Le offerte d’acquisto taroccate pervenute dall’estero alla Magiste di Stefano Ricucci e alla Tikal di Danilo Coppola hanno suscitato grande interesse tra i lettori di questo  blog. A due anni e mezzo dalle scalate bancarie del 2005, il fenomeno degli immobiliaristi d’assalto continua dunque a tenere banco tra il grande pubblico. Per quale motivo?

La prima risposta che viene in mente è che le vicende collegate alle scalate di AntonVeneta e Bnl e al rastrellamento in Borsa di azioni Rcs necessitano di ulteriori approfondimenti.

Per quanto riguarda in particolare Ricucci, le ragioni che lo indussero a tentare la scalata alla Rcs, che controlla il "Corrire della sera", restano tuttora – a mio avviso -non chiarite. Massimo Mucchetti, ne Il baco del Corriere (Feltrinelli, 2006), ha provato a dimostrare che alle spalle di Ricucci c’era Ricucci medesimo: che l’uomo venuto da Zagarolo non avesse un mandante.

Secondo Mucchetti, per lanciare l’Opa su Via Solferino mancavano almeno due condizioni: 1) nessuna banca avrebbe mai prestato a Ricucci i 5 miliardi di euro necessari per lanciare l’Opa totalitaria sulla Rcs, per il semplice fatto che una società editoriale non ha una generazione di cassa sufficiente a rimborsare i debiti di una scalata; 2) il Gotha del capitalismo italiano, azionista del "Corriere", non si sarebbe mai fatto mettere nel sacco dal promesso sposo di Anna Falchi, tant’è che provvedette a blindare il patto di sindacato della Rcs con il famoso "codicillo Marchetti", proprio allo scopo di evitare diserzioni dalla compagine di controllo in caso di scalata.

Ora, tralasciamo il fatto che di recente l’editore Rupert Murdoch ha lanciato un’Opa su "The Wall Street Journal", e chiediamoci: come mai la Banca Popolare di Lodi guidata da Gianpiero Fiorani finanziò Ricucci per circa 800 milioni di euro, consentendogli di acquistare in Borsa un consistente pacco di titoli Rcs: solo per tenere sotto scacco i grandi azionisti di Mediobanca che erano ostili alla scalata ad AntonVeneta? E come mai lo stesso Ricucci ricevette dalla Deutsche Bank di Londra un’altra linea di credito di circa 900 milioni di euro?

L’idea che il pacco azionario rastrellato in Borsa da Ricucci potesse avere uno o più "rilevatari" finali – ossia qualcuno che dall’alto ammiccava al finanziere, che guardava con simpatia alla sua azione corsara ed era pronto ad uscire allo scoperto se le cose fossero andate per il verso giusto – è tutt’altro che campata in aria. L’uomo aveva mietuto simpatie nei due schieramenti politici (una copertina del settimanale "Diario" era stata dedicata al "Compagno Ricucci") e s’era scelto come consiglieri due noti banchieri d’affari: uno notoriamente legato a Silvio Berlusconi, l’altro notoriamente vicino a Giovanni Bazoli, presidente di Banca Intesa, che per il "Corriere" ha combattuto molte battaglie.

Di certo Ricucci ci avrà messo del suo nella scalata; certamente subiva l’influenza di uomini come Fiorani, Emilio Gnutti e Giovanni Consorte, che in quel momento sembrava tenessero in pugno l’Italia. Da qui, però, a credere che un personaggio così astuto e navigato pensasse di appropriarsi della Rcs facendo conto esclusivamente su Fiorani, ce ne corre.

Ricucci era riuscito a ottenere  dalle banche credito in abbondanza, cedendo loro in garanzia immobili iscritti a bilancio a valori eccezionalmente elevati; credito che poi utilizzava per speculare in Borsa. Questo mestiere si può fare soltanto se si hanno grandi coperture bancarie, e Ricucci di coperture ne ha avute tante.

E’ possibile che un uomo così furbo sia stato poi così sprovveduto nel dare l’assalto al "Corriere"?

La verità è che Ricucci continua a rilascire interviste ai giornali, ad apparire in tv, a godere della benevolenza di politici e banchieri, come se nulla fosse successo. Ai magistrati ha raccontato tante cose, ma altrettante le ha taciute. La Magiste International è fallita, ma è ancora lì; le altre sue società sono in bonis; i suoi immobili sembrano sfidare la caduta dei prezzi. L’uomo ha ancora ambizioni da grande finanziere e lo dichiara ai quattro venti. Perché chi ha orecchi per intendere intenda.