Le guerre di potere, per gli uomini di potere, possono essere più insidiose è letali di un'inchiesta giudiziaria. Le dimissioni di Cesare Geronzi da presidente delle Generali, il colosso assicurativo di Trieste controllato da Mediobanca, sono lì a dimostrarlo.


Condannato e poi assolto per la bancarotta dell'Italcase-Bagaglino, invischiato nel crack della Cirio, per il quale la Procura di Roma ne ha chiesto di recente la condanna a otto anni, pesantemente coinvolto nel crack della Parmalat con gravi imputazioni e a a causa di ciò sospeso per due mesi da ogni carica sociale dal giudice per le udienze preliminari di Parma, Geronzi era sempre passato indenne dalle maglie della giustizia. Era rimasto fino all'ultimo sulla plancia di comando di Capitalia prima che questa fosse incorporata in UniCredit e da lì era passato alla presidenza di Mediobanca per poi approdare a quella del Leone alato. Un'ascesa irresistibile, cominciata in Banca d'Italia, all'Unione italiana cambi, all'ombra del governatore Guido Carli, e proseguita negli anni '90 al vertice di Banca di Roma, dove era riuscito a tessere una rete di relazioni chiave con i principali partiti, di destra e di sinistra, e a creare un asse privilegiato con il futuro presidente del Consiglio Silvio Berlusconi negli anni della crisi finanziaria di Fininvest, del suo salvataggio e della quotazione in Borsa  dell'odierna Mediaset.
E' Rinaldo Ossola a far compiere il grande balzo a Geronzi. Direttore generale di Banca d'Italia durante il govenatorato di Paolo Baffi, Ossola diventa nel 1976 ministro del Commercio estero del governo di solidarietà nazionale guidato da Giulio Andreotti e nel 1980 approda alla presidenza del Banco di Napoli, che in quel momento è uno dei principali istituti di diritto pubblico italiani. Sarà quella la prima palestra di Geronzi come manager bancario. Ossola lo porta infatti con sé nel ruolo di vicedirettore generale. Geronzi nella città partenopea resta due anni e nell'ottobre 1982  ritorna trionfante nella capitale come direttore generale della Cassa di rispamio di Roma. Ed è proprio la banca della borghesia "nera" vaticana a fare da trampolino di lancio alla sua carriera di banchiere. CONTINUA