L’invito rivolto dal Governatore alle banche – di essere"particolarmente attente alla gestione dei rappporti con le famiglie" – è quanto mai opportuno e apprezzabile. Ma dubito che l’attenzione cui allude Draghi possa spingersi oltre le buone intenzioni. Allo stesso modo dubito che la pessima considerazione dei risparmitori per gli istituti di credito possa essere corretta con appelli verbali. Per cominciare a modificare il rapporto banche-risparmiatori ci vogliono fatti. E non mi pare che le banche, al di là delle chiacchiere, stiano facendo qualcosa di concreto per cambiare.

Le occasioni per correggere i comportamenti scorretti, al limite della truffa, non sono mancate in questi anni. Il crack Cirio, alla fine del 2002, avrebbe potuto essere una di queste. Era la prima volta che il sistema bancario addossava ai risparmiatori, in modo così plateale, un dissesto aziendale. Si ricorderà che le banche creditrici della Cirio, che era una società priva di rating, dopo aver finanziato Sergio Cragnotti in modo sconsiderato ne avevano trasformato i debiti in prestiti obbligazionari, i quali non facevano neanche in tempo ad essere emessi che già venivano venduti ai risparmiatori. In quella occasione i grandi banchieri se la cavarono con qualche parola di scusa. Dinanzi alle Commissioni riunite Finanze e Tesoro di Camera e Senato, che conducevano l’indagine conoscitiva sul rapporto tra sistema delle imprese, mercati finanziari e tutela del risparmio, Corrado Passera ammise che "si sarebbe potuto fare di più" per evitare che i risparmiatori subissero le conseguenze del default. Quello fu il massimo dell’autocritica. Parole, appunto. Alle quali seguirono fatti di segno contrario: Banca Intesa, di cui Passera era l’amministratore delegato (oggi occupa la stessa carica in Intesa Sanpaolo), smise di vendere agli sportelli i bond senza rating e, per farsi perdonare, cominciò a imbottire i portafogli dei risparmiatori di obbligazioni strutturate. A beneficiarne, manco a dirsi, furono i bilanci di Intesa, le quotazioni del titolo e le stock option del top management (tra cui quelle di Passera).
In effetti molto è cambiato dal crack Cirio in poi, in peggio. E non penso tanto e solo alla vicenda Parmalat, che pure è stata molto più grave e devastante dell’insolvenza della Cirio. Penso soprattutto al vasto campionario di prodotti-trabocchetto che, da allora in avanti, è stato messo in vendita agli sportelli come se nulla fosse successo. Le polizze Vita, per esempio, i derivati alle piccole imprese e agli enti locali, i mutui "assicurati" con i derivati, i famosi prodotti finanziari della Banca del Salento. Questa massa di carta ha reso solo dispiaceri ai risparmiatori italiani, altro che guadagni. E dov’erano le autorità di settore: la Consob e la Banca d’Italia?
Certo, oggi il clima è cambiato, i mercati sono crollati, sono crollate le quotazioni di certi banchieri che s’atteggiavano spavaldamente a primi della classe, è cambiato il Governatore. Mario Draghi ha un altro profilo e un’altra sensibilità. Il suo predecessore aveva scambiato i risparmitori di Cirio e Parmalat che protestavano per quattro signore ingioiellate. Ma le banche? I costi sui conti correnti continuano a essere, in Italia, i più alti d’Europa, non parliamo di quelli sui fidi; fino a qualche mese fa vi sono state forti resistenze alla soppressione della commissione di massimo scoperto e non sappiamo quante banche continuino ad applicarla; la portabilità del mutuo è rimasta lettera morta per mesi e ancora oggi alcune banche oppongono resistenza; le società che offrono carte di debito e credito al consumo, tra cui grandi istituti italiani ed esteri, applicano interessi un pelo al di sotto di quelli usurari; alcune grandi banche hanno dovuto risarcire i clienti per avere applicato addirittura interessi usurari. Questa è la realtà del credito in Italia.
Che adesso Banca d’Italia inviti i suoi vigilati a voltare pagina e a porre più attenzione al rapporto con le famiglie è un bene. Le stesse banche hanno bisogno di ristabilire un clima di fiducia con i risparmiatori e faranno qualcosa per cambiare. Ma non illudiamoci: le grandi concentrazioni bancarie continuano ad avere un potere e un’influenza rilevanti, anche di questi tempi.

Ho elaborato una tabella su impieghi e raccolta dei primi cinque gruppi bancari nazionali: UniCredito Italiano, Intesa Sanpaolo, Ubi Banca, Banca Mps e Banco Popolare. Ed ecco cosa emerge: questi cinque gruppi alla fine del 2007 detenevano nel complesso il 56,3% degli impieghi e il 58,7% della raccolta dell’intero sistema bancario nazionale, contro il 36,4% e il 38,8% di cinque anni prima. In particolare, a UniCredito Italiano e Intesa Sanpaolo facevano capo rispettivamente il 16,3% e il 18,4% della raccolta totale e il 16,2% e il 20% degli impieghi totali.

Questo consistente aumento del livello di concentrazione, verificatosi peraltro in tutti i continenti, dagli Usa all’Europa, deve avere come necessari contrappesi una forte autorità di Vigilanza, una forte autorità per il mercato e la concorrenza e una forte autorità di controllo della Borsa. Altrimenti le banche continueranno a fare il bello ed il cattivo tempo.
Qualsiasi invito a modificare i rapporti con la famiglia e col risparmitore passa dunque per un più penetrante sistema di controlli che sanzioni molto duramente i comportamenti scorretti dei gruppi creditizi e ne colpisca lo strapotere e gli abusi mediante azioni concrete. Non è più tempo di belle parole.