La partecipazione di Cassa depositi e prestiti (Cdp) a un'operazione finanziaria a sostegno di Parmalat, in modi e forme ancora da stabilire, è ritenuta - dalle varie fonti consultate dal Sole 24 Ore - l'unica via percorribile per sbarrare la strada al gigante lattiero-caseario francese Lactalis.


L'ipotesi accreditata dalle stesse fonti è quella di un intervento nel capitale del gruppo italiano attraverso un veicolo societario, appositamente costituito, di cui la Cdp potrebbe sottoscrivere una quota di capitale insieme ad altri operatori. Mediobanca, UniCredit e Intesa Sanpaolo (che detiene già oltre il 2% di Parmalat) hanno manifestato il proprio interesse a fornire consulenza e finanziamenti a un'eventuale cordata nazionale ed è ragionevole e verosimile supporre che esse possano rilevare, in modo diretto o indiretto, una partecipazione azionaria del gruppo. Non si può tuttavia escludere che, con le banche o in alternativa ad esse, intervengano a fianco della Cdp fondi sovrani o altri investitori che agiscano in un'ottica di lungo termine.
Tra tutte le possibilità, questa sarebbe la più gradita a Enrico Bondi, amministratore delegato della società lattiera parmense e commissario straordinario della vecchia Parmalat. Una cordata di investitori non speculativi darebbe modo, infatti, al management di Collecchio di lavorare senza assillo a un piano di sviluppo industriale di lungo periodo.
Non bisogna inoltre dimenticare che i rapporti tra Bondi e le banche sono stati a lungo molto tesi per le azioni risarcitorie avviate contro di esse dalla vecchia Parmalat e per i processi a carico di certi istituti che ancora attendono di essere celebrati a Parma. Senza contare che nel capitale di Mediobanca figura un gruppo di soci francesi a cui l'attivismo di Piazzetta Cuccia in questa partita potrebbe risultare sgradito.
Il timore espresso da Bondi al consiglio d'amministrazione e al governo è che un investitore animato da interessi di breve periodo abbia soprattutto a cuore la cassa di Parmalat – 1,4 miliardi di euro – e punti a finanziarne l'acquisizione con un leveradge buyout, ossia con poco capitale e molto debito, sapendo poi di poter estinguere l'esposizione attingendo a questa massa di liquidità (anche se, per vincolo statutario, il 50% della cassa non potrà essere intaccato prima del 2020). La presenza di Cdp in una futura cordata per Parmalat rappresenta in questo senso una garanzia, perché un ente dello Stato che impiega il risparmio postale dei cittadini non potrebbe mai permettersi di operare alla maniera di un hedge fund
Il problema è semmai fino a che punto un investitore istituzionale abbia voglia di entrare in Parmalat ai prezzi di oggi. La mossa di Lactalis, cui fa capo il 29% della società, ne ha fatto lievitare le quotazioni e non sarà facile individuare qualcuno disposto a farsi carico di un'Opa che, in caso di adesione del 100% del capitale, potrebbe valere più di 5 miliardi di euro. Questo è il punto più debole dell'intera operazione.
Sembra invece del tutto tramontata l'ipotesi di un break up di Parmalat – le attività internazionali ai francesi e quelle italiane agli italiani – anche perché alcune presenze estere del gruppo, come per esempio quelle in Canada, valgono in termini di margine operativo molto di più della stessa Parmalat Spa.
Con la recente approvazione del decreto anti-scalate da parte del Governo si sono infine riaperti i termini per la presentazione delle liste dei candidati al rinnovo del consiglio d'amministrazione. La data ultima per il deposito dovrebbe essere il 31 maggio.
© RIPRODUZIONE RISERVATA (Da Il Sole-24 Ore del 3 aprile 2011)