Alessandro Profumo, amministratore delegato di UniCredit, fa autocritica su "Repubblica" con un’intervista di Massimo Giannini. Il numero uno di una delle più grandi banche europee si assume le sue responsabilità: ammette che vi sono state esagerazioni (senza spiegare né dove né come né perché), ammette di non aver saputo prevedere (e in questo è in buona compagnia) in quale abisso stava sprofondando la finanza mondiale, ammette di non aver compreso che "una vera e propria recessione era in arrivo" (sono parole sue), insomma chiede scusa a clienti, dipendenti e azionisti per le difficoltà in cui s’è venuta a trovare la banca per questo deficit di previsioni e nello stesso tempo li rassicura sulla solidità patrimoniale del gruppo. Ma quando Giannini cerca di fargli dire la lista delle operazioni sbagliate in cui s’è avventurata UniCredit, al punto da dover costringere il consiglio d’amministrazione a varare tra sabato e domenica una manovra di irrobustimento patrimoniale da 6,6 miliardi di euro, Profumo scantona, parla genericamente di errori di sistema, dice che i grandi soci gli sono vicini, ma non aggiunge altro.

Sarebbe per esempio utile sapere, se non altro in omaggio alla trasparenza, se l’acquisizione di Capitalia, il gruppo che era presieduto da Cesare Geronzi e che ha portato in dote a UniCredit la Banca di Roma, il Banco di Sicilia, il Mediocredito Centrale e quel che resta di Bipop-Carire, sia da annoverare tra gli errori di UniCredit.
Sostiene, Profumo, che i banchieri debbono farsi un "profondo" esame di coscienza, ammette che esiste un problema di reputazione, ma non spende una parola di scuse per aver venduto, UniCredit,  a migliaia di piccole imprese italiane, come ristoranti, pizzerie, piccoli Comuni, i famigerati prodotti derivati che avrebbero dovuto funzionare come copertura dai rischi di cambio e di variazione dei tassi d’interesse e che invece si sono rivelati una trappola, un bagno di sangue. Per chi li ha sottoscritti, ovviamente: perché su quei prodotti UniCredit ha fatto utili consistenti. Profumo dichiara di avvertire su di sé il peso di una grande responsabilità per i milioni di clienti, i 180 mila dipendenti e le centinaia di migliaia di piccoli azionisti di UniCredit. Ma non accenna una parola di scuse sui famigerati bond Parmalat che UniCredit, come tutte le maggiori banche, aveva inserito nel portafoglio di proprietà e ha continuato a piazzare alla piccola clientela, con spiccato senso degli affari e zero etica, fino a quando il gruppo emiliano non ha dichiarato bancarotta. La Parmalat è stato un affare per UniCredit ed è tuttora un nervo scoperto per i banchieri come dimostra la rabbiosa reazione di Profumo a un’inchiesta del Sole-24 Ore sull’argomento.
Se questo significa servire il cliente, allora il cliente è servito. E stiamo parlando, comunque, di uno tra i migliori banchieri italiani che, con l’incorporazione della tedescha Hypovereins, ha trasformato l’UniCredit in un gruppo bancario di dimensioni europee con una presenza significativa nei mercati  dell’Europa dell’Est.
Che Profumo sia un banchiere di prim’ordine lo sostiene anche Ettore Gotti Tedeschi, plenipotenziario del Banco Santander per l’Italia, in un’intervista al medesimo giornale qualche pagina avanti. Gotti, editorialista dell’"Osservatore romano" di area Opus Dei, prende spunto dalle parole del Papa ("Vediamo adesso nel crollo delle grandi banche che i  soldi scompaiono, sono niente e tutte queste cose, che sembrano vere, in realtà sono di secondo ordine", ha affermato Benedetto XVI) per rimarcare gli errori delle grandi banche: la ricerca del profitto di breve periodo e l’uso di strumenti finanziari leciti in modo avventato.

E’ però stupefacente la conclusione del suo ragionamento:"….a me pare che in Italia i banchieri siano in grandissima parte seri, trasparenti e dotati di visione etica. Forse è legato al fatto che tutti hanno radici cattoliche". La serietà, la trasparenza e l’etica dei banchieri italiani risiederebbero in altre parole nel loro essere cattolici, membri di Santa Romana Chiesa. Giudizio che mette tutti sulla stessa barca: dal presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo, Giovanni Bazoli, al presidente di Mediobanca, Cesare Geronzi (condannato per bancarotta e pluri-indagato); dal presidente della Fondazione Cariplo, Giuseppe Guzzetti, all’ex amministratore delegato di Banca Popolare Italiana, Gianpiero Fiorani (finito in carcere per gravi reati economici come l’aggiotaggio); dal presidente del vaticano Istituto opere di religione (lo Ior, la banca del Papa), Angelo Caloia, all’ex governatore di Banca d’Italia, Antonio Fazio (a sua volta indagato per le fallite scalate bancarie del 2005). Per non parlare di Roberto Calvi, il cattolico presidente del vecchio Banco Ambrosiano, coinvolto nei più loschi traffici della loggia massonica P2 e poi trovato morto sotto un ponte del Tamigi, e dell’indimenticato predecessore di Caloia al vertice dello Ior, arcivescovo Paul Casimir Marcinkus, il cui operato costò alla Santa Sede una transazione da 250 milioni di dollari del 1984 per il risarcimento dei creditori del fallito Ambrosiano. Calisto Tanzi è cattolico di provata fede e per fortuna non ha mai fatto il banchiere, se si eccettua la sua breve esperienza di amministratore di Capitalia su designazione del sempiterno Geronzi. Semmai è la dimostrazione vivente di ciò che i banchieri sono capaci di fare. Laici e cattolici, indistintamente. Alla faccia dell’etica.