Conobbi Giovanni Scilabra, deceduto l’altro ieri a Palermo all’età di quasi 76 anni, grazie ad un comune amico che ero andato a trovare durante  uno dei miei consueti soggiorni estivi in Sicilia. Questo amico aveva già acceso la mia curiosità parlandomi dei racconti incredibili che Scilabra, con cui era solito intrattenersi, andava  sciorinandogli su vicende controverse della storia siciliana a partire dagli anni ’60.

Scilabra era stato direttore generale della Banca Popolare di Palermo quando il piccolo istituto di credito, che sarà poi fuso con un’altra banca siciliana, aveva come azionista di riferimento il  conte Arturo Cassina, re degli appalti del Comune di Palermo vicino all’ex sindaco Vito Ciancimino.  Da  quella posizione, e in precedenza da giovane dirigente della filiale palermitana della Banca Commerciale Italiana (la Comit), Scilabra aveva potuto guardare dietro le quinte del potere. Nella sua mente erano rimasti scolpiti fatti e avvenimenti di cui non aveva mai fatto cenno ad alcuno. Uno di questi era l’incontro con Marcello Dell’Utri e Ciancimino nella seconda metà degli anni ’80.

Quando sentii associare il nome di Dell’Utri a quello di Ciancimino la mia curiosità divenne incontenibile. La villa di Scilabra distava qualche minuto a piedi da quella del mio amico, in uno dei posti di mare più esclusivi nei dintorni di Palermo. Andammo a fargli visita nel pomeriggio, dopo un bagno rigeneratore. Era una giornata caldissima di agosto. Ricordo che ci accolse nel giardino davanti casa dove ci intrattenemmo a conversare gradevolmente per un paio d’ore abbondanti mentre il sole andava lentamente calando. Si vedeva che aveva voglia di parlare. Aveva il fisico visibilmente provato; una vaga somiglianza con Andrea Camilleri, la sigaretta sempre in mano.

Il discorso cadde su Dell’Utri. Raccontò di una telefonata, che collocava intorno alla seconda metà degli anni Ottanta, con cui Cassina lo avvertiva che Ciancimino lo avrebbe cercato per presentargli qualcuno che veniva a chiedere un favore da parte di un grande imprenditore del Nord. Il misterioso emissario  era Marcello Dell’Utri, che Scilabra vide allora per la prima ed unica volta. Il grande imprenditore del Nord era Silvio Berlusconi, di cui Dell’Utri era stretto collaboratore. Il favore era un finanziamento di 20 miliardi di lire al gruppo proprietario di Canale 5, che la Popolare di Palermo avrebbe dovuto condividere con tutte le altre banche popolari della Sicilia. L’operazione era stata alla fine rigettata – secondo Scilabra – per l’alto livello debitorio che la centrale dei rischi avrebbe a quel tempo attribuito alla Fininvest, e tuttavia provava – sempre a giudizio di Scilabra – l’esistenza di un filo diretto tra Dell’Utri e Ciancimino, il quale era in rapporti diretti con boss del calibro di Totò Riina e Bernardo Provenzano.

Ricordo anche un particolare interessante su un’altra delle vicende narrate da Scilabra: il voto con cui l’Assemblea regionale siciliana aveva deciso di triplicare l’aggio (la percentuale) che gli esattori Salvo, affiliati della cosca mafiosa di Salemi, percepivano sulla riscossione delle imposte in Sicilia. Scilabra un giorno fu convocato in ufficio, durante l’orario di chiusura, dall’allora direttore della filiale Comit di Palermo per compilare una vagonata di assegni circolari. Seppe in seguito che quei titoli, ciascuno di taglio compreso tra i 15 e i 30 milioni di lire, pari all’epoca al valore di un appartamento di medie dimensioni, provenivano dal conto dei Salvo ed erano destinati ai parlamentari dell’Ars. “Furono pagati quasi tutti, indistintamente”, ci disse.
L’incontro con questo singolare personaggio che sembrava uscito da un romanzo suscitò in me, ma anche nel mio amico, che pure era abituato alle sue esternazioni, entusiasmo ed al tempo stesso stordimento. La chiacchierata era stata informale, non avevo nemmeno preso appunti per non spaventare l’interlocutore. Per scriverne, avrei dovuto far leva sulla mia memoria ed evetualmente su quella del mio amico ed avviare un complesso lavoro di scavo dall’esito peraltro assai incerto. Altrimenti, avrei dovuto convincere Scilabra a rilasciarmi un’intervista registrata: impresa che mi appariva ancora più ardua data la delicatezza delle questioni da lui sollevate.

In realtà non dovetti faticare per niente. Fu lui stesso a farmi sapere, nel settembre 2010, che si era risolto a parlare con me in modo ufficiale anche riguardo all’episodio su Dell’Utri. A giustificazione di questa sua scelta disse ciò che ebbe poi a riferire ai giudici di Palermo nel processo d’Appello contro Dell’Utri: e cioè che non nutriva alcun secondo fine, ma che era mosso da passione civile. Il senso delle sue parole fu: “Non voglio portarmi nella tomba un segreto del genere. Arriva il momento nella vita in cui un uomo deve prendere il coraggio a due mani per raccontare la sua piccola parte di verità, assumendosi la responsabilità delle proprie scelte”.
Io feci salti di gioia. Informai subito per iscritto il mio direttore, che all’epoca era Gianni Riotta. Conservo ancora quelle email. In questi casi bisogna prendere la palla al balzo, battere il chiodo mentre è caldo. La risposta di Riotta fu invece un laconico “parliamone”. Ma parlare di persona con lui era privilegio di pochi ed io non rientravo tra quei pochi. Lo avertii sempre per iscritto che, se avessimo continuato a temporeggiare, la “fonte” avrebbe potuto raffreddarsi o cambiare idea e magari rivolgersi ad altri: ciò che puntualmente avvenne. Inventai a Scilabra che non ero ancora riuscito a vedere il direttore per via dei suoi frequenti spostamenti in Italia e negli Usa, che avrei avuto bisogno di altro tempo.  Forse, nel cercare di rassicurarlo che l’intervista sarebbe uscita, non fui convincente a sufficienza. D’altro canto non ero in grado di offrirgli la certezza che mi chiedeva. Ne dedusse che Riotta stava menando il can per l’aia. Così finì per agganciare “Il Fatto quotidiano”. L’intervista a Scilabra, firmata da Marco Lillo, uscì il 23 ottobre 2010 nella versione cartacea del “Fatto”, mentre in quella on line fu “postata” la registrazione video, tuttora consultabile.
Come era prevedibile, successe il finimondo. La Fininvest sporse querela. Sostenne che quella richiesta di finanziamento non era mai esistita, che era tutto falso, che mai era stata chiesta da Dell’Utri un’operazione del genere e che, nel periodo indicato dall’ex banchiere, il gruppo Berlusconi non solo non aveva l’acqua alla gola, non era iper-indebitato con le banche, ma aveva anche una situazione patrimoniale, un rapporto debiti finanziari/mezzi propri, di assoluto equilibrio. A quella della Finivest seguì la querela dell’ex senatore Dell’Utri. Di tutto ciò ebbi notizie indirette. Seppi che Scilabra, le cui condizioni di salute andavano peggiorando, ne fu afflitto e depresso. Ciò non gli impedì di recarsi come testimone prima in Procura, dinanzi ai pubblici ministeri, ai quali le sue rivelazioni non erano passate inosservate, e qualche tempo dopo al dibattimento, davanti ai giudici di appello. Sempre più malfermo e provato dalla malattia, confermò tutto quello che aveva detto, raccontò dell’incontro con il sottoscritto, delle motivazioni che lo avevano indotto a parlare dopo un quarto di secolo nononstante i “chi te lo fa fare?” di amici e parenti. Dai giudici ebbe il riconoscimento di essere considerato teste attendibile: l’unica cosa, credo, alla quale genuinamente aspirasse. Di lui tutto si può dire tranne che fosse in cerca di notorietà.
Aggiungo un episodio che non ho mai rivelato, se non a qualche amico fidato. Qualche tempo prima dell’udienza di appello, un giorno che ero ad Ancona per un servizio, fui raggiunto per telefono da un dirigente di relazioni pubbliche il quale mi disse che uno degli avvocati difensori di Dell’Utri avrebbe voluto chiedermi di persona qualche chiarimento a proposito delle dichiarazioni di Scilabra. Non posi alcun ostacolo di principio a quella richiesta, anche se aggiunsi che sarebbe stato del tutto inutile vedersi, perché quello che l’ex banchiere aveva riferito sul nostro incontro, e che avevo appreso dalle agenzie di stampa, era la pura verità. Ciononostante il legale ritenne di mettersi ugualmente in contatto con me. Insistette con modi garbati e cortesi perché ci vedessimo. Dopo alcune telefonate, considerato che ero spesso assente da Milano per lavoro, prendemmo appuntamento per un sabato o una domenica mattina, non ricordo più con esattezza. Ci incotrammo al bar Zucca, in Galleria, per un aperitivo prima del pranzo. Per arrivare puntuale, il professionista s’era alzato all’alba. Fu cordiale, gentile. Mi ringraziò. Precisò che era venuto a chiedermi in modo informale se Scilabra mi avesse effettivamente parlato in privato di ciò che aveva poi riferito in pubblico. Gli risposi, come era ovvio, di si. Aggiunsi una spiegazione sulla mancata intervista. Gli dissi che, mentre mi adoperavo per ottenere il via libera del direttore, che temporeggiava, Scilabra, evidentemente stanco di aspettare, s’era orientato su un altro giornale. La conversazione si esaurì in meno di mezz’ora. Ci congedammo.  Da allora non ho più avuto occasione né di incontrarlo né di risentirlo. Nel frattempo la terza sezione penale della Corte d’Appello di Palermo ha condannato Dell’Utri (con sentenza del 25 marzo 2013 e motivazioni del settembre 2013) a sette anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa.