Tocca ora al Consigliodi Stato pronunciarsi sulla spinosa questione del giusto processo che era stata sollevata da Arepo-Banca Profilo e dal suo presidente, Matteo Arpe, davanti al Tar del Lazio e che il Tar del Lazio ha respinto. A metà dicembre 2013, la Consob presieduta da Giuseppe Vegas aveva contestato ad Arpe e all’amministratore delegato di Banca Profilo una presunta attività di manipolazione del mercato, cioè di insider trading, che si sarebbe protratta tra il giugno 2011 e il maggio 2013 per l’acquisto di azioni proprie, pari al 9% di Banca Profilo, mentre Arepo ribatteva di avere operato costantemente con l’autorizzazione di Banca d’Italia e che l’infondatezza delle acccuse dell’Autorità di Borsa era provata dal fatto che le quotazioni di Banca Profilo, nel periodo in esame, piuttosto che crescere erano andate deprezzandosi. Semmai erano aumentate al termine del periodo incriminato, ossia dopo il supposto insider: il che faceva apparire le accuse  surreali. Se uno specula su un titolo, rischiando un’azione penale, lo fa per guadagnarci, non per perderci. Gli uomini della Consob, invece, sono arrivati alla conclusione che l’acquisto di titoli serviva a tenere artificialmente alti i prezzi di Banca Profilo, affinché il salvataggio del piccolo istituto di gestione, effettuato da Arpe negli anni precedenti, avesse una parvenza di successo e servisse a tenere alta la reputazione del banchiere.
Il collegio di difesa di Arpe, guidato dal professor Natalino Irti, aveva chiesto al Tribunale amministrativo, oltre all’annullamento del procedimento per presunta manipolazione operativa, l’adeguamento della disciplina Consob sull’insider ai principii del giusto processo fissati nella Convenzione eropea dei diritti dell’uomo. Tali principii erano infatti prevalsi nella sentenza di condanna dell’Italia per il doppio processo che era stato inflitto a Franzo Grande Stevens e a Gianluigi Gabetti per l’operazione, cosiddetta di equity swap, che nel 2005 aveva consentito alla finanziaria della famiglia Agnelli di restare in sella alla Fiat. Arpe, in fondo, non faceva che reclamare per sé l’applicazione dello stesso principio. La Consob aveva argomentato, invece, che eventuali mancanze del suo procedimento avrebbero potuto essere sanate dal giudice di secondo grado.

Di fronte a questa situazione, Arpe si era rivolto in ottobre  al Consiglio di Stato, il quale ne aveva accolto le istanze, affermando che il regolamento Consob era effettivamente in contrasto con la Convenzione europea dei diritti dell’uomo sotto vari aspetti (mancanza del contraddittorio, assenza di pubblicità del procedimento e altro) e che pertanto la Commissione di Vegas avrebbe dovuto uniformarsi al giusto processo e rivedere le procedure sanzionatorie per i casi di rilevanza penale.

Il Tar, entrando nel merito del ricorso, ha  invece ribaltato l’orientamento del Consiglio di Stato, che avrà una bella gatta da pelare nelle prossime settimane. A rigor di logica, dovrebbe confermare quanto ha già sancito in ottobre, ribaltando la sentenza di merito del Tribunale amministrativo. Ma la logica è lo strumento meno indicato per capire ciò che si muove sullo sfondo delle vicende finanziarie, un groviglio di patti segreti, tradimenti, ambizioni, colpi bassi e odii profondi.