Propongo ai lettori del blog la storia dei misteri della Parmalat che ho scritto di recente per "IL", il nuovo mensile del "Sole-24 Ore". Accanto alla verità giudiziaria, di cui dovranno dar conto i processi in corso a Milano e a Parma, resta infatti un lato oscuro della vicenda Parmalat su cui la magistratura non è ancora riuscita a far luce. Affiora dal più grande crack industriale del secolo, come dal sottofondo di una valigia, una lunga catena di intrighi in cui ritroviamo i servizi segreti italiani, la Cia, il Vaticano, banche internazionali compiacenti, faccendieri di ogni risma. La Parmalat era un taxi su cui viaggiava di tutto. Eccone il racconto.

                                                   

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La goccia che fece traboccare il vaso e che portò alla luce la più grande bancarotta di tutti i tempi fu un capitale di 150 milioni di euro con cui Parmalat avrebbe dovuto rimborsare i possessori di un bond in scadenza l’8 dicembre 2003. Per un gruppo che aveva emesso obbligazioni per 7 miliardi di euro, sempre regolarmente sottoscritte dal mercato, si trattava di un importo relativamente modesto. Ma nelle casse della società, sul finire di quell’ anno,non era rimasto un centesimo, anche se ufficialmente erano in pochi a saperlo.
Il suo fondatore, nonché presidente e maggiore azionista, Calisto Tanzi , era andato a battere cassa dappertutto, eppure non trovò nessuna banca disposta a soccorrerlo. Quegli istituti di credito che, dalla seconda metà degli anni Novanta, s’erano prestati a collocare le obbligazioni della Parmalat, in quel dicembre 2003 si tirarono tutti indietro. Per quale motivo, se è vera la tesi che le banche non erano a conoscenza del dissesto? Perché, se è vera la tesi che sarebbero state truffate al pari di qualsiasi risparmiatore?
Anni di indagini non hanno ancora chiarito la questione. Il mistero rimane.

Enigma bancario
Può darsi che le banche cominciassero a guardare con sospetto ai 4 miliardi cash che Parmalat teneva inspiegabilmente appostati in una finanziaria delle Cayman : la Bonlat. Che un gruppo all’apparenza così liquido continuasse a stampare obbligazioni e a pagare interessi più alti di quelli di mercato era oggettivamente un controsenso.
Per di più, a fine 2003, sarebbe arrivato a scadenza un accordo che imponeva alla Parmalat di riacquistare per 400 milioni di dollari una quota della sua consociata in Brasile, che era stata ceduta a investitori istituzionali Usa. Può darsi che la concomitanza di eventi avesse messo in allarme le banche. È tuttavia singolare l’apparente indifferenza ostentata dalle medesime banche qualche mese prima, quando nel febbraio 2003 le quotazioni di Borsa della Parmalat erano crollate del 9 per cento in un solo giorno all’annuncio che la società avrebbe emesso l’ennesimo bond. La reazione degli investitori aveva costretto il consiglio d’amministrazione della Parmalat a una marcia indietro e a offrire in pasto al mercato le (finte) dimissioni di Fausto Tonna , l’uomo che con Tanzi è tra i principali artefici della bancarotta.

L’incidente di febbraio avrebbe dovuto far drizzare le antenne alle banche. Invece, proprio a partire da questo momento, Deutsche Bank, Morgan Stanley, Ubs intensificano i rapporti con il gruppo e architettano operazioni finanziarie che – stando all’accusa – sarebbero servite a mascherare al mercato l’insolvenza della Parmalat.

Insomma, alcune tra le più grandi banche d’affari del mondo continuano a dare ossigeno a ColleCChio per tutto il 2003; i maggiori istituti di credito italiani, con in testa Capitalia, Intesa, Monte dei Paschi, si affannano nell’inutile tentativo di salvare dal fallimento la Hit, la società per il turismo della famiglia Tanzi; ancora nel dicembre 2003 Citigroup raccomanda agli investitori l’acquisto del titolo Parmalat e Standard & Poor’s dà un buon giudizio sul grado di solvibilità del gruppo. Le banche italiane continuano a vendere obbligazioni Parmalat fino al momento dell’insolvenza, come se nulla fosse.
E tuttavia, nel momento in cui – l’8 dicembre – bisogna mettere insieme 150 milioni, non c’è più uno disposto a far credito a Tanzi.
Nell’estate-autunno 2003 la credibilità della Parmalat e quella del suo azionista di controllo avevano subito un ulteriore colpo per via di Epicurum, il fondo chiuso delle Cayman di cui nessuno conosceva l’esistenza, dove la Parmalat diceva di aver investito quasi 500 milioni della sua fantastica liquidità. La smobilizzazione della somma, data sempre per imminente, era rinviata di settimana in settimana e ai primi di dicembre apparve a tutti evidente che i soldi di Epicurum erano spariti. Ma ecco la svolta, il miracolo: il denaro che fino all’8 nessuno concede, il 16 è erogato da
Intesa, Popolare di Lodi, Popolare dell’Emilia- Romagna e Bpu. Il prestito da 150 milioni è rimborsato, però fuori tempo massimo e dopo che un quotidiano ha già scritto che in Parmalat c’è un buco da 9 miliardi. In realtà a Collecchio s’è aperta una voragine da 14,5 miliardi.

Quel salvatore di Lugano
Il 6 dicembre Capitalia, Intesa e Sanpaolo-Imi, in una riunione a Roma con Tanzi, prendono conoscenza delle effettive condizioni di dissesto dell’azienda. Ciononostante, da lì a qualche giorno, gli istituti riaprono per l’ultima volta i cordoni della borsa alla Parmalat. Non si dichiara immediatamente il default, ma per farlo si aspetta il 27 dicembre, dopo che Tanzi s’è dimesso da tutte le cariche sociali e gli è subentrato Enrico Bondi (commissario straordinario e futuro amministratore dell’azienda). Forse, nel frattempo, bisognava dar tempo al governo di varare il decreto legge salva-Parmalat. È un’ipotesi. Sta di fatto che, proprio in quei giorni, le banche non smettono di intermediare azioni e obbligazioni della società, il cui valore è di fatto prossimo allo zero. A comprarle sono i piccoli risparmiatori.

Eppure il 18 è stato comunicato al mercato che il conto Bonlat, su cui avrebbero dovuto trovarsi circa 4 miliardi in contanti (depositati presso la sede di New York di bank oF ameriCa ) è un’invenzione della premiata ditta di Collecchio. La notizia provoca il crollo definitivo delle quotazioni della Parmalat. Ma i Tanzi sperano ancora in una via d’uscita e in prossimità di Natale la primogenita di Calisto, Francesca, corre a Lugano per incontrare un uomo d’affari, Luigi Antonio Manieri, che dice di avere in mano 3,7 miliardi che potrebbero rientrare in Italia subito grazie allo "scudo fiscale" per essere investiti nella Parmalat.

Riunione a Quito
Una storia incredibile, quella di Manieri. Pugliese, sconosciuto alle cronache, di professione ignota. Di lui non circola nemmeno una fototessera. Il primo a farne il nome è Sergio Cragnotti, il bancarottiere della Cirio che, quasi in concomitanza con Tanzi, nel novembre 2002 ha mandato alla rovina uno dei primi gruppi agroalimentari italiani (e che con Tanzi ha condiviso diversi affari tra cui la cessione della Eurolat alla Parmalat, dove è rimasto invischiato con l’accusa di estorsione aggravata l’ex presidente di Capitalia Cesare Geronzi, oggi numero uno di Mediobanca). Manieri si presenta a Cragnotti nella veste di "cavaliere bianco", accompagnato dal suo avvocato, Giacomo Torrente (che ha lavorato per la Gemina e ha trattato affari con il Sanpaolo) e da un finanziere italo-svizzero, Luigi Colnago. Gli dice di attendere l’autorizzazione a far rientrare dall’estero una somma ingente, ma non concretizza mai l’offerta.

A Tanzi ripropone un copione analogo. Prima, in luglio, sembra interessato all’acquisto della Parmatour, in cui sono confluite le attività turistiche della famiglia che ricadono sotto la responsabilità di Francesca Tanzi. Poi tenta di acquistare da Tanzi un’azienda agricola, ma lo paga con un assegno scoperto. Poi, in prossimità del default, sembra intenzionato a rilevare il controllo della Parmalat e chiede al Sanpaolo- Imi di Torino l’apertura di un conto dove far affluire il denaro. Un ex manager della Parmalat ha raccontato che alla banca pervennero alcuni bonifici per importi rilevanti, provenienti da varie piazze internazionali, e che i vertici del Sanpaolo li rifiutarono per il timore che potesse trattarsi di capitali riciclati. Qualcuno addirittura azzardò che i fondi potessero provenire da un "tesoro" riconducibile a Calisto Tanzi. L’operazione, comunque, fallisce. E alla fine Francesca Tanzi va a Lugano, accompagnata da Colnago, per aspettare dei versamenti che dovrebbero arrivare da Manieri. Ma è tutto tempo perso.

Nel frattempo Calisto e signora sono partiti per l’Ecuador passando per il Portogallo, dove hanno trovato il tempo di recarsi a Fatima per un’orazione alla Madonna. Ora, se uno mentre sta per fallire va in Sudamerica (in un Paese privo di trattato d’estradizione con l’Italia) non ci va per turismo, ma per sfuggire all’arresto. Tanzi, però, va e torna in pochi giorni. E in questi pochi giorni, a cavallo tra la Vigilia di Natale e Santo Stefano, due persone partono da Milano per raggiungerlo: una è un suo uomo di fiducia, Ettore Giugovaz, che in Ecuador è di casa; l’altra è un commercialista di Lissone, Gian Giacomo Corno, socio in affari di Giugovaz.
Ricapitoliamo: il 19 Tanzi e la moglie, Anita Chiesi, vanno a Lisbona; il 21 volano a Quito, dove soggiornano all’Hotel Akros prenotato per loro da Giugovaz; il 25 Giugovaz e Corno arrivano nella capitale ecuadoregna, si uniscono ai Tanzi non si sa per far che cosa; forse debbono incontrare qualcuno. Poi i quattro si rimettono in volo per Milano il giorno successivo. Il 27 Tanzi è arrestato. Perché un viaggio così precipitoso prima che accada l’irreparabile? E chi è Ettore Giugovaz, detto Franco?

Intrecci libanesi
Veneziano, ingegnere, ex giocatore della nazionale di rugby, ex dirigente della Lodigiani, Giugovaz conosce Tanzi negli anni 70. Con il Cavaliere è socio della Bonatti, un’azienda emiliana di costruzioni, di cui ha rilevato il 10 per cento con la liquidazione della Lodigiani (quota che finirà per cedere a Tanzi). È Giugovaz ad aprire alla società le porte del mercato libico entrando in rapporti con l’ex direttore finanziario dell’Eni FLorio Fiorini .

La Bonatti prende commesse lavorando al seguito del colosso petrolifero, per poi affrancarsene gradualmente grazie al legame che Giugovaz ha stretto con Regeb Misellati, il banchiere al servizio di Muammar Gheddafi , che ha negoziato proprio in quegli anni l’ingresso della Lafico nella Fiat. Quando nel gennaio 1986 William Wilson, ambasciatore americano presso la Santa Sede, vola a Tripoli in gran segreto per incontrare il leader libico, è Tanzi a mettergli a disposizione il suo jet privato. E sull’aereo, con l’americano, c’è anche Giugovaz.

La notizia del viaggio di Wilson, organizzatogli dal ministro degli Esteri Giulio Andreotti senza autorizzazione ufficiale da parte della Casa Bianca, suscita reazioni indignate. Nello stesso tempo per la società di Tanzi si aprono spazi in ecuador , dove Giugovaz ha lavorato con la Lodigiani. Ed è infatti Giugovaz a intrecciare le relazioni che possono permettere alla Bonatti di crescere nel Paese. Qui Giugovaz si stabilisce mettendo su casa e creando una rete di rapporti ad alto livello con esponenti del governo locale e sembra anche con il colonnello Lucio Gutierrez , il presidente della Repubblica che sarà spodestato nel 2005.

Archivio segreto
È in continuo movimento, Ettore Giugovaz, la cui collaborazione con Tanzi si è estesa anche al gruppo Parmalat. Viaggia spesso negli Usa, dove ha rapporti con la lobby che sostiene il presidente George Bush e con personaggi di spicco come Edward Lutwak, consulente del dipartimento di Stato e del Centro internazionale di studi strategici di Washington. E viene spesso anche in Italia, dove vivono due dei suoi tre figli. Quando pietro Lunardi , vecchio amico di Tanzi, è eletto ministro dei Trasporti del secondo governo Berlusconi e si vede costretto a cedere la maggioranza della Stone, la sua società per il monitoraggio di opere sotterranee, è a Giugovaz che passa il testimone.
Tra le numerose carte sequestrate a Giugovaz dopo il crac gli inquirenti hanno rinvenuto un floppy-disc con l’intestazione "Cia" scritta a mano di suo pugno, un documento bancario che attestava la giacenza di 50 milioni di dollari su un conto dell’uomo d’affari arabo Adnan Khashoggi, incartamenti relativi a rapporti con Misellati, biglietti da visita di agenti del fbi di Miami (città in cui peraltro risiede il terzo figlio) e altro ancora. Non avrebbe meritato, questo archivio segreto, un esame più accurato prima che la Procura di Parma ne decidesse la restituzione in originale al suo legittimo proprietario?
Dunque: che cosa vanno a fare a Quito una figura di questo calibro e un commercialista di Lissone? E chi incontrano insieme a Tanzi? Anni dopo sapremo che Giugovaz, Corno e Tanzi s’erano visti una prima volta a Parma l’11 dicembre 2003 per discutere verosimilmente della possibilità di costituire una Nuova Parmalat, vale a dire per tentare l’estremo salvataggio del gruppo. Con quale denaro? Non si può escludere che Tanzi, o qualcuno per suo conto, avesse costituito un fondo nero all’estero. Un indizio affiora dall’inchiesta sul delitto di Gian Mario Roveraro, il finanziere dell’ opus dei fatto a pezzi ai primi di luglio del 2006, che, attraverso la Akros (società omonima dell’albergo presso cui i Tanzi soggiornarono a Quito) aveva organizzato nel 1990 l’aumento di capitale della Finanziaria Centro Nord: l’operazione che darà vita al processo di quotazione indiretta in Borsa della Parmalat.

Un testimone ascoltato dai magistrati, Francesco Todescato, ha riferito che il "soprannumerario" dell’organizzazione religiosa fondata dal beato José María Escrivá avrebbe occultato fondi della vecchia Parmalat su un conto Ubs intestato a un’importante società finanziaria di cui ha detto di non conoscere il nome.

Confidenze
Che cosa vi sia di vero non è dato sapere. Anzitutto, perché Todescato riporta una confidenza che Roveraro avrebbe fatto al suo assassino, Filippo Botteri, e che Botteri avrebbe trasferito a Todescato. In secondo luogo, perché Roveraro è stato prosciolto, al termine dell’udienza preliminare sul crac Parmalat, dall’imputazione di concorso in bancarotta. Il dissesto della Parmalat, secondo il giudice, è stato visibile solo a partire dal 1993. Quindi tutti i fatti antecedenti non sono rilevanti sul piano penale. Ma gli inquirenti hanno trasmesso a Parma le dichiarazioni di Todescato? Queste affermazioni non avrebbero meritato un supplemento d’indagine? Che parte del denaro distratto dalla Partanzi malat possa essere stata occultata da qualcuno dei protagonisti della bancarotta è, del resto, ipotesi tutt’altro che campata in aria. Nella ricostruzione dei movimenti contabili manca all’appello circa un miliardo di euro. I magistrati sono arrivati fin dove hanno potuto. Hanno per esempio scoperto che un manager della sede italiana di Bank of America, Luca Sala, ingaggiato in seguito dalla Parmalat come consulente, era riuscito a mettere da parte una fortuna. Sui conti esteri a lui riconducibili erano transitati da 59 a 65 milioni di euro provenienti dalle casse di Collecchio.

Il denaro prima di arrivare a destinazione veniva fatto girare su diversi conti correnti per camuffarne la provenienza. L’attenzione è in particolare rivolta a prelevamenti di contante per importi elevati, effettuati anche dopo il crac. A chi erano destinati? Soltanto a Sala? L’ipotesi investigativa è che la Parmalat abbia foraggiato manager di banche internazionali che avevano potere decisionale su operazioni decisive per la sopravvivenza del gruppo e personaggi dislocati lungo la catena dei controlli (dai consigli d’amministrazione alle società di revisione, dalla Procura di Parma alla Guardia di Finanza). In questa prospettiva, Luca Sala potrebbe rappresentare la punta dell’iceberg. Ma è un’ipotesi, al momento.

Ufficiale pagatore
Chissà che cosa potrebbe raccontare a questo proposito Sergio Piccini, che della Parmalat curò a lungo i rapporti istituzionali. Piccini è morto nel 2000 in un incidente d’auto qualche mese dopo essere scampato a un incidente aereo mentre viaggiava su un velivolo privato tra Roma e Parma. Piccini era un ex sindacalista della Cisl. Dal suo ufficio romano teneva i collegamenti tra Tanzi e il mondo politico. Era considerato l’ufficiale pagatore dei partiti, come ha lasciato intendere lo stesso Tanzi. E aveva una frequentazione con l’allora capo della Guardia di Finanza, Nicolò pollari , che sarà nominato direttore del Sismi, l’ex servizio segreto militare, prima di essere travolto dal caso Abu Omar. Uno dei magistrati che hanno indagato su Parmalat confidò a due giornalisti (il sottoscritto e una collega del Corriere della Sera) che Piccini e Pollari si vedevano in un bar di Roma e che il nome di Piccini era emerso a Napoli nel corso di un non meglio precisato procedimento giudiziario.

Nell’ambito di questo procedimento – confidò il magistrato – qualcuno parlò del rapporto tra partiti, uomini politici e aziende, citando Piccini come fonte di queste notizie. Per verificare l’attendibilità di queste rivelazioni fu ordinata un’inchiesta ai Carabinieri, che diede esito negativo. Ma quando a fine 2003 esplode il caso Parmalat, ai Carabinieri ritorna improvvisamente la "memoria" (questo il termine usato dal magistrato) e l’Arma stende su Piccini un rapporto di segno contrario. Perché? E dov’è finito questo documento?

Prima Repubblica addio
Tutti questi fatti potranno non avere rilevanza penale, ma la loro conoscenza sarebbe indubbiamente d’aiuto per comprendere a fondo le cause della bancarotta e portare alla luce la rete delle protezioni, delle complicità, dei depistaggi di cui godette Tanzi. Le sue relazioni politiche andavano oltre i confini della Dc e l’amicizia di Giovanni Marcora e Ciriaco de Mita . I suoi rapporti con l’allora segretario di Stato Vaticano, Agostino Casaroli , non erano solo frutto delle sue convinzioni religiose se è vero che nell’abitazione di Tanzi sarebbe avvenuto persino un incontro tra il cardinale e l’allora segretario del Psi, Bettino Craxi, in prossimità della riforma concordataria il cui testo fu sottoscritto a Villa Madama il 18 febbraio 1984 proprio da Craxi e Casaroli. C’è anche chi segnala qualche puntata a Collecchio dell’arcivescovo Paul Marcinkus, l’allora presidente dell’Istituto per le Opere di Religione, al quale si deve il coinvolgimento della banca vaticana nel crac dell’Ambrosiano.

L’impressione è che Tanzi sia stato parte integrante di un sistema di potere molto influente che aveva raggiunto l’apice nella Prima Repubblica. In questa prospettiva, il crollo della Parmalat sarebbe da addebitare alla caduta di questo sistema che è andato in frantumi negli anni 90. E all’incapacità, o all’impossibilità, di Tanzi di riciclarsi nella Seconda Repubblica.