Le vicende di Intesa Sanpaolo tengono banco da alcune settimane. Il primo gruppo bancario italiano, di cui è amministratore delegato Corrado Passera, ha subito il tracrollo degli utili e delle quotazioni, ha guidato l’ingresso di Cai in Alitalia-Air One sventolando la bandiera dell’italianità, è intervenuto per salvare dal dissesto il traballante Romain Zaleski, il finanziere alleato storico del presidente del consiglio di sorveglianza della banca, Giovanni Bazoli. E ora potrebbe dare il benservito al direttore generale, Pietro Modiano, in aperto conflitto con Passera, anche se il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, ha dichiarato al “Sole-24 Ore” che le acque al vertice della banca dovrebbero essersi calmate e che lo stesso Passera avrebbe affermato che “la fiducia intorno a Modiano persiste”.

Due articoli di qualche giorno fa, che segnalo, uno di Luigi La Spina, l’altro (un’intervista) di Ferruccio de Bortoli, direttore del “Sole-24 Ore”, offrono comunque del caso Intesa Sanpaolo chiavi di lettura originali.
La Spina ne “La Stampa” del 12.11.2008 colloca lo scontro tra Modiano e Passera all’interno di una partita politico-finanziaria la cui posta in palio sono, a suo dire, i nuovi equilibri di potere del sistema creditizio nazionale. Da una parte c’è Modiano, vicino al Partito democratico anche per vincoli familiari (è sposato con Barbara Pollastrini, ministro delle Pari opportunità del secondo governo Prodi); dall’altra si colloca Passera, nelle cui mosse recenti – l’organizzazione della cordata imprenditoriale per Alitalia – La Spina intravede i “segni rivelatori” di una crescente influenza del centro-destra.
L’attacco a Modiano, su cui Passera  nell’intervista a de Bortoli minimizza, definendolo frutto di divergenze interne di tipo organizzativo, rappresenta, a giudizio di La Spina, non tanto uno scontro tra campanili (i torinesi del Sanpaolo contro i milanesi di Intesa) quanto l’avvio di un’offensiva a più ampio raggio che potrebbe finire per coinvolgere i vertici delle due banche: Bazoli ed Enrico Salza, presidente del consiglio di gestione.  In questo conflitto, secondo La Spina, l’alleato di Passera potrebbe essere Angelo Benessìa,  presidente di uno dei maggiori azionisti di Intesa Sanpaolo: la Compagnia di San Paolo.
Benessìa è espressione, quanto e forse più di Salza, della Torino che conta, a cominciare dalla famiglia Agnelli. Cuneese di famiglia, torinese d’adozione, l’avvocato Benessìa è autore di grandi e indimenticate battaglie. Uomo colto, amante della musica, di lui si ricordano le dimissioni da amministratore indipendente della Telecom negli anni della gestione Colaninno, di cui fu severo fustigatore, e la partecipazione per conto del Sanpaolo all’assemblea della Montedison del 27 febbraio 2001 che segnò l’inizio della fine del gruppo scaturito nel 1966 dalla fusione Montecatini-Edison.

Ancora più interessante è l’intervista di de Bortoli a Passera sul “Sole-24 Ore” del 13 novembre. Qui l’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo enuncia quelle che, a suo giudizio, dovrebbero essere le regole del buon banchiere; regole che le banche d’investimento Usa si sono ben guardate dall’applicare. Primo: porre un limite alle operazioni a debito, al leverage come si usa dire; secondo: rispettare l’equilibrio tra attività e passività, tra durata della raccolta di denaro e durata degli impieghi; terzo: non creare veicoli fuori bilancio dove occultare ulteriori passività. Come dire: “Noi, a differenza delle banche americane, abbiamo operato correttamente, secondo principii di sana e prudente gestione”. E in effetti i dati sembra diano ragione a Passera. Il gruppo ha in bilancio titoli di “classe 3” (illiquidi, privi di mercato di riferimento, valutati in modo arbitrario dalla stessa banca, si veda “Il sole-24 Ore” del 25.10.2008) per un valore di 4,8 miliardi di euro, una cifra enorme in valore assoluto ma pari ad appena il 13% del suo patrimonio di vigilanza: niente rispetto alla disastrosa situazione di altri grandi istituti europei quali Deutsche Bank, Ubs e Crédit Suisse.
Ma come la mettiamo con il resto? L’investimento in Telco, la società di controllo della Telecom, di cui fanno parte anche Benetton, Generali, Mediobanca e Telefonica, registra una minusvalenza teorica assai consistente. L’immobiliarista Luigi Zunino, finanziato a piene mani da Intesa Sanpaolo, versa in gravi difficoltà. Il rientro dei crediti verso Carlo Toto avverrà addirittura a spese del contribuente, che nell’accollarsi i debiti di Alitalia dovrà anche farsi carico di quelli di Air One, di cui Toto è il principale azionista.
E che dire del caso Zaleski, il finanziere cresciuto all’ombra di Banca Intesa, che stava per fallire? La Carlo Tassara di Zaleski, nelle scorse settimane, è riuscito a evitare la bancarotta grazie all’aiuto di alcune banche italiane che gli consentito di rientrare verso Bpn Paribas e Royal Bank of Scotland, erogandogli nuovi crediti. Egli è esposto attualmente per 1,8 miliardi verso UniCredit e per 1,7 verso Intesa Sanpaolo a fronte di debiti totali per 6,2 miliardi.
Ma dove sarebbe a quest’ora, Zaleski, senza il sostegno di Bazoli? Questo enigmatico ingegnere francese, figlio di immigrati polacchi, che è stato tesoriere dell’Udf, il partito dell’ex presidente francese Valery Giscard D’Estaing, detiene oggi tra l’altro il 10% di Edison, il 2,27% di Generali, il 2% di Mediobanca oltre al 5% di Intesa Sanpaolo e al controllo della finanziaria Mittel, società quotata in Borsa, presieduta dallo stesso professor Bazoli: partecipazioni acquisite con i soldi delle banche e in particolare con quelli di Intesa.
Circola una folgorante battuta su Zaleski che un frequentatore di Bazoli giura di aver raccolto dalla viva voce del banchiere cattolico bresciano. Il Professore chiede agli amici: “Sapete che differenza c’è tra Ricucci e Zaleski”? Fa una pausa e aggiunge: “Che dietro Zaleski ci sono io”. Anche se la prima parte della battuta potrebbe essere inventata, la seconda  risponde comunque a verità. Il legame tra Bazoli e Zaleski è infatti a tutti noto. Dalla scalata alla Sondel all’Opa su Montedison (operazioni che fruttarono a Zaleski centinaia di miliardi di lire di plusvalenze) all’ingresso nel capitale delle banche, il finanziare franco-polacco ha sempre operato con la benedizione di Bazoli. Un incidente di percorso avvenne nel maggio 2001. Proprio mentre Zaleski stava rastrellando in Borsa, tramite la Tassara, azioni Montedison, si seppe che la Mittel, attraverso il suo direttore generale, Guido De Vivo, aveva intermediato, molto probabilmente per conto di Efd, grandi quantitativi di titoli della stessa Montedison. La notizia fece scandalo perché i vertici della Mittel, cioè  Bazoli e Zaleski, avevano impartito l’ordine di non negoziare azioni Montedison, di cui Intesa era azionista così come lo era Zaleski, che per di più agiva come ariete di Edf, il colosso dello Stato francese, che da lì a qualche mese avrebbe lanciato assieme alla Fiat l’Opa su Montedison. Anche la Consob si occupò della vicenda. La colpa dell’accaduto fu addossata tutta a De Vivo. Bazoli si mostrò indignato e freddo verso Zaleski, che però rimase al suo posto nonostante avesse annunciato le dimissioni dal consiglio. La verità è che tra i due il legame non s’è mai spezzato, anzi, da quel momento s’è paradossalmente rafforzato. E se Zaleski oggi non fallisce deve dire grazie a Bazoli e agli intrecci azionari che, con l’aiuto di Bazoli, è riuscito a tessere con il gotha della finanza italiana.

 Ma torniamo all’intervista a Passera. Il numero uno di Intesa Sanpaolo è preoccupato, giustamente, degli effetti della recessione e dice che per ridar fiato all’economia bisogna realizzare grandi infrastrutture, spendendo circa 50 miliardi l’anno, incentivare con “premi” fiscali le aziende che fanno ricerca e innovazione, defiscalizzare gli utili reinvestiti e, dulcis in fundo, varare un piano di intervento nelle banche “alla francese” (quello che il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, ha definito un piano non intrusivo, di liberalismo temperato, a supporto del capitale dei gruppi creditizi). La terapia di Passera, che se non è la fotocopia è comunque molto simile a quella di Palazzo Chigi, è che il Governo metta a disposizione delle banche dei prestiti subordinati (cioè prestiti assimilabili a capitale) “perpetui, non richiamabili dall’emittente e rimborsabili in contanti”.
Bisogna capire gli effetti di questa terapia da cavallo sul debito pubblico e le conseguenza per la collettività.
Passera comunque non sembra pessimista sul futuro, ribadisce la sostanziale solidità del sistema bancario italiano e dice che Intesa Sanpaolo ha aumentato di 30 miliardi il credito all’economia continuando a negare l’esistenza di una “stretta” (o credit crunch che dir si voglia). Peccato che la realtà operativa delle aziende sia diversa e che molte imprese, soprattutto artigiane, piccole, ma anche medie, accusano interruzioni nei rapporti con le banche. Dimenticavo: parte dei 30 miliardi di cui parla Passera sono stati impiegati nel salvataggio di Zaleski, il cui contributo all’economia italiana non puo certo dirsi decisivo. A chi tanto, a chi niente.