sua controllata Buco Nero.
I bilanci venivano abbelliti anche con le preference share, azioni preferenziali senza diritto di voto, che maturano dividendi, ma che alla scadenza debbono essere rimborsate. Ebbene, nel bilancio della società emittente le preference share erano correttamente appostate come debiti; in quello consolidato di Parmala Finanziaria figuravano come patrimonio netto di terzi.