La scalata ostile della Olivetti alla Telecom non sarebbe mai avvenuta se il governo D'Alema avesse adottato nel 1999, a sostegno del gigante delle telecomunicazioni, un provvedimento simile a quello individuato oggi dal ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, in difesa dell'italianità della Parmalat.


 All'epoca sarebbe stato anche più semplice per l'esecutivo, perché il Tesoro, allora retto da Carlo Azeglio Ciampi, pur non facendo parte del "nocciolo duro" della Telecom, deteneva il 3,5% del gruppo privatizzato. D'Alema, invece, volle seguire un'altra strada (vedi "L'Affare Telecom", di Oddo e Pons, Sperling e Kupfer, 2003). Ricordo ancora il suo discorso a favore dei "capitani coraggiosi" mentre l'amministratore delegato della Olivetti Roberto Colaninno stava per annunciare al mercato l'Opa del secolo. Da un lato sostenne di non voler interferire politicamente su un'operazione di mercato, dall'altra la avallò nei fatti criticando gli esponenti del nocciolo duro e in particolare gli Agnelli, che con una piccola quota azionaria offerta loro su un piatto d'argento dal governo Prodi si erano accaparrati il controllo della società.

Come dimostra la vicenda Parmalat, quando un governo vuol bloccare un'operazione ha molti modi per farlo. Bastava che D'Alema dicesse al Tesoro di presentarsi all'assemblea degli azionisti che era stata indetta dall'allora amministratore delegato, Franco Bernabè, per deliberare la fusione tra Telecom e Tim. Mario Draghi, che ai tempi era il direttore generale di Via XX Settembre, non aspettava altro, ma D'Alema gli ordinò l'esatto contrario. Bastava che il presidente del Consiglio chiedesse l'appoggio del governatore di Banca d'Italia, Antonio Fazio, e che questi ordinasse al fondo pensioni di Via Nazionale di presentarsi all'assemblea della Telecom per consentirne la formazione del quorum. Così facendo, Fazio avrebbe dato un segnale di via libera anche alle banche, che avrebbero potuto a loro volta mobilitare le società di gestione del risparmio che avevano in portafoglio titoli Telecom. Il gioco di squadra avrebbe impedito la scalata, come dimostra oggi l'operato di Tremonti su Parmalat.
D'Alema aveva in mente la teroria dei "campioni nazionali", l'idea, cara ai francesi, di costituire sbarramenti industriali competitivi e all'avanguardia in settori strategici come le telecomunicazioni e l'energia. Ma la declinò a suo modo.

Anche Tremonti si propone di difendere alcuni settori chiave dell'economia. Bisogna però stabilire cosa s'intende per strategico. L'Italia è il paese in cui si fanno le barricate per difendere la nazionalità della Parmalat e poi si spendono cifre molto modeste del Pil in ricerca e sviluppo e non si fa niente per impedire la fuga dei ricercatori all'estero. Questo è il paese in cui le grandi banche finanziano i Ricucci e i Coppola, i Tanzi e i Cragnotti e poi negano gli spiccioli ai piccoli imprenditori, agli artigiani e agli agricoltori. Questo è il paese in cui i giovani che vogliono intraprendere in settori innovativi  sono costretti ad andarsene negli Usa perché non trovano nessuno che li finanzi in Italia. E' successo a un amico dei mie figli, Marco Palladino, che con altri due ragazzi poco più che ventenni sta lanciando un'impresa sul Web grazie a un venture capitalist incontrato in California che ha creduto nel loro progetto.

Va bene difendere un'azienda risorta dalle ceneri di una bancarotta, che ha alle spalle un indotto di decine di migliaia di allevatori e rappresenta con Barilla e Ferrero uno dei marchi più noti dell'agroalimentare made in Italy. Il sospetto però è che, anche in questo caso, il governo e Tremonti siano stati mossi da un preciso calcolo politico.  La produzione di latte è concentrata nelle regioni del Nord e in modo particolare in Lombardia, dove allevatori e "malgari" votano per lo più Lega, e il Carroccio e questo governo hanno difeso e finanziato non a caso i produttori che hanno aggirato il sistema comunitario delle quote latte.