“Le nostre banche sono solide”. Un giorno sì e l’altro pure il presidente del Consiglio non perde occasione per ripeterlo. Ed è costretto a ripeterlo: perché ormai il risparmiatore ha il rifiuto delle banche. Del resto, come dargli torto. Quando uno vede l'UniCredit (che ha da poco attuato un piano di ripatrimonializzazione da 6,6 miliardi di euro) dichiarare 4 miliardi di profitti al 31 dicembre 2008 e poi accingersi ad emettere bond per altri 4 miliardi riservati allo Stato austriaco e a quello italiano il disorientamento è totale. Troppe volte il risparmiatore è stato preso in giro. Come non ricordare, per esempio, quello che accadde nel 2004 davanti alle commissioni riunite Finanza e Attività produttive di Camera e Senato. Si discuteva di Cirio e Parmalat, argomenti quanto mai spinosi. Con qualche eccezione e molta faccia tosta, i banchieri negarono l’evidenza: smentirono di avere addossato al pubblico i debiti del signor Cragnotti per rientrare dei crediti verso la Cirio. Di avere, cioè, trasformato i debiti in prestiti obbligazionarI.

I bond emessi dalla Cirio non potevano essere venduti direttamente ai risparmiatori. Erano bond senza rating. Gli acquirenti in prima battuta avrebbero dovuto essere gli investitori istituzionali. I bond avrebbero potuto essere venduti ai risparmiatori, su loro richiesta, ma solo nella fase di negoziazione ovvero dopo il regolamento di ogni prestito, quando il denaro raccolto con le sottoscrizioni è già stato versato alla società emittente. Invece la magistratura accertò (il sostituto Procuratore di Monza Walter Mapelli) che gli investitori istituzionali che acquistavano i titoli altro non erano che le banche collocatrici, le quali nella maggior parte dei casi avevano già piazzate le obbligazioni alla clientela nella fase di avvio dell’emissione, cioè quando il titolo è trattato al mercato grigio, riservato agli investitori di professione.
Le banche finanziavano Cragnotti consentendogli di mantenere in vita un’azienda decotta e, nel momento stesso in cui gli facevano credito, gli organizzavano i prestiti sul mercato pur sapendo che il gruppo non sarebbe mai riuscito a rimborsarli per la sua asfittica situazione finanziaria. La società emetteva i bond che venivano sottoscritti dai risparmiatori e con il ricavato estingueva i debiti verso le banche. Era un gioco al massacro, un devastante conflitto d’interesse.
Magari gli istituti di credito sono solidi, come ripete Berlusconi e come affermano il Governatore di Banca d’Italia e il presidente di Confindustria. E se non proprio solidi certamente non sono malconci come le banche americane, inglesi o tedesche anche se la recessione sta provocando un sensibile incremento delle perdite su crediti e del rapporto tra crediti deteriorati e crediti totali alla clientela. Penso che certe scene di panico siano ingiustificate. Io non mi sognerei di chiudere il conto all’UniCredit, anche se alcuni lo stanno facendo. L’UniCredit è una banca che sta soffrendo più di altre, ma non sta così peggio delle altre. Il problema non è tanto l’allarme del risparmiatore, giustificato dalla gravità della crisi, quanto il clima di sfiducia e la perdita di reputazione che traggono origine dai comportamenti scorretti e talvolta truffaldini delle banche.

Già, perché dopo Cirio e Parmalat le cose sono anche peggiorate. In Italia, centinaia di migliaia di famiglie sono state abbindolate con prodotti, come le polizze Vita, che andrebbero messi al bando. Ho un’amica, un’anziana signora di oltre settant’anni, colta, intelligente ma sprovveduta in fatto di investimenti finanziari, che per essersi fidata della banca si trova in un mare di guai. Il suo gestore l’aveva riempita di polizze index e unit linked, ossia di finti prodotti assicurativi il cui rendimento dipende da un sottostante: un titolo o un paniere di titoli oppure un indice azionario o obbligazionario. Fino a un anno fa dormiva tra due guanciali. Da quando è esplosa la crisi ha smesso di dormire. Un giorno andando in banca ha scoperto che le sue “polizze” valevano il 30-40 per cento in meno. Una di esse era collegata a un titolo Lehman Brothers, la banca Usa fallita.  E ora non sa come uscirne. Queste sono le banche italiane.
E’ nel diritto delle banche vendere merce scadente accanto a merce buona. Che lo si dica, però: si avverta il cliente e lo si indirizzi altrove se non ha il profilo di rischio che gli consente di giocare d’azzardo.
Il Governo pensa giustamente a sostenere le banche, perché se crollano crolla l’economia del Paese. Ma al risparmiatore chi ci pensa: Bankitalia, la Consob, l’Isvap, il Governo stesso? Quante parole sprecate tra il 2003 e il 2006, quanto inchiostro inutilmente versato per la legge a tutela del risparmio! In Italia come nel resto del mondo gli unici a essere tutelati sono quelli che dovrebbero essere cacciati: gli autori del disastro che è dinanzi ai nostri occhi. La crisi avrebbe dovuto portare una ventata d’aria nuova anche nelle banche. Ma ormai viviamo in un mondo alla rovescia: chi sbaglia non paga, semmai paga l’incompetenza; squadra che perde non si cambia; più sei indagato e più potere hai. E poi uno dovrebbe credere nella solidità delle banche!