“Le banche sono piene di liquidità, ha dichiarato il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, nell’intervista di domenica 13 luglio al Corriere della sera, raccolta da Maria Teresa Meli: “Non hanno più alibi…Diano i soldi alle aziende invece che lamentarsi. Con l’operazione Draghi non hanno più ragione di lamentarsi, né di mettere in sofferenza i piccoli artigiani, gli imprenditori del Nordest, le partite Iva. Navigano nei soldi, li spendano, grazie”. Ma è così che stanno realmente le cose? Renzi ha ragione nel dire che i principali istituti italiani hanno molta cassa. Alla fine del dicembre 2012 i maggiori gruppi bancari avevano ottenuto in prestito dalle Bce 135 miliardi con operazioni biennali di rifinanziamento a lungo termine, le cosiddette Long term refinancing operation (Ltro). Nel corso del 2013, Intesa Sanpaolo ha poi rimborsato in anticipo i 36 mld che gli erano stati erogati; UniCredit né ha rimborsati 5 su un totale di 26 e altri 5 li ha restituiti nel corso del 1° trimestre 2014; Monte dei Paschi ha a sua volta rimborsato 1 miliardo su un prestito di 29 e Mediobanca un altro miliardo (di cui 500 milioni restituiti tra gennaio e marzo di quest’anno) su un totale di 7,5. Il parziale rientro anticipato del debito ha riguardato anche la Popolare dell’Emilia Romagna, con 750 milioni nel primo trimestre 2014 su un totale erogato di 4,4 miliardi, la Popolare di Milano con 500 milioni su un totale di 4,6 miliardi e la Popolare di Sondrio con 500 milioni restituiti in aprile su complessivi 1,8 miliardi. Ma come è stata utilizzata questa massa di denaro avuta in prestito a tassi vicini allo zero? Anche in questo caso Renzi ha ragione: al finanziamento alle imprese, soprattutto alle piccole e piccolissime società industriali, artigiane e commerciali, gli istituti hanno preferito altri tipi di impieghi. Per esempio, hanno scelto di far fruttare questi fondi in parte presso la stessa Bce: un circolo vizioso che il presidente della Banca centrale euopea, Mario Draghi, sta cercando di interrompere con un provvedimento che dovrebbe penalizzare le banche che rinunciano a finanziare imprese e famiglie. Draghi ha dichiarato di essere pronto a fare una nuova, massiccia iniezione di liquidità nel sistema, con altri due megaprestiti a quattro anni, ma a condizione che il denaro immesso nelle banche rifluisca verso il mondo produttivo. Bisognerebbe però avere, anche, l’onestà di dire che una parte non meno rilevante della liquidità proveniente dalla Bce è stata impiegata in questi anni nell’acquisto di bond del Tesoro. I dati sono inoppugnabili anche in questo caso: Intesa Sanpaolo e UniCredit, che insieme rappresentano oltre il 50% della raccolta bancaria nazionale, avevano in portafoglio complessivamente, a fine 2013, titoli del debito pubblico italiano per un controvalore di 150,2 miliardi, contro i 98,4 miliardi del 2011. Gli investimenti delle due banche in titoli sovrani dell’area Piigs (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna)  erano costituiti al 99% da obbligazioni dello Stato italiano. Come mai? Perché i nostri titoli del debito pubblico sono i più redditizi del mondo, per carità di patria o perché qualcuno, dalle parti di Palazzo Chigi e di Palazzo Kock, ha fatto opera di “persuasione morale” nei loro confronti? Una risposta franca a questa domanda sarebbe imbarazzante per Renzi. Chissà come la prenderebbero i mercati finanziari se oltre al sospetto avessero anche la certezza di una qualche foma di interferenza del governo sulla politica degli impieghi del sistema bancario? Proviamo tuttavia a chiederci cosa succederebbe ai nostri tassi di interesse e allo spread tra il BTp e il Bund se le nostre banche smettessero di colpo di acquistare i titoli del Tesoro. E’ meglio non pensarci.

Analizziamo anche i dati sul free capital, ovvero il capitale libero che può essere investito nelle diverse attività bancarie, tra cui gli impieghi. Dai calcoli di R&S scopriamo che tra i principali gruppi creditizi italiani non ce n’è uno che abbia un free capital positivo.  Non si salva nessuno: né Intesa Sanpaolo, né UniCredit, né Monte dei Paschi, né le banche popolari. Il loro free capital è eroso pesantemente dall’amontare dei crediti deteriorati e dalle immobilizzazioni immateriali (principalmnete gli avviamenti).

Fa bene dunque Renzi ad ammonire le banche ad allargare i cordoni della borsa, ma il Tesoro può permettersi che le stesse banche smobilizzino la massa di BoT, CcT e BTp che hanno in portafoglio, per liberare liquidità a favore delle imprese? Se lo Stato può permetterselo senza subire contraccolpi finanziari, allora Renzi ha ragione a dire quello che ha detto. Altrimenti sono solo dichiarazioni ad effetto per catturare la simpatia degli elettori.